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Ritorniamo sulla questione Eternit proponendovi un articolo dell’economista svizzero Charles-André Udry che mette il luce il “profilo operativo” dei fratelli Shmidheiny. Un profilo basato sulla ricerca sfrenata del profitto a scapito della vita dei lavoratori e delle lavoratrici implicate nonché dell’intero ecosistema. Insomma, l’emblema di un sistema capitalista insostenibile (Red.).

 

Il 14 febbraio 2012, nel solco di un’introduzione, avevamo riprodotto su questo sito (www.alencontre.ch, ndt) un’inchiesta – con i limiti sottolineati da CAOVA (Comitato di difesa delle vittime dell’amianto) – sulla traiettoria di Stephan Schmidheiny. Nei fatti, una controinchiesta a quanto riportato nell’opera di René Lüchinger e Ueli Burkhard Stephan Schmidheiny: Sein langer Weg zu sich selbst, pubblicato da Stämpfli Verlag, nel 2009 (288 pagine, 39.90 CHF).
Quest’opera è servita come “fonte” e “d’ispirazione” a una gran parte della stampa elvetica per rendere conto del processo intentato contro gli ex proprietari (lo “Svizzero” e il “Belga”) di Eternit a Torino, il 13 febbraio 2012. Un processo che si è concluso, per ora, con una sentenza semplice e chiara: 16 anni di prigione per “catastrofe sanitaria e ambientale”.
La Basler Zeitung del 14 febbraio 2012 (pag. 3) e Le Temps del 14 febbraio (pag. 13) hanno ripreso questo racconto biografico ben fatto – un lavoro di giornalisti economici sotto il controllo di Stephan Schimdheiny – al fine di presentare i “valori” difesi da questo “grande industriale”. Qualifica, quest’ultima, assolutamente esatta.
Bisognerebbe d’altronde essere stupidi per non comprendere che stati d’animo, rimpianti – ma non parliamo di pentimenti – possano andare di concerto con il senso degli affari e gli “obblighi” della massimizzazione del profitto in un “ambiente concorrenziale sul mercato mondiale”.
Inoltre, due fratelli possono essere diversi, per fortuna. E i paralleli – in termini di traduzione degli obblighi dell’accumulazione del capitale – tra Thomas Schimdheiny (Holcim) e Stephan Schmidheiny (ex proprietario di Eternit in Italia e altrove) non ne fanno persone dai tratti intellettuali e psicologici identici. Non sono due gemelli monozigoti, che sono anche loro dissimili. Thomas è nato nel 1945, Stephan nel 1947.
Tuttavia, i casi della vita fanno sì che scoppino due “casi” – uno sotto forma penale e l’altro giuridico-sindacale – riguardanti i due fratelli e i loro business di ieri, per uno, di oggi per l’altro. Cominciamo dal processo Eternit a Torino.

 

“Omicidi volontari”

 

