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Nei giorni scorsi Laura Sadis ed i suoi collaboratori hanno incontrato Serge Gaillard, direttore della sezione Lavoro del SECO, per discutere del “caso” FoxTown. Il problema è noto: il FoxTown continua da ormai quindici anni ad impiegare manodopera la domenica in aperta contraddizione con la Legge Federale sul lavoro.

La questione, come noto, è sorta in seguito alla richiesta del centro commerciale Polaris di Chiasso di poter usufruire anch’esso di tale possibilità. Possibilità della quale esso può oggi usufruire ma solo nella misura in cui si tratta di una autorizzazione per lavoro temporaneo (6 mesi) che scadrà fine marzo. È possibile, vista la situazione nella quale si dibatte il Polaris, che esso rinunci alla richiesta e così le cose potrebbero filare via lisce. Ma il problema rimane: ed è quello di una situazione sostanzialmente illegale del FoxTown, come quella d’altronde di altri generi di negozi nei confronti di quali si fa finta di nulla: pensiamo, ad esempio, ai supermercati (di questo si tratta) annessi ai distributori di benzina (più corretto sarebbe ormai affermare, come andiamo spesso ripetendo: i supermercati con annessi distributori di benzina).
Attorno al dibattito sul FoxTown e all’atteggiamento sindacale in questi ultimi anni si sono raccontate molte cose sbagliate: a cominciare da quella secondo la quale le organizzazioni sindacali accettarono allora il principio delle aperture domenicali. Nulla di più falso. Prova ne sia che in seguito il SEI (l’organizzazione sindacale che promosse l’accordo contrattuale al FoxTown) propose un’iniziativa popolare per diminuire gli orari di apertura (sconfitta in votazione popolare) e poi il referendum contro il prolungamento degli orari di apertura (referendum vittorioso nel 1997).
La vicenda Fox-Town segnò una sconfitta dal punto di vista dei principi (introduzione del lavoro domenica permanente nella vendita) per il sindacato. Una sconfitta che si tentò di trasformare in “vittoria” per quel che riguarda le condizioni di lavoro del personale. Un accordo fatto a ridosso dell’apertura domenicale che poi, evidentemente, non poteva più essere rimesso in discussione.
Un accordo, val le pena ricordarlo, estremamente positivo per l’epoca. Garantiva la settimana lavoratori di cinque giorni, dei salari minimi decenti, 41 ore di lavoro: tutti elementi migliori rispetto alla grande distribuzione. Certo vi era la questione del lavoro domenicale, ma gli orari di apertura complessivi del FoxTown (che sono rimasti tali: dalle 11 alle 19) equivalevano ad un’apertura settimanale di 56 ore, confrontata con quelle di COOP, Migros e Manor che già all’epoca si avvicinavano alle 65 ore settimanali di apertura. Infine il principio che ogni nuovo negozio che si fosse insediato al FoxTown avrebbe potuto farlo solo aderendo al contratto collettivo.
Da qui una sorta di “neutralità” sindacale rispetto alla situazione FoxTown. Una neutralità che restò tale solo per la compiacenza delle autorità cantonali e federali.

 

Nei giorni scorsi, proprio in concomitanza con l’incontro con Laura Sadis, Giuseppe Sergi (allora segretario del SEI) ha scritto una lunga lettera a Serge Gaillard cercando di ricostruire la situazione del tempo. Una situazione oggi in gran parte diversa e che esige, verosimilmente, una visione anche diversa da parte del movimento sindacale. Riportiamo qui di seguito il testo della lettera (Red).

 

 

