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Durante le crisi precedenti, ridurre il tempo di lavoro era considerato una misura per combattere l’aumento della disoccupazione, caratteristica maggiore anche di questa crisi economica – nata nel 2007. Tuttavia oggi in nessuna “agenda politica” è prevista la riduzione delle ore di lavoro. Neppure in Francia e in Germania, due paesi che furono paladine della riduzione del tempo di lavoro con l’introduzione – anche se parzialmente o con misure di flessibilità – della settimana di 35 ore, durante gli anni ’80 e ’90, quale risposta ad un tasso elevato di disoccupazione.

 

Questo è l’aspetto più palese della crisi attuale; soprattutto anche perché l’introduzione temporanea del tempo di lavoro ridotto durante le crisi di numerosi paesi europei ha di fatto dato prova che la riduzione del tempo di lavoro era uno strumento concreto per evitare la disoccupazione (anche se non intacca l’aumento delle disuguaglianze causate dal regime capitalista (1).

Quando il capitale europeo ha accettato la riduzione del tempo di lavoro durante la prima fase della crisi [1974-1975 e 1980-1981], ma nel 2010, allorché la crescita tendeva ad aumentare leggermente, i datori di lavoro hanno rintrodotto rapidamente le loro rivendicazioni per un aumento degli orari di lavoro e di una flessibilità maggiore; senza menzionare l’utilizzo della disoccupazione parziale.

In molti paesi i governi hanno anche annunciato l’aumento dell’età di pensionamento come una tra le misure di austerità per limitare i deficit budgetari causati dalla crisi. L’abbassamento dell’età di pensionamento come pure il pensionamento anticipato facevano parte delle misure messe in atto nel corso degli anni ’80 per creare possibilità di lavoro per i giovani. Oggi, gli argomenti utilizzati sono stati totalmente capovolti e i lavoratori sono chiamati a lavorare più a lungo e per più anni per poter conservare il posto di lavoro e la possibilità di ricevere una rendita di vecchiaia.

L’aumento delle ore di lavoro

Stupisce che negli Stati Uniti la media settimanale del tempo lavorativo nel 2000 era superiore di 1,6 ore rispetto a quella del 1970 (2). A partire dalla fine degli anni ’90, le lavoratrici e i lavoratori americani lavoravano più di una settimana l’anno in più rispetto a quanto lavoravano negli anni ’80. Nell’industria, un settore dove il tasso di lavoro a tempo parziale è tradizionalmente basso, la differenza tra il 1975 e il 2000 era di più di due settimane. Anche in Svezia, già durante la fine degli anni ’80, le cifre indicano una forte tendenza verso l’alto delle ore di lavoro annuali. Tra il1990 e il 2000 ,la differenza raggiungeva le 80 ore l’anno. L’aumento del tempo di lavoro può anche essere spiegato con il numero crescente di donne che passarono da un lavoro a tempo parziale ad uno a tempo pieno.

Durante il decennio 1980, il numero di ore di lavoro annuali è cresciuto sensibilmente anche in Gran Bretagna, di 70 ore tra il 1981 e il 1989. E’ però diminuito negli anni ’90. La media annuale del 2001 è praticamente uguale a quella del 1981. Anche in Canada vi è stato un aumento di ore di lavoro durante il decennio 1990, con il risultato che nel 1999 le lavoratrici ed i lavoratori lavoravano 13 ore in più che nel 1991. Ma, al contrario della Gran Bretagna, le ore di lavoro in Canada sono un po’ diminuite a partire dal 2000. In Germania e in Francia la media annuale delle ore di lavoro è diminuita ulteriormente durante i decenni 1980 e 1990, ma in entrambi i paesi si è fermata o anche un po’ aumentata tra il 2003 e il 2008.

La media annuale degli orari di lavoro include anche quei lavoratori attivi a tempo parziale. Se osserviamo esclusivamente le ore a tempo pieno, il tempo di lavoro è più o meno invariato in Germania tra il 1992 e il 2006 e in Francia tra il 2003 e il 2008. Ma vi è un cambiamento notevole nella struttura stessa del lavoro a tempo pieno. Per esempio in Germania, la proporzione di lavoratori attivi tra le 36 e le 39 ore settimanali è passato dal 53 % nel 1995 al 21 % nel 2008, mentre la proporzione di coloro che lavorano 40 ore dal 31% al 46% durante lo stesso periodo.