Sul processo di Casale ci preme qui segnalare la reazione di una parte della stampa internazionale, tanto più che i vari ricorsi punteranno a “soffocare il caso”. E questo in un momento in cui il procuratore di Torino Raffaele Guariniello – a seguito delle prove materiali accumulate e conoscendo da vicino gli effetti terrificanti di un cancro alla pleura – ha dichiarato la possibilità d’istruire un secondo processo per “omicidi volontari”. Perché Guariniello considera che il processo Eternit è “il più grande processo a livello mondiale nella storia sulla sicurezza sul lavoro”.
Il quotidiano cattolico francese La croix, il 14 febbraio, scriveva, per mano di Anne Le Nir: “In Italia, si contano, ad oggi, circa 3’000 vittime dell’amianto, operai, ma anche abitanti dei paesi vicini alle quattro vecchie fabbriche del gruppo Eternit nel paese. La più vecchia (inaugurata nel 1907) era quella di Casale Monferrato, nel nord del paese, le altre erano a Cavagnolo, Rubiera (nord) e Bagnoli (sud). All’inizio degli anni ’70, il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny (65 anni oggi) e il barone belga Jean-Louis de Cartier de Marchienne (90 anni) hanno preso la gestione in Italia delle filiali della multinazionale Eternit, e questo fino al loro fallimento, nel 1986. Giudicati in contumacia, dopo l’apertura, nel 2009, del primo processo penale del dramma dell’amianto, sono stati condannati ieri a sedici anni di prigione, accompagnati da diverse decine di milioni di euro da versare alle parti civili. Possono ricorrere in appello e andare fino alla cassazione, cosa che allontanerebbe di diversi anni il giudizio definitivo”.
“I due uomini sono considerati i principali responsabili delle migliaia di morti e di malati registrati. Senza contare quelli futuri. Secondo le autorità sanitarie italiane, nel paese ci saranno ancora 50 decessi all’anno legati all’amianto, fino al 2020… Dall’inizio degli anni ’60, si sapeva che l’amianto poteva rivelarsi un veleno mortale. Ma i due uomini d’affari sapevano anche che i tempi d’incubazione sono molto lenti e non hanno preso nessuna misura di sicurezza”.
E Anne Le Nir riporta una dichiarazione delle famiglie che dimostra che non solo il diavolo, ma anche il cinismo padronale quotidiano, proprio della “naturalizzazione” dello sfruttamento, si nascondono nei “dettagli”: “Alcune famiglie di operai si ricordano di alcuni dettagli che appaiono, oggi, segni di un certo cinismo: -Si poteva leggere questo avviso sotto il foglio della busta paga, racconta una vedova: “Non fumate, il tabacco vi fa male!” Ma contro l’altro veleno mortale, nessuna indicazione, nessuna prevenzione-. Per anni, gli impiegati delle fabbriche hanno respirato e toccato polvere d’amianto, senza scafandro, senza maschera, senza guanti…”.

 

Due tempi lunghi: quello dell’incubazione e quello del giudizio

 

Il quotidiano economico francese Les Echos – che non manca di affermare un sostegno “informato” a Sarkozy e al MEDEF di Laurence Parisot (la Confindutria francese) – termina così il suo articolo sul processo Eternit: “Dall’altra parte delle Alpi, gli industriali che contravvengono alla legge hanno interesse a stare attenti. Il procuratore Raffaele Guariniello non è altro che colui il quale ha ottenuto, nell’aprile 2011, sedici anni di carcere per il patron del gruppo Thyssen-Krupp, dopo l’esplosione di un laminatore in Italia”(14 febbraio 2012).