“…In Ticino, in questi mesi, si è andata profilando una sorta di “union sacrée” attorno alla questione FoxTown e al privilegio delle aperture domenicale di cui esso gode da ormai molti anni. Questa esperienza viene difesa da tutti e le sue “specificità” vengono presentate come aspetti “positivi” in assoluto: creazione di un migliaio di posti di lavoro, buone condizioni di lavoro e di salario, ricadute fiscali ed economiche positive per la regione che ospita questo centro commerciale.
La richiesta di altri di poter godere delle stesse condizioni di cui gode il FoxTown (lavoro domenicale regolare) ed il probabile rifiuto di concederla ha sollevato il problema della parità di trattamento. Un problema che (ingenuamente) si tenta di risolvere con una modifica di legge apposita a livello cantonale. Dico ingenuamente poiché è noto, e la signora Sadis lo sa molto bene ed è per questo che vuole colloquiare con lei, che il problema non riguarda in sé gli orari di apertura dei negozi, ma la possibilità di far lavorare il personale. È un cioè un problema di applicazione della Legge federale sul lavoro che, al proposito, è molto chiara.
In particolare, si sottolinea in Ticino, questa esperienza del FoxTown ha potuto beneficiare del “sostegno” delle organizzazioni sindacali: e questo, si sottolinea, è un elemento forte che dovrebbe in qualche modo essere tenuto in considerazione dalle autorità federali.
È proprio questo punto che ha suscitato questo mio scritto. Penso che sia giusto che lei abbia una visione di quella che fu la posizione del sindacato, sperando che questa le permetta di valutare in modo rigoroso la situazione attuale. Avendo vissuto quelle vicende in prima persona (ero segretario regionale del SEI, poi divenuto UNIA attraverso la fusione con la FLMO) penso di essere in una posizione ideale per informarla in modo corretto.
Il SEI non fu mai d’accordo con l’autorizzazione alle aperture domenicali concesse la FoxTown. Questo centro commerciale potè beneficiare già all’epoca di una sorta di “lex FoxTown” che, per nostra disgrazia, non era una legge, ma una modifica regolamentare.
Infatti, soprattutto sulla spinta determinata dell’allora consigliera di Stato Marina Masoni, il governo decise di modificare, il 3 aprile 1996, il Regolamento d’applicazione della legge cantonale sul lavoro (art. 9 e 10 lett. f). Con quella modifica veniva estesa la lista dei comuni considerati come zone di confine (vi erano inclusi tutti i comuni del Mendrisiotto) e ha ampliato l’elenco delle categorie di negozi abilitati a prolungare gli orari di apertura, in particolare aggiungendo ai negozi di maglieria e biancheria quelli di abbigliamento. Questi negozi possono aprire, su istanza, ogni domenica dalle ore 9.00 alle ore 19.00.
Contro questa modifica, di regolamento e non di legge, non potevamo impugnare l’arma del referendum. Ci restava solo la via di un ricorso di diritto pubblico. La nostra valutazione giuridica fu che un ricorso di questo genere avrebbe al massimo potuto farci guadagnare un po’ di tempo; ma che non avrebbe avuto alcuna chance di essere accolto. Questa nostra ipotesi si rivelò poco dopo esatta: un ricorso contro questa modifica regolamentare, suscitato da altri ambienti, venne respinto dal Tribunale federale il 21 marzo 1997.
A tutto questo si aggiungeva la preclusione di qualsiasi azione di tipo sindacale. Infatti i lavoratori e le lavoratrici del FoxTown erano stati assunti ed avevano iniziato a lavorare ancora prima che il centro realizzasse le aperture domenicali. Si erano peraltro già impegnati a lavorare la domenica appena la cosa fosse stata possibile dal punto di vista delle autorizzazioni di legge.
Non potevamo indire un referendum, non potevamo ricorrere all’azione diretta sindacale, eravamo coscienti che la via del ricorso sarebbe stata un insuccesso: per il sindacato si annunciava una sconfitta totale di fronte a questo peggioramento quale l’introduzione del lavoro domenica nel settore della vendita.
Fu allora che decidemmo di fare di necessità virtù. Certo, incassavamo la sconfitta sul principio, ma avevamo ancora qualche carta da giocare per costringere la controparte a fare concessioni per quel che riguardava le condizioni del personale, di quello allora assunto poche centinaia, ma soprattutto quello che sarebbe potuto giungere negli anni seguenti. In particolare, per giungere all’accordo finale, riuscimmo a far balenare l’idea che i nostri ricorsi avrebbero comunque alimentato una “guerriglia giuridica” che avrebbe ritardato l’avvio dell’esperienza domenicale.
È da questa sconfitta che nacque un accordo sindacalmente “vittorioso”, cioè positivo per le condizioni di lavoro del personale e che oggi sicuramente rappresenta uno degli accordi più positivi e più importanti realizzati negli ultimi due decenni (malgrado le declamazioni, le organizzazioni sindacali sono stati incapaci in questi ultimi anni di fare accordi che somiglino, anche lontanamente, a quello del FoxTown). E su quell’accordo non pesarono, come invece si tende a far credere, valutazioni di tipo economico complessivo (al creazioni di posti di lavoro, le ricadute fiscali, ecc.).
La mia posizione, oggi, non è cambiata. Penso che il lavoro domenicale nel settore della vendita non abbia alcuna giustificazione di tipo economico. Inoltre questi vent’anni hanno pure messo in luce anche qualche aspetto negativo legato a queste esperienze, FoxTown compreso. Penso, ad esempio, alle ricadute ambientali e a quelli del traffico. Per questo penso che esperienze come quella del FoxTown non vadano ripetute.
Ho voluto ricordargliela per due ragioni.
La prima per ricostruire fedelmente quello che fu il vero percorso che portò alla stipulazione di un tacito accordo tra le organizzazioni sindacali ed il Foxtown.
La seconda perché penso che il Foxtown sia già stato trattato in modo privilegiato nel 1996 con la modifica regolamentare e non meriti quindi un nuovo trattamento di riguardo.
Per il resto la mia organizzazione, a nome della quale anche le scrivo, continuerà la propria battaglia contro la deregolamentazione ed il prolungamento degli orari di apertura dei negozi…”

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