Il cambiamento radicale nelle politiche sull’orario di lavoro è più significativo se si considera il numero di ore di lavoro pro capite (che include le persone con o senza lavoro, dunque la popolazione cosiddetta attiva). Tra il 1985 e il 2000, il numero di ore pro capite è cresciuto del 18% negli Stati Uniti, mentre il Canada ha registrato un aumento identico tra il 1970 e il 2008. In Gran Bretagna il numero di ore pro capite è rimasto immutato dal 1980 al 2008. Come anche in Svezia tra il 1985 e il 2008. Secondo l’OCSE: “L’inversione di tendenza della diminuzione delle ore di lavoro pro capite durante il decennio 1990 si è generalizzato tra le regioni e i paesi dell’OCSE, con solamente qualche eccezione che registra ancora diminuzioni significative”(3).

La Francia e la Germania figurano ancora tra i pochi paesi che negli anni ’90 registrano ancora una diminuzione del numero di ore di lavoro pro capite. Ma dopo la metà degli anni ’90, in questi due paesi, questa tendenza verso il basso si è fermata con “volumi” di ore di lavoro pro capite largamente bloccati tra il 1995 e il 2008. Un altro modo per osservare queste tendenze è quello di confrontarle con il numero di ore di lavoro per nucleo famigliare piuttosto che per ogni singolo lavoratore. Negli Stati Uniti, tra il 1970 e il 2000, la settimana di lavoro (pagato) delle coppie sposate è cresciuto dalle 52,2 alle 63,1 ore (4).
Nel corso di questa crisi, nel dibattito pubblico dei principali paesi capitalisti l’assenza della questione della riduzione delle ore di lavoro come “rimedio parziale”, possibile, alla disoccupazione segna la fine di un lungo processo rivendicativo. Durante gli ultimi tre decenni la tendenza alla diminuzione delle ore di lavoro sull’insieme del secolo è nettamente rallentata. Nella maggior parte dei paesi, si è addirittura fermata. L’OCSE, il FMI e la Commissione europea si sono rallegrati per questo processo e lo considerano un miglioramento del tasso di “utilizzo del lavoro” (labour utilization). Anche se queste istituzioni non forniscono una definizione chiara sul concetto di tasso di utilizzo del lavoro, esso è chiamato a valutare l’intensità del lavoro (abitualmente calcolato in termini di produttività) ed anche il numero totale di ore di lavoro spese da una particolare popolazione (il tasso di disoccupazione, il tempo globale destinato alla formazione, l’estendersi della vita professionale, ecc.). Questa nozione si avvicina a ciò che i marxisti chiamano il tasso di sfruttamento.
Bisogna sottolineare che la media delle ore di lavoro non è il solo dato importante. Sono altrettanto importati il tasso di impiego (cioè la proporzione della popolazione che lavora per soldi) e il numero di anni necessari prima che i lavoratori possano andare in pensione. In Europa, durante la seconda metà degli anni ’90, a causa dall’aumento dell’età di pensionamento e dell’esplosione del tasso di lavoro femminile, l’utilizzazione del lavoro è cresciuta ad un ritmo più rapido che negli Stati Uniti (come afferma, con orgoglio, la Commissione europea nel suo rapporto Employment in Europe 2007 (5).

La crescita del tasso di utilizzo del lavoro è una caratteristica dell’epoca del neoliberalismo. Orari di lavoro di una durata sempre maggiore, flessibili e frammentati, sono tipici del “modo di vita” neoliberale. Nonostante le evidenti differenze delle durate del lavoro – quotidiane, settimanali o annuali – tutti i paesi sviluppati hanno accettato la necessità di un aumento del tasso di impiego così come di rendere gli orari di lavoro più flessibili: questi sono i due aspetti che alimentano l’utilizzo del lavoro.

