Tempo di lettura: 4 minuti

Alla fine il governo (perché una decisione del genere non può essere considerata solo responsabilità di un dipartimento) ha deciso di concedere al Centro Ovale di Chiasso l’autorizzazione permanente per le aperture domenicali.

Naturalmente resta aperta la questione dell’autorizzazione a far lavorare il personale in modo permanente la domenica: autorizzazione di competenze delle autorità federali (SECO) e che, allo stato attuale delle disposizioni di legge, non dovrebbe essere concessa. È evidente che dallo scorso 1° aprile, facendo lavorare il personale la domenica senza autorizzazione, i negozi ubicati presso il centro Ovale di Chiasso stanno commettendo una netta infrazionne alla Legge federale sul Lavoro (LL) con la complicità implicita del DFE, autorità competente a vegliare sull’applicazione della LL. È proprio su questo aspetto d’altronde che è intervenuto con una interrogazione Matteo Pronzini (pubblicata su questo sito negli scorsi giorni).

Il ragionamento fatto dal DFE per autorizzare l’apertura domenicale permanente, sulla base di una particolare interpretazione dell’articolo 9 del Regolamento cantonale di applicazione della Legge cantonale di applicazione della Legge federale sul Lavoro, è quello che i filosofi chiamerebbero una tautologia, cioè  un ragionamento di tipo circolare che per spiegare dei concetti usa i concetti stessi, cioè ripetendoli senza spiegarli.

Cuore del ragionamento attorno al quale il DFE ha preso la propria decisione è il concetto di “attrattività” economica delle aperture domenicali. Il centro Ovale avrebbe “comprovato” che l’apertura domenicale è attrattiva. Non sono stati diffusi dati precisi, ma si vocifera che il Centro Ovale avrebbe “dimostrato” che l’apertura domenicale  rappresenterebbe il 15-20% della sua cifra d’affari. E questo sembra essere il dato fondamentale a partire dal quale il DFE ha preso la propria decisione.

Ora, lo ripetiamo, si tratta di una ragionamento assurdo, che non spiega assolutamente nulla. Infatti esso potrebbe avere al limite un senso, qualora dei negozi , normalmente e tradizionalmente chiusi la domenica, incrementassero la loro cifra d’affari del 15-20% aprendo anche la domenica. L’evoluzione del commercio al dettaglio in Ticino, aggiungiamo, non ci pare andare in questa direzione.

Nel caso in questione invece abbiamo un centro commerciale, il Centro Ovale, che fin dall’inizio ha organizzato la propria attività  su 7 giorni, ovviamente domenica compresa. È evidente che la sua cifra d’affari complessiva si organizza sui sette giorni e la distribuzione della stessa all’interno dei diversi giorni della settimana, fin dall’inizio, si struttura in un determinato modo. In altre parole è la organizzazione stessa del centro commerciale, l’organizzazione dell’offerta a strutturare la domanda.

Era chiaro fin dall’inizio che un’apertura domenicale avrebbe consentito di realizzare tra il 10 ed il 20% della cifra d’affari proprio la domenica. Qualsiasi altro negozio al quale venisse concessa tale opportunità vedrebbe riorganizzata la distribuzione della propria cifra d’affari con una importante percentuale di domenica. Questo non significa che la attrattività della domenica è “comprovata”, ma semplicemente che la cifra d’affari viene “spalmata” su 7 giorni invece che su sei. È d’altronde quanto è successo con l’introduzione del prolungamento delle aperture serale del giovedì fino alle 21.00: qualsiasi cassiera vi spiegherà che quel che si vende di più il giovedì sera mancherà nella cifra d’affari del venerdì o del sabato.

Nel caso del centro Ovale l’assurdità del ragionamento del DFE consiste nel fatto  che è stata offerta, attraverso la concessione iniziale dell’apertura domenicale per i primi sei mesi, di strutturare l’offerta su 7 giorni: era fin dall’inizio evidente che una fetta della cifra d’affari si sarebbe concentrata sulla domenica, non foss’altro che per ragioni aritmetiche: se divido il 100% per sette ottengo una percentuale vicina al 15%, guarda caso proprio l’ordine di grandezza attorno al quale, secondo le dichiarazioni dello stesso Centro Ovale, si situa il margine della forchetta indicata.

In altre parole, fin dall’inizio si è permesso al Centro Ovale di strutturare la domanda (cioè la frequentazione del centro da parte dei clienti) organizzando in un certo modo l’offerta: il risultato non poteva essere diverso.

 

E ora?

 

Ora, si potrebbe dire molto semplicemente, bisogna far rispettare la legge, soprattutto poiché siamo di fronte a uno dei quei casi, rarissimi in Svizzera, nei quali  la legislazione difende un po’ le condizioni di lavoro. È appunto il caso degli articoli della Legge sul Lavoro (LL) che vietano, di regola, il lavoro domenicale. Per carità, sappiamo benissimo che a questi articoli è possibile derogare. Vi è una lunga lista ( l’allegato 1 all’Ordinanza 1 relativa alla Legge sul Lavoro) che spiega quali siano i settori produttivi che possono valersi del concetto di “indispensabilità tecnica o economica” potendo così  derogare al divieto del lavoro domenicale e notturno permanenti. Ma, fortunatamente per il momento, in questa lunga lista tutto il settore dei centri commerciali non c’è.

Ora si vorrebbe cambiare proprio partendo dal Ticino. Il governo ticinese (“orientato” dal DFE) ha concordato con la Deputazione alle camere federali (i/le rappresentanti di tutti i partiti?) una iniziativa parlamentare a livello federale che, immaginiamo visto che non l’abbiamo ancora potuta vedere, vorrà cambiare, moltiplicandole, le possibilità di deroga.

In altre parole un nuovo attacco a questo ultimo baluardo legale, già fortemente indebolito negli anni scorsi, contro il lavoro domenicale e notturno non socialmente necessario.

 

Tutti coloro che vogliono invece evitare un nuovo peggioramento delle condizioni di lavoro, tutti quelli che vogliono evitare che il Ticino diventi una specie di grande supermercato aperto sette giorni su sette, con le conseguenze ambientali, sociali e culturali a tutti note, devono battersi con coraggio contro questi orientamenti.

Lo devono fare innanzitutto  le organizzazioni sindacali, sia impugnando l’autorizzazione cantonale alle aperture, sia denunciando la situazione di illegalità per chi fa lavorare il personale la domenica e chiedendo un intervento delle autorità preposte alla vigilanza della  Legge sul Lavoro.

Poco importa che situazioni come il FoxTown possano “andarci di mezzo”. Perché in realtà non ci andranno assolutamente di mezzo. La loro realtà commerciale è talmente forte che riusciranno benissimo ad adattare la domanda all’offerta. Anche aprendo solo sei giorni la settimana non vi saranno sconvolgimenti di fondo sia nella cifra d’affari che nei margini di guadagno. Questo lo sanno tutti, a cominciare dai responsabili del FoxTown.

E non ci si preoccupi per le minacce che questo centro potrebbe fare in relazione all’esistenza o meno di un contratto. La realtà contrattuale del FoxTown è radicata tra i lavoratori e le lavoratrici? E allora,  quale problema ci sarebbe  a difenderla con la mobilitazione ?

Print Friendly, PDF & Email