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Lo scorso 15 marzo, su invito del Movimento della Scuola, Christian Lavalha tenuto una conferenza a Camignolo. Si è trattato sicuramente di un evento importante poiché Laval è uno dei sociologi che meglio ha colto e descritto le evoluzioni della formazione di fronte ai mutamenti indotti dal recente sviluppo capitalistico.

Abbiamo quindi pensato di presentare l’intervista che segue, nella quale Laval risponde ad alcune questioni relative ai temi che affronta nel suo ultimo libro ( La Nuova scuola capitalista di Christian Laval (1), Francis Vergne, Pierre Clément e Guy Dreux (Red).

Le descrive la «nuova scuola capitalista» sottoposta alla concorrenza, gestita come il privato e al servizio dell’economia: è nata sotto Sarkozy?

 

No, sarebbe un grande errore crederlo. Il sarkozismo ha accelerato e reso più visibili le trasformazioni neoliberali o, per chiamare le cose con il loro nome, la mutazione capitalista della scuola. Ma erano già in corso da tempo in Francia e all’estero. Il programma di trasformazione dell’università francese è stato preparato alla fine degli anni 1990, poi si è iniziato ad applicarlo all’inizio degli anni 2000, prima di essere completato con l’arrivo di Nicolas Sarkozy e la legge sull’autonomia delle università (la LRU, votata nell’agosto del 2007, che aveva suscitato un vasto movimento di proteste, ndr). Molto al di là della finanza e dei mercati di beni e servizi, il neoliberalismo ha progressivamente investito tutte le istituzioni, compresa la scuola, in particolare attraverso l’apparizione del new pubblic management, vale a dire con l’importazione di tecniche manageriali del privato nei servizi pubblici.

Le denuncia la concorrenza che ha investito la scuola, le competenze che hanno rimpiazzato le conoscenze e l’ossessione della impiegabilità: sono queste quelle che possiamo definire le caratteristiche della «scuola capitalista»?

Sì, sono gli aspetti più importanti. In primo luogo, le missioni della scuola e dell’università sono state progressivamente ridefinite. I sistemi educativi sono stati obbligati a giustificare le spese che vengono loro concesse con un «ritorno sull’investimento» di natura economica. Questo diventa l’unica preoccupazione di questa nuova scuola: è al servizio dell’economia e deve integrarsi nella corsa alla competitività e alla produttività. Logicamente, deve quindi organizzarsi secondo il principio della concorrenza e fare proprio l’imperativo della «performance». Queste nuove dimensioni sono progressivamente diventate una norma evidente, una sorta di razionalità incontestabile che ha conquistato le menti. Esperti, amministratori, resposabili politici, alcuni sindacati minoritari hanno addirittura visto in questo adattamento al mondo moderno la soluzione a tutti i mali della scuola. Queste trasformazioni hanno toccato il cuore della professione di insegnante. Hanno intaccato profondamente un sistema di valori condivisi, l’idea ancorata presso gli insegnanti che la loro missione supera il quadro di un mestiere come un altro, il loro senso dell’interesse generale… Hanno avuto l’impressione di essere deposseduti del loro mestiere attraverso una valanga di riforme.

Il concetto di impiegabilità è al centro delle sue critiche: perché?

Nel discorso delle istituzioni internazionali, e sempre di più in quello dei responsabili nazionali, la scuola ha per funzione di produrre delle risorse umane o del «capitale umano». L’impiegabilità è divenuta la norma che organizza le mutazioni della scuola. L’ideologia della professionalizzazione ha penetrato l’università e l’insieme del sistema, fino ai primi livelli dell’insegnamento. Prendiamo lo «zoccolo duro comune di competenze» (introdotto al livello secondario e poi primario, lista delle attitudini che l’allievo deve acquisire, accanto alle conoscenze). Queste competenze sono state fissate dall’OCSE e dalla Commissione europea a partire da criteri di impiegabilità, in funzione di considerazioni economiche e non pedagogiche. Si va fino a ridefinire i programmi, le valutazioni, la pedagogia.

Ma è criticabile il fatto che i giovani vogliano avere degli sbocchi alla fine dei loro studi?

Certamente no, e non è una novità. La scuola repubblicana aveva idealmente tre missioni –formare l’uomo, il cittadino e il lavoratore. È normale che in un’economia dove quasi il 95% della popolazione non è proprietaria dei propri strumenti di lavoro, la preoccupazione dell’inserzione professionale sia costante, soprattutto in un periodo di disoccupazione giovanile importante. Ma sbattiamo contro uno scoglio : quello di ridurre la missione della scuola e delle università a trovare sbocchi professionali, a partire da una definizione utilitarista dei contenuti dell’insegnamento. Ebbene, una solida formazione intellettuale non nuoce all’impiego, al contrario. Ma con la logica delle competenze, si definisce quello che bisogna acquisire alle differenti età in vista di una impiegabilità a 16 anni. Come se l’utilizzo della forza lavoro da parte degli imprenditori dovesse imporre alla scuola quello che deve trasmettere. Sono gli economisti, in particolare quelli delle istituzioni internazionali, che definiscono le funzioni e le missioni della scuola. Siamo confrontati a una rottura di portata storica.

In che modo questi cambiamenti conducono a un approfondimento delle disuguaglianze che oggi possiamo constatare?