La polarizzazione del tempo di lavoro

Durante il periodo neoliberale i paesi hanno modificato solo raramente le disposizioni legali – o i contratti collettivi – per quanto riguarda le limitazioni del tempo di lavoro. Al contrario, c’è stato un indebolimento delle norme collettive sul tempo di lavoro, con concessioni e soppressioni dei limiti precedenti; l’erosione e la decentralizzazione delle negoziazioni; l’introduzione di nuove forme di flessibilità, che rendono difficile ogni tipo di controllo sul tempo di lavoro, in particolare a causa dei “conteggi individuali” del tempo di lavoro; la personalizzazione degli orari di lavoro, con l’introduzione di meccanismi di deroga al rispetto di certi limiti in vigore (come, per esempio, la possibilità di lavorare fino a 60 ore la settimana, introdotta nello Stato dell’Ontario, in Canada); oppure anche l’accettazione di un importante “stock” di ore supplementari (come accade in Francia dal 2002 per “attenuare” gli effetti della settimana di 35 ore).
Gli attacchi alle norme sul tempo di lavoro si sono rafforzati con il passaggio da politiche basate sulla “protezione sociale” a politiche fondate sull’obbligo al “impiego” per poter ottenere tutti i sussidi (il cosiddetto workfare, o politica di attivazione dei disoccupati e delle disoccupate), costringendo a lavorare un numero sempre maggiore di persone ed obbligandoli a lavorare più a lungo prima di aver diritto alla pensione. L’individualizzazione e la flessibilità si basano più su un aumento della concorrenza che sulle preferenze dei lavoratori. Questa dinamica indebolisce considerevolmente la solidarietà tra la classe operaia. Ne risulta che queste trasformazioni vengono alimentate dalla concorrenza e non dall’estensione pura e semplice della giornata o della settimana lavorativa. Ne consegue una polarizzazione del tempo di lavoro, con una parte crescente di lavoratori che lavorano con orari particolarmente lunghi oppure particolarmente corti.

La Gran Bretagna si distingue per una ripartizione disuguale delle ore di lavoro. Anche se la polarizzazione è un po’ diminuita nel corso degli ultimi anni, un terzo dei lavoratori britannici nel 2008 lavoravano tra le 30 e le 45 ore. Il 30 % dei lavoratori uomini lavorava più di 45 ore la settimana, mentre solamente il 12% delle donne lavorava meno di 16 ore. In Germania, il 46% dei lavoratori maschi lavorava ancora 40 ore la settimana. La proporzione di lavoratori maschi attivi tra le 41 e le 48 ore è più che raddoppiata negli anni tra il 1995 e il 2008. Durante lo stesso periodo, la proporzione di donne che esercitava un lavoro salariato per meno di 20 ore è cresciuta del 60%.

Negli Stati Uniti, la percentuale dei lavoratori attivi 40 ore la settimana è scesa dal 48% nel 1970 al 41% nel 2000. Quella di coloro che ne lavorano 50 ore e più è passata dal 21 al 26,5% durante lo stesso periodo. Anche il Canada ha registrato una crescente polarizzazione degli orari di lavoro tra l’inizio degli anni ’80 e la metà degli anni ’90. Questa tendenza si è un po’ invertita tra il 1997 e il 2006. In Francia ed in Svezia gli orari di lavoro sono distribuiti in maniera più uniforme, con una percentuale di più forza lavoro attiva di meno di 30 ore la settimana. Ma la proporzione degli uomini attivi 40 ore e più è passata dal 20% nel 2002 al 35% nel 2008.

Tempo di lavoro e solidarietà della classe lavoratrice

L’erosione delle norme collettive sull’orario di lavoro è avvenuta parzialmente sotto l’effetto delle offensive padronali contro i sindacati e le “negoziazioni collettive”, come pure con l’adozione di leggi antisindacali. Ma, gli stessi apparati sindacali hanno indirettamente sostenuto questa trasformazione quando hanno sacrificato la rivendicazione della riduzione del tempo di lavoro, inserendola nelle misure concesse in quelle negoziazioni in cui hanno accettato che il tempo di lavoro venisse negoziato impresa per impresa, piuttosto che a livello di un settore economico. Accettando orari di lavoro più lunghi, anche solo come eccezione temporanea, i sindacati si sono arresi a una logica di negoziazione basata sulla concorrenza fra capitali, ammettendo così implicitamente che orari di lavoro più elevati possono “salvare l’impiego”.

Ma, orari di lavoro più elevati alimentano la disoccupazione invece di risolverla. La forza del movimento dei lavoratori e delle lavoratrici ne viene di conseguenza ancor più deteriorata, li rende ancor più vulnerabili di fronte alle rivendicazioni del capitale. In alcuni paesi, i rappresentanti dei lavoratori sono riusciti ad ottenere una riduzione degli orari di lavoro anche durante il decennio 1990.
Nel frattempo però, con la flessibilità e il passaggio a negoziazioni impresa per impresa, stanno pagando un prezzo troppo elevato. La flessibilità non è più molto lontana dall’individualismo delle regole e degli orari di lavoro, che conduce a deroghe supplementari come anche ad un’erosione accelerata delle negoziazioni collettive. Da quando la flessibilità marcia mano nella mano con la mercificazione, gli orari di lavoro ridotti e flessibili diventano rapidamente lunghi e ancor più flessibili.

