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Il 4-6 maggio 2012 i giovani del MPS/BFS organizzano un fine settimana di discussioni a Rodi (Ticino). In questa occasione, i partecipanti delle tre regioni linguistiche del paese dibatteranno insieme di argomenti d’attualità, quali gli effetti della crisi economica sulla vita delle persone, l’oppressione delle donne nella società, il ruolo dei partiti populisti (UDC) nella situazione attuale, ecc.

 Pubblichiamo qui di seguito un primo articolo sul tema – la crisi economica – che sarà approfondito durante il fine settimana di maggio (Red.)

 

Nel 2008 la grande banca d’affari Lehman Brothers ha annunciato al mondo intero il proprio fallimento. L’inizio dell’attuale crisi è convenzionalmente legato a questo evento. In realtà, le prime avvisaglie di un imminente tracollo delle quotazioni borsistiche, seguito da una recessione, erano già evidenti durante l’estate del 2007, dopo lo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti, meglio conosciuta come la crisi dei mutui subprime.

 

I piani di rilancio? Un bilancio catastrofico…

 

A quattro anni dallo scoppio della crisi il bilancio è disastroso: il debito privato delle famiglie americane si è trasformato in un sovra-indebitamento del settore bancario. Le banche sono state “salvate” dagli Stati e la conseguenza è stata l’esplosione del debito pubblico che non ha risparmiato nessun paese, o quasi, del continente europeo. Il montante complessivo dei fondi pubblici trasferiti alle banche, praticamente senza nessuna contropartita, è enorme e quasi impossibile da quantificare. Le stime di un rapporto del Fondo monetario internazionale (FMI) del settembre del 2011 parlano di più di 200 miliardi di euro.

Tale importo permette in parte di comprendere la natura delll’enorme crescita della “spesa pubblica” che in realtà si caratterizza per un trasferimento di risorse a favore del sistema finanziario attraverso il seguente meccanismo: la Banca centrale europea (BCE) concede prestiti a basso costo alle banche secondarie fissando il tasso di interesse primario all’1%, inoltre ha esteso la scadenza dei prestiti da tre mesi a tre anni[1]! Questa riduzione del “costo del denaro”, per riprendere le parole del nuovo capo della BCE Mario Draghi, ha l’obiettivo di prevenire ciò che gli economisti chiamano credit cruch, cioè un irrigidimento del credito interbancario, minacciando i prestiti concessi alle famiglie ed alle imprese. Ma i fatti mostrano un’altra logica. Infatti, queste stesse banche secondarie, che prendono in prestito denaro dalla BCE, acquistano soprattutto titoli del debito pubblico per finanziare le spese dello stato. Il tutto a un tasso di interesse ben più elevato e che varia in media dal 3% al 7% (con picchi situati al 14% se si pensa ai titoli obbligazionari greci). Il conto è presto fatto: il rendimento per le banche è assicurato. A questo meccanismo se ne aggiunge un secondo: l’introduzione della “regola d’oro”, stabilita in occasione del vertice dell’Unione europea tenutasi il 30 gennaio 2012. Questa “regola” costringe i paesi a raggiungere il pareggio di bilancio, vale a dire la previsione della copertura totale delle spese per via delle entrate. Questi due meccanismi fanno parte delle misure che vengono subdolamente presentate come la ricetta per il “rilancio” della zona euro. Si tratta, in realtà, di una politica che, in nome dell’imperativo di “onora il debito”, mira a garantire il pagamento degli interessi sul debito pubblico, al fine di assicurare enormi profitti ai titolari del debito, vale a dire le grandi banche e i grandi investitori istituzionali.

 

Il costo sociale della crisi. Ovvero, l’austerità!

 

I dibattiti sul futuro della zona euro evidenziano una crisi di leadership della borghesia europea. Le drastiche misure di austerità mostrano nondimeno che non vi è alcuna ambiguità circa le loro intenzioni: far pagare la crisi a chi non ne ha colpa, ovvero ai lavoratori ed alle lavoratrici che costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione. Gli appelli al “sacrificio collettivo” si moltiplicano per risanare le casse dello Stato, ormai prosciugate da decenni di politiche economiche a favore del capitale e di recente ulteriormente indebolite dal salvataggio del settore finanziario. In un’intervista pubblicata il 30.11.2011 sul quotidiano friburghese La Liberté, il capo economista di UBS (banca che peraltro è stata salvata dalla Confederazione e dalla Banca Nazionale Svizzera, nel mese di ottobre 2008, con 68 miliardi di franchi) Andrea Hoefert sottolineava la necessità di una “terapia shock per la zona europea”, al fine di contenere il forte aumento dei tassi di interesse sul debito pubblico statale. In altre parole: i salariati dei paesi europei devono stringere la cinghia per permettere il rimborso del debito. Come abbiamo cercato di spiegare, tale rimborso è effettuato a favore dei veri detentori del debito pubblico che non corrispondono di certo ai cosiddetti “piccoli risparmiatori”. Si tratta quindi di un enorme trasferimento che, per essere realizzato, necessita della privatizzazione e della distruzione di tutte le reti di sicurezza sociale e della ricchezza sociale a beneficio delle grandi banche, delle compagnie di assicurazione e dei fondi sovrani . Siccome i fondi statali per ripagare il debito non possono che provenire necessariamente dal flusso di ricchezza reale (valore e plusvalore), si moltiplicano in tutti i paesi europei i piani di austerità che possono comportare la riduzione fino al 20 % degli stipendi pubblici, come pure dei licenziamenti di massa nel settore privato, l’innalzamento dell’età di pensionamento, aumenti significativi del livello dell’IVA (imposta iniqua poiché penalizza soprattutto le famiglie a reddito modesto), lo smantellamento delle assicurazioni sociali ed ondate di privatizzazione senza precedenti.