Con il consenso ambientale, sembra normale a molti che gli istituti scolastici debbano essere in concorrenza, attirare i migliori allievi e studenti, fare della pubblicità per le loro formazioni, trovare più soldi possibile. Ebbene, tutto ciò produce delle disparità e conduce a una polarizzazione sociale degli istituti, sempre più assunta nel livello superiore e sempre più evidente nel primario e nel secondario.
Questi cambiamenti – la concorrenza generalizzata e la trasformazione impreditoriale del sistema – hanno accentuato e rinnovato i meccanismi di riproduzione sociale dando ai soldi e alle reti familiari un peso sempre più grande. Le classi favorite assicurano la loro riproduzione più efficacemente di prima. Non ci sono più le vie nobili dell’elitismo repubblicano – come la Scuola normale superire – che sono privilegiate. Sono ormai le HEC e le scuole commerciali che attirano i migliori allievi, anche nei curricula di tipo letterario. Stiamo vivendo la grande rivincita del denaro sulla cultura.
Da vent’anni le politiche educative di ispirazione neoliberale hanno così aggravato le disuguaglianze come conferma la riduzione della parte di figli delle classi popolari che accedono all’università. La concorrenza tra istituti e la liberalizzazione della carta scolastica hanno incoraggiato l’apartheid sociale. Ricordiamo che i due finalisti, di sinistra e di destra, delle presidenziali del 2007 (Nicolas Sarkozy e Ségolène Royal) erano favorevoli alla soppressione o, almeno, a un grande alleggerimento della carta scolastica.

La sinistra non si distingue dalla destra?
Negli ultimi venti, trent’anni, il neoliberalismo si è imposto come una norma sia per i governi di destra che di sinistra. La destra è stata più aggressiva nella riforma neoliberale, fino ad arrivare a indebolire fortemente il sistema educativo. La sinistra al potere non ha mai contestato il nuovo modello manageriale e concorrenziale. Non ha voluto comprendere che la trasformazione dei sistemi pubblici con i principi del management erano una delle forme di dispiegamento del capitalismo contemporaneo. Quest’ultimo non si acontenta di deregolamentare il mercati dei beni, del lavoro e del capitale. Trasforma anche l’azione pubblica. La «mette in marcia», cioè impone la logica della concorrenza e il modello dell’impresa. Questa «marketization», come dicono gli anglosassoni, è oggi il cuore della trasformazione della scuola e dell’università.

Non c’è qundi una visione alternativa della scuola a sinistra…

Il pensiero della sinistra governativa in materia di educazione è crollato. Basta guardare cosa propone il PS per accorgersene. La questione di un progetto alternativo si pone con urgenza ai partiti, ai sindacati e alle associazioni. Dagli anni 1980 assistiamo a uno spezzettamento delle riflessioni e a una profonda depoliticizzazione della questione scolastica. Le considerazioni si sono tecnicizzate. Portano sull’organizzazione scolastica e la pedagogia senza alcun riferimento a un progetto emancipatore. Nei suoi momenti più alti – basta pensare a Jaurès – il pensiero progressista sull’educazione aveva costruito un progetto di trasformazione articolando una visione della società, una missione per la scuola, una definizione del mestiere di insegnante e un orientamento pedagogico.

Come vedete «la scuola post-capitalista» che auspica?

È un cantiere molto grande. Cos’è una scuola democratica? In primo luogo, è una scuola che riduce le disuguaglianze tra i ragazzi delle differenti classi sociali. Ma non può farlo che essendo parte integrante di un grande movimento di riduzione delle disuguaglianze in tutta la società. Jaurès diceva: «Noi non faremo la scuola socialista in mezzo all’oceano capitalista». È ancora vero. Una scuola democratica non potrà veramente svilupparsi che in una società dove l’uguaglianza sarà promossa come un valore essenziale.

Ma come fare più uguaglianza?

È tutto da rivedere in quest’ottica: i metodi d’insegnamento, i contenuti, l’articolazione dei livelli di insegnamento, la «mixité» scolastica degli istituti. In secondo luogo: nella prospettiva di una tale scelta democratica, la scuola deve formare degli individui che abbiamo degli strumenti comuni di comprensione del mondo e in particolare sul piano sociale e economico. Deve fornire strumenti di giudizio morale e politico che permettano loro di essere cittadini della «democrazia reale», secondo l’espressione degli Indignados. La lotta contro le disuguaglianze sociali e economiche non è scindibile dalla lotta per la democrazia politica effettiva. Questo suppone una società dove il capitalismo non regni più come un monarca assoluto.

Non le pare di essere un po’ un nostalgico della vecchia scuola?

In nessun caso. Si tacciano troppo spesso un po’ in fretta di passatismo le persone che criticano le riforme, o piuttosto le contro-riforme attuali per meglio giustificare la propria cecità o sottomissione all’ordine neoliberale. Si tratta per noi di sfuggire al dibattito stereotipato tra i «pedagoghi» supposti moderni e i «repubblicani» che appaiono come nostalgici di un età d’oro della scuola.
La reinvenzione della scuola democratica merita di più di un ritorno a dei vecchi conflitti.

 

* L’intervista è apparsa sul quotidiano francese Libération il 22 ottobre 2012

 

1.Ha anche firmato la prefazione di « L’Ecole en Europe, politiques néolibérales et résistances collectives », sotto al direzione di Ken Jones, la Dispute, 2011.

 

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