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I prossimi 1 e 2 giugno si terrà a Losanna un seminario di discussione sulla situazione economica e sociale in Europa e negli USA. Per quel che riguarda l’Europa una particolare attenzione verrà dedicata all’Italia. Quale introduzione a questa discussione abbiamo posto alcune domande a Lidia Cirillo, figura storica della sinistra radicale italiana, esponente oggi di Sinistra Critica.

 

Da qualche anno l’Italia, oltre ad essere confrontata con una profonda crisi economica e sociale, sta attraversando una crisi politica simile a quella degli anni novanta che portò al governo un certo Silvio Berlusconi. Il Governo Berlusconi è formalmente terminato con l’insediamento, il 16 novembre 2011, di Mario Monti, ex Commissario europeo e professore all’Università Bocconi di Milano. Quali sono state le condizioni oggettive che hanno portato alla caduta del governo Berlusconi e all’insediamento del Governo Monti?

 

La crisi del governo Berlusconi ha ragioni di diversa natura. Prima di tutto ha funzionato la cosiddetta legge del pendolo: uno schieramento perde terreno nell’elettorato quando governa e la propaganda elettorale è messa alla prova dei fatti. Una serie di segnali provenienti dal corpo sociale facevano pensare già da tempo che il governo Berlusconi non avrebbe avuto lunga vita e sarebbe saltato prima della sua scadenza naturale. Ricordo con piacere che una prima spallata al governo è venuta da una grande manifestazione di donne contro il maschilismo del leader, il 13 febbraio dello scorso anno. Ci sono state poi le sconfitte in elezioni amministrative, in cui la sinistra ha conquistato le due città più significative (Milano e Napoli) con leader appartenenti a formazioni politiche diverse dal PD e che sono apparsi all’opinione pubblica  più radicali. Ancora più importante il referendum contro la privatizzazione dell’acqua, vinto dopo anni in cui i referendum non passavano per il modo specifico in cui sono concepiti in Italia, cioè solo abrogativi e obbligati a ottenere il 50 per cento più uno per essere validi.

Anche le rotture interne sono state importanti: quella con Fini è avvenuta su questioni di gestione del partito, cioè per un conflitto tra un personale politico abituato alla oligarchia dei vecchi partiti e un capo abituato al potere assoluto dell’azienda. Berlusconi ha messo toppe alla lacerazione, comprando e corrompendo, ma quando le difficoltà del PDL sono apparse più evidenti, è cominciato un processo di sfaldamento. Gli scandali, gli atteggiamenti del premier, l’ironia sul personaggio da parte dei media internazionali hanno contribuito a renderlo poco credibile, poco utilizzabile per il lavoro sporco. Quando il momento del lavoro più sporco è arrivato si è cercata e trovata un’altra messa in scena, dopo che alla precedente credevano ormai solo in pochi. L’Italia, come già la Grecia e la Spagna, è diventata il bersaglio della troika (FMI, UE, BCE) e le sono state imposte politiche assai dure di austerità. Berlusconi avrebbe forse potuto continuare a comprare e corrompere per mantenere la sua traballante maggioranza, ma un governo discreditato  come il suo, con la sinistra tutta all’opposizione difficilmente avrebbe potuto permettersi il lusso di attaccare in maniera così selvaggia la popolazione. Se invece si fosse andati alle elezioni, quasi certamente la sinistra avrebbe vinto e avrebbe dovuto assumersi lei responsabilità gravissime con una destra all’opposizione scatenata e vendicativa. Nessun partito ha voluto assumersi il peso di tale responsabilità. La destra all’inizio si è presentata come la vittima di un complotto (vedi i soprattutto i quotidiani Libero e Il Giornale);  ha  poi rapidamente capito che aveva tutto da guadagnare e ben poco da perdere.

 

Come leggere dunque l’insediamento di Monti, una personalità che non veniva dal “mondo della politica” (non era mai stato un politico di professione)?

 

Il crollo di Berlusconi e l’ampiezza della crisi economica hanno aperto le porte a un governo di unità nazionale in una forma specifica.. La formula immediatamente usata dalla stampa italiana e internazionale per nominare il governo Monti è stata quella di “governo tecnico”. Questo termine fa riferimento alla composizione dell’esecutivo, costituito da banchieri, professori universitari, economisti e non da politici di professione.  Insomma si tratta di persone non elette e che non devono rendere conto a nessuno del loro operato. Si può dire, senza timore di esagerare , che i meccanismi tradizionali della democrazia parlamentare sono stati bloccati. Le principali forze politiche (PDL, PD e il cosiddetto Terzo Polo, un insieme di transfughi di destra e di sinistra, tra cui l’ex-leader dei post-fascisti Fini)  hanno consentito con il loro voto in parlamento l’insediamento del governo Monti. Questa dinamica propone in versione italiana l’attuale strategia politica europea di fronte alla crisi: la presenza del numero maggiore possibile di partiti al governo per ridurre al minimo l’opposizione!

Monti ha goduto di un forte consenso iniziale ed è  facile comprenderne i motivi. Innanzitutto i media lo hanno presentato come una persona estranea all’odiato mondo della politica, ai partiti in modo particolare che in Italia vivono un momento di  forte discredito. Non passa giorno infatti in cui la politica non sia investita da uno scandalo: utilizzo improprio di soldi pubblici, resoconti giornalistici sulla vita lussuosa dei politici italiani,rapporti con la mafia, corruzione ecc.     Si   può dunque immaginare l’effetto che ha avuto sulla gente la presentazione di un governo apparentemente estraneo a quel pantano, di persone serie e morigerate.  Il capo del nuovo governo è stato messo a confronto con quello del governo appena caduto. Da una parte l’immagine di serietà, di fermezza, di competenza di Monti, dall’altra una figura buffonesca e sempre più inquietante di Silvio Berlusconi. Monti è stato in qualche modo il contraltare di Berlusconi e questo è stato senz’altro utile per preparare il terreno alle future misure anti-sociali di Monti. Oggi la popolarità del premier è ovviamente molto in declino, anche più di quanto alcuni sondaggi compiacenti affermino.

 

Quale politica sta conducendo il nuovo Governo di fronte alla crisi economica europea?

 

Dopo appena un mese dal suo insediamento il Governo Monti ha presentato un decreto-legge, il cosiddetto Decreto- Salva Italia articolato attorno a tre punti: bilancio pubblico, previdenza e sviluppo. Questo pacchetto di riforme sono la ricetta che il Governo Monti propone per uscire dalla crisi. Esse seguono la linea dei piani di