C’è un po’ di esagerazione in queste parole, se si conosce il numero molto alto di morti a causa di “incidenti sul lavoro” in Italia, senza che ciò faccia molto scalpore. Ma c’è un pizzico di verità che rimanda, tra l’altro, all’estrema lentezza di una procedura in Francia sui danni mortali dell’amianto.
Al proposito, è utile riprodurre, qui, un’intervista rilasciata al quotidiano Le Parisien (14 febbraio 2012) da Alain Bobbio, segretario generale dell’associazione nazionale delle vittime dell’amianto (Andeva).
“Qual è la vostra sensazione dopo il verdetto del tribunale di Torino?
Alain Bobbio: È una grande notizia per tutte le vittime e le loro famiglie. Questa condanna penale a sedici anni di carcere per i due dirigenti della società Eternit è una prima mondiale. Questa decisione arriva dopo due anni di udienze. Ricompensa la strategia ambiziosa del procuratore italiano che ha attaccato i più alti dirigenti del gruppo che fabbricava e commercializzava l’amianto. Ebbene, loro sapevano che questo provoca cancri alla pleura.
Come hanno reagito le vittime francesi dell’amianto che erano al vostro fianco?
C’era un miscuglio di sollievo e di collera. Una delegazione di 160 persone era al nostro fianco a Torino. Sono venute dalle regioni francesi, dove degli operai sono stati a contatto con l’amianto, in particolare dal Nord-Pas-de-Calais, dalla regione del Rhône-Alpes e dall’Ile-de-France. La loro reazione è di un certo conforto dopo trent’anni di lotta e allo stesso tempo una grande rabbia contro coloro i quali hanno provocato le loro sofferenze, in Francia.
Ma, giustamente, come spiegare la differenza di trattamento del dossier amianto sui due versanti delle Alpi?
In Francia, gli avvelenatori devono essere giudicati. In Italia, è stata resa giustizia, mentre in Francia il processo penale non è ancora cominciato. Sedici anni dopo le prime denunce penali, l’istruzione affidata ai magistrati specializzati del pool di salute pubblica, si è arenata per mancanza di mezzi. In Italia, il Ministero pubblico, indipendente dal potere politico, ha giocato un ruolo motore, mentre in Francia, al contrario, ha moltiplicato gli ostacoli perché non potesse aver luogo alcun processo. Alcuni procedimenti contro sei direttori di Eternit, in Francia, sono stati annullati appena prima di Natale dalla corte d’appello della camera delle istruzioni a Parigi. A oggi, in Francia, una catastrofe sanitaria che potrebbe fare 100’000 morti non ha ancora né responsabile, né colpevole. Speriamo che questo cambi!”
Per chi credeva che si sia trattato di un “errore” che coinvolge qualche migliaio di persone, è consigliata la lettura del quotidiano francese, appartenente al costruttore di aerei Dassault, fabbricante del Rafale e amico di Sarkozy: Le Figaro del 14 febbraio. Potrà allora prendere coscienza della dimensione di questo crimine industriale ricordandosi delle righe che concludono l’articolo sul processo di Torino: “Secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della salute), 125 milioni di lavoratori sono esposti all’amianto sul loro posto di lavoro in tutto il mondo e 90’000 muoiono ogni anno di malattie legate all’amianto”. La Neue Zürcher Zeitung dispone di queste informazioni?