Nei decenni che hanno seguito la Seconda Guerra mondiale, i sindacati hanno barattato a più riprese la rivendicazione di una diminuzione degli orari di lavoro per salari più elevati, come anche per una crescita (materiale) del livello di vita. Teorici come André Gorz hanno criticato questa tendenza perché invece di liberare il Lavoro dalla dominazione del Capitale, l’accelerazione del ciclo tempo di lavoro per un po’ più di soldi rendeva i lavoratori ancor più dipendenti dal Capitale (6). Questo tipo di accumulazione non era solamente fondato su uno sfruttamento crescente della forza lavoro, ma anche delle risorse naturali. Marx, da parte sua, aveva già sottolineato le analogie tra il sovrasfruttamento del lavoro e del suolo. Di conseguenza, la riduzione del tempo di lavoro è stata indicata come misura vitale per raggiungere forme più sostenibili della riproduzione umana come pure la possibilità di ampliare la libertà dalla dominazione capitalista.

Dagli anni 1980, nei principali paesi capitalisti, i salari reali sono aumentati moderatamente, per quel poco che sono aumentati. Con la scelta di barattare la riduzione del tempo di lavoro con salari più alti, le famiglie dei salariati si trovano ora in una situazione in cui devono passare più tempo al lavoro per mantenere i loro livelli di vita. E così per i sindacati diventa ancor più difficile poter convincere i loro membri a battersi per la riduzione del tempo di lavoro. La diminuzione del tempo di lavoro non è solo una riduzione settimanale o quotidiana, ma si manifesta anche sotto forma di pause pagate o di poter andare in pensione anticipata. Queste forme sono centrali per rilanciare la solidarietà della classe lavoratrice.

Poiché non dipende dai costi locali (da paese a paese) della vita, la diminuzione delle ore lavorative può e deve essere una rivendicazione internazionale, condivisa dai lavoratori e dalle lavoratrici di tutti i paesi (come dimostrato dal movimento per la giornata di lavoro di 8 ore alle fine del XIX° secolo). Distribuendo il lavoro disponibile tra un numero ampio di lavoratrici e lavoratori, la riduzione del tempo di lavoro non favorisce solamente i membri del sindacato, ma anche coloro che sono senza lavoro. Ecco sicuramente un motivo importante per continuare la lotta storica per una riduzione del tempo di lavoro.
La riduzione del tempo di lavoro offre alle persone la possibilità di iniziare a sognare – e a sperimentare – nuovi modi di vita alternativi, non capitalisti e più democratici. Per esempio, alcuni dei lavoratori che hanno ridotto le ore di lavoro a causa delle misure anticrisi non desiderano più di ritornare a lavorare a tempo pieno.
La riduzione del tempo di lavoro rende più facile la ripartizione tra lavoro pagato e lavoro non pagato ed anche in modo più paritario tra i sessi. Non è per caso che negli anni 1970 le femministe svedesi rivendicavano una riduzione generale del lavoro a 30 ore la settimana. La riduzione del tempo di lavoro è indispensabile affinché si possa ricostruire – oltre tutto in questa lotta – la capacità del movimento della classe lavoratrice di confrontarsi con il Capitale e costruire una società più ugualitaria ed ecologicamente sostenibile.

 

* Ricercatore presso il Centro della città attiva di Vienna, docente presso l’Università di Vienna. La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà.

 

1. Steffen Lehndorff, Before the Crisis, in the Crisis, and Beyond: The upheaval of collective bargaining in Germany, Institut for Work, Skills, and Training, University Essen-Duisburg, 2010.
2. Ellen R. McGrattan et Richard Rogerson, Changes in Hours Worked, 1950–2000, Federal Reserve Bank of Minneapolis Quarterly Review, 28: 1 (2004), p. 17.
3. OECD, OECD Employment Outlook 2004. Parigi, OECD, 2004.
4. J.A. Jacobs et K. Gerson, Understanding changes in American Working time in Fighting for Time: Shifting boundaries of work and social life, eds., C. F. Epstein et A. L. Kalleberg. New York, Russel Sage, 2004, pp. 25-45.
5. Commissione Europea, Employment in Europe 2007 (Brussels: European Commission, 2007), pp. 127-8.
6. Vedi André Gorz, Capitalism, Socialism, Ecology. London: Verso, 1994 [Ed. Italiana pubblicata da Manifestolibri nel 2911 con il titolo Capitalismo Socialismo Ecologia].

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