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Quasi tre settimane fa (il 2 aprile) il compagno Matteo Pronzini ha presentato un’interrogazione con la quale chiedeva al governo una cosa molto semplice: come mai nei negozi situati all’interno del centro Ovale di Chiasso il personale possa, senza autorizzazione alcuna, lavorare di domenica, infrangendo cioè le disposizioni degli articoli della Legge sul Lavoro (LL).

Come noto questo centro ha ottenuto dapprima una autorizzazione temporanea sia per l’apertura che per il lavoro domenicale temporaneo: entrambe queste autorizzazioni, il cui rilascio è di competenza del cantone, scadevano lo scorso 31 marzo. Su richiesta del Centro Ovale poi è stata rilasciata dal DFE (competente in materia) l’autorizzazione per l’apertura domenicale permanente, sulla base del regolamento cantonale di applicazione della legge cantonale sul lavoro. A questo punto, tuttavia, i negozi ubicati al Centro Ovale avrebbero bisogno, per poter far lavorare il proprio personale, di un’autorizzazione al lavoro domenicale continuo, autorizzazione che può essere rilasciata solo dalle autorità federali (SECO).
Questa ultima autorizzazione non c’è e, verosimilmente, non ci sarà per molto tempo. Il che significa che al Centro Ovale di Chiasso si è deciso di lavorare di domenica in una situazione di aperta e forte illegalità. Un’illegalità tollerata dal capo del DFE Laura Sadis e dal suo dipartimento a cui compete, secondo le disposizioni stesse della LL, il controllo e l’applicazione della legge.
Pronzini non solo ha denunciato questa situazione di illegalità nella quale il governo cantonale è connivente, ma ha pure inviato la sua interrogazione al SECO (Segreteria di Stato all’Economia) e al Procuratore generale per verificare se i responsabili dipartimenti non stiano di fatto commettendo un reato venendo meno, intenzionalmente, ai loro doveri d’ufficio.
Quel che dovrebbe sorprende i difensori dello Stato di diritto (tutti quelli pronti ad invocare misure repressive appena vedono spuntare all’orizzonte un asilante) è che a tutt’oggi all’interrogativo posto da Pronzini nessuno si sia sentito in dovere di rispondere. Né il governo (possiamo comprendere il colpevole imbarazzo), né il SECO, né il Procuratore generale. Non solo non sono entrati nel merito di una questione pertanto chiarissima (tutti sanno e molti hanno potuto constatare e continuano a constatare che al Centro Ovale si lavora ormai da diverse domeniche senza la relativa autorizzazione, cioè infrangendo la legge), ma non si sono nemmeno degnati di comunicare all’interrogante di avere ricevuto la segnalazione e di avere intrapreso (o meno) dei passi.
L’unico ad essere giustificato (si fa per dire) è sicuramente il Procuratore Generale, John Noseda, il quale ci ha illustrato in modo chiarissimo che cosa significa una gestione politica della giustizia.
Infatti il Noseda era impegnatissimo in questi giorni a stilare il decreto di non luogo a procedere nei confronti delle 26 ditte coinvolte nello scandalo Asfaltopoli.
Il Procuratore doveva riesaminare il caso dopo che, la Camera dei ricorsi, aveva accolto un ricorso del Comune di Lugano contro il decreto d’abbandono pronunciato dal suo predecessore Bruno Balestra che, lo ricordiamo, aveva «assolto» le imprese di pavimentazione praticamente ancor prima di terminare l’inchiesta.
Noseda non si è smentito. Ha confermato il decreto di abbandono concretizzando in questo modo le motivazioni politiche che, da settimane ormai, venivano avanzate da tutti e che avevano portato, pochi giorni fa, allo scandaloso accordo finaziario tra Cantone e comune di Lugano da una parte e aziende coinvolte dall’altra. Con poche decine di migliaia di franchi mediamente a testa le imprese sono state liberate da ogni debito dopo che avevano gonfiato i loro prezzi nella misura di almeno 40 milioni.
A questo punto, e con perfetto tempismo, arriva il procuratore generale che, evidentemente, mai riaprirebbe una questione che vede impilicati – più o meno direttamente – una buona parte delle famiglie politiche di questo cantone (dai Pelli ai Sadis – Ugo-).
Così la giustizia mostra, ancora una volta qualora fosse necessario, la sua natura di classe. I padroni e la casta politica che li sosteniene non si toccano! Parola di procuratore «socialista».

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