Come aveva già sottolineato Karl Marx nel primo volume del Capitale, il mantenimento ed il rilancio dei saggi di profitto passa, nel contesto dell’attuale crisi economica, attraverso “l’accrescimento sia dell’intensità sia della produttività del lavoro”, implicando una riduzione del salario sociale nelle sue componenti dirette ed indirette. Da cui la continua crescita della disoccupazione in Europa, che colpisce in particolare i giovani, con punte fino al 40-50% della forza lavoro in paesi come Spagna e Grecia. In questi paesi la povertà colpisce un numero crescente di persone e le pensioni spesso non sono sufficienti a pagare la metà del costo dell’alloggio. In Grecia, circa 600.000 famiglie vivono con un reddito annuo di 15’073 euro (circa 18’400 franchi!), mentre in alcuni quartieri inglesi una famiglia su tre vive con 20 sterline a settimana, un po’ meno di 29 CHF.

 

Comprendere per agire

 

Numerosi economisti e politici hanno speso parole e fiumi d’inchiostro per tentare di spiegare l’origine e le cause dell’attuale crisi economica. Le spiegazioni fornite dalla maggior parte di questi specialisti, sia che fossero di destra o di “sinistra”, ascrivono la responsabilità della crisi alla cupidigia dei banchieri e all’immoralità stessa del settore finanziario, sempre più terra di predatori. Questo è il motivo per il quale l’élite economica ritiene che una riforma del sistema bancario, attraverso l’abolizione delle pratiche considerate “eccessive” sarebbe in grado di ristabilire la fiducia (sic!) nei confronti del mercato e rilanciare il motore capitalista. Alcuni si spingono più in là, arrivando a formulare qualche timida proposta che mira a regolarizzare i mercati finanziari al fine di consentire la messa in opera di quello che già Keynes definiva come un “capitalismo saviamente governato”. Va sempre rimarcato che noi, socialisti rivoluzionari, non siamo i soli nel ritenere che questa crisi è strutturale, che è propria del sistema capitalista stesso. Questa idea sta guadagnando terreno anche nell’establishment economico e politico, a tal punto che anche l’ex presidente della Bce Jean-Claude Trichet, durante una sessione del Comitato europeo per il rischio sistemico, della quale è Presidente, ha definito nel mese di ottobre 2011 l’attuale crisi come una “crisi sistemica”. Si deve, tuttavia, per coloro che potrebbero pensare che questa affermazione si riferisce al passato politico di Trichet, che quello che qui viene rimesso in questione è un “sistema finanziario” inteso a sé stante. Quest’ultimo è ancora una volta giudicato colpevole di aver perso il contatto con la cosiddetta economia reale pregiudicando così la corsa del capitalismo verso il benessere.

Contrariamente alla maggior parte delle spiegazioni che ci sono offerte, noi siamo piuttosto dell’avviso che si possa parlare di una vera crisi del sistema capitalista nel suo insieme. Le origini della crisi non devono essere ricercate né nella morale o nelle pratiche individuali di un gruppo di banchieri incoscienti ed irresponsabili né in un sistema finanziario concepito come un’istituzione isolata, in antitesi rispetto all'”economia reale”. È quindi necessario chiarire il significato della parola “crisi”, spesso utilizzata quanto misconosciuta. Non è possibile comprendere l’esistenza di speculatori senza collegarli all’esistenza di un capitale speculativo, dei quali essi sono l’incarnazione, che trova la sua origine nel funzionamento stesso del sistema economico e che risponde a delle esigenze specifiche dell’accumulazione del capitale. La storia ci insegna che le crisi economiche sono la regola nel sistema capitalista, poiché ne rappresentano una caratteristica fisiologica. In questo modo, l’origine stessa dell’attuale crisi economica è da ricercare nella storia e nella struttura del capitalismo che, per poter esistere, produce e riproduce disuguaglianze e tende a ridurre tutte le cose ad una condizione di merce. Già nel 1861, Marx diceva che “se la vendita [di merci] non si verifica, c’è una crisi”. Che cosa significa questa affermazione? Che cos’è una crisi economica nell’attuale sistema capitalista? Qual è la differenza con una crisi propria di una società pre-capitalista? Quali sono le sue origini, i suoi effetti e le sue implicazioni sociali, politiche ed ambientali? Senza una reale comprensione di queste implicazioni e senza essere in grado di abbozzare una risposta credibile a queste questioni, qualunque azione politica tesa a risolvere la crisi e a prevenirne una nuova porterà necessariamente ad una situazione di stallo. Quando la storia accelera, come nel nostro presente, è unicamente attraverso la comprensione dei fenomeni economici e sociali che investono la nostra vita quotidiana che possiamo effettivamente lottare per un’altra società, basata su di una vera democrazia in grado di soddisfazione i reali bisogni della popolazione.

 

[1] La crisi finanziaria, che ha portato ad una generalizzata crisi economica, è anche una crisi di liquidità. I prestiti sul mercato interbancario hanno conosciuto una diminuzione straordinaria, a causa della perdita di “fiducia” tra le istituzioni bancarie (ciascuno, per buona ragione, è diffidente nei confronti della “salute finanziaria” degli altri). È in questo contesto che si deve comprendere l’operazione recente della BCE.

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