 

Holcim: 100° anniversario e contratti a durata molto limitata

 

Il 15 febbraio 2012, Holcim, uno dei tre giganti mondiali del cemento, festeggiava il suo 100° anniversario. Alla testa di questo gigante si trova Thomas Schmidheiny; un vecchio amico di famiglia, Markus Akermann, ne è il CEO.
Come abbiamo indicato nell’articolo dedicato al processo Eternit di Torino, sarebbe stato ingiusto prendere di mira solo l’ «ecologista», oggi specialista della coltivazione su centinaia di ettari d’eucaliptus in America latina: Stephan Schmidheiny.
Il fratello maggiore, Thomas, non va dimenticato. Organizzazioni sindacali in India, nelle città di Jamul e di Rawan, nello Stato del Chhattisgarh, si ricordano del suo bel souvenir. Nel 24 heures del 14 febbraio – che coincidenza! – Richard Etienne ci informa: “Due aziende di cui Holcim detiene la maggioranza delle quote dal 2005, ACC e Ambuja Cement, sono accusate dal sindacato locale Pragapisheel Cement Shramik Sangh (PCSS) di abusare dei contratti a durata determinata. Gli impiegati interessati, visto che sono ingaggiati temporaneamente, non possono assolutamente difendersi: rischiano di vedere il loro tempo di lavoro e le loro entrate ridotte. Secondo il PCSS, le due filiali ne approfittano per sottopagare i propri collaboratori – spesso sotto il salario minimo indiano –, assegnare loro i compiti più pericolosi, ridurre il loro tempo di lavoro mensile a qualche giorno, spingerli al ritiro e minacciarli se tentano di difendersi. Circa l’80% dei collaboratori di ACC e di Ambuja Cement subisce queste condizioni oggi, secondo il PCSS”.
Non c’è bisogno di essere epidemiologi o medici per rilevare gli effetti di questo “uso delle risorse umane” sulla vita dei salariati. Che sia il luogo di lavoro o attraverso gli “effetti collaterali” dell’impoverimento: condizioni di abitazione, accesso all’acqua e ai beni alimentari i cui prezzi non cessano di aumentare, come la possibilità di ottenere delle cure.
Queste modalità di sfruttamento della forza lavoro causano morti “premature”, senza menzionare gli “incidenti di lavoro”. Ma il bacino di lavoratori in disoccupazione è sufficiente per “rinnovare” quello che Marx chiama il “capitale variabile”. La quantità di “richiedenti lavoro” è indeterminata.
L’avvocato del PCSS, Shalini Gera, indica: “Questa parte [contratti a durata determinata] non smette di aumentare da decine d’anni. La legge stabilisce tuttavia che questo tipo di contratti è riservato a situazioni eccezionali e che questi impiegati devono essere trattati come gli altri”. Richard Etienne sottolinea che Shalini Gera “accusa Holcim di violare le regole dell’OCSE, di cui la Svizzera fa peraltro parte. L’apertura delle fabbriche ha obbligato le popolazioni vicine a spostarsi e i fiumi dei dintorni sono inquinati. Nessuno ha ricevuto indennizzi”. Il giornalista nota che “è stata mandata una denuncia a Lukas Siegenthaler, del Segretariato di Stato dell’Economia (Seco). Quest’ultimo si accontenta di accusarne la ricezione e ricorda di non avere potere giuridico”.
Una risposta più elvetico-amministrativa è difficile da immaginare. Probabilmente Serge Gaillard, già economista dell’Unione sindacale svizzera (USS), oggi alla testa della Direzione del lavoro (sic) del Seco, potrebbe suggerire al suo collega qualche idea riguardante una “flessibilizzazione civile del mercato del lavoro”. Non come in Svizzera – dove Holcim “tratta bene i suoi 1266 impiegati”, come scrive, per precauzione professionale, Richard Etienne in conclusione del suo articolo. Una gestione della forza lavoro come quella all’opera in… Indonesia, dove la holding Holcim disporrà di tre fabbriche nel 2013. Un paese dove, come nelle altre regioni, Holcim è specializzata nella messa sotto pressione dei suoi numerosi subappaltatori che, loro, “trattano meno bene” i loro salariati… per tradizione!
Holcim riorganizza i suoi impianti in modo accentuato dallo scoppio della crisi economica, nel 2007. La parte della produzione nei “paesi emergenti” (attraverso l’acquisto di ditte e la costruzione di nuove unità) non ha cessato di crescere. È diventata maggioritaria dal 2008. La giustificazione di Holcim, di fronte alle rivendicazioni dei lavoratori indiani, è effettuata nella migliore tradizione degli Schmidheiny: noi acquistiamo delle aziende che hanno le loro “tradizioni”, non possiamo cambiare queste “abitudini” da un giorno all’altro. Come per l’amianto?
Peggio, nel momento in cui i lavoratori e i sindacati delle fabbriche indiani si mobilitano, i membri degli apparati sindacali internazionali – tra gli altri l’IBB (Internazionale dei lavoratori della costruzione e del legno, alla cui direzione si trova Vasco Pedrina, di UNIA) – giocano la classica carta della “comprensione”.
Marion Hellmann, dell’IBB, copre così la direzione di Holcim: “Holcim, rilevando queste fabbriche indiane, ha ereditato un problema vecchio. Non sanno come gestirlo e stanno sbagliando” (24 heures, 14 febbraio 2012).
Gli ereditieri Schmidheiny – che hanno un’esperienza di più di mezzo secolo in Africa del Sud (sotto l’apartheid), nel Cile di Pinochet, nel Brasile dei militari o nell’Indonesia di Suharto, qui dal 1971 – non “sanno come gestire” simili situazioni? Una semplice famiglia di apprendisti stregoni hayekiani, per fare riferimento al tono ideologico della Fondazione Max Schmidheiny?
Per concludere: sogniamo di trovare “responsabili” sindacali determinati quanto il procuratore Raffaele Guariniello di Torino. Perché, dall’altra parte, il padronato alla Thomas Schmidheiny e alla Akermann si fa sempre più modello per quelli che sanno essere competitivi nell’ambito della mondializzazione capitalista; e ciò, ad ogni costo, morti compresi.

 

* articolo apparso sul sito Alencontre il 15 febbraio 2012. La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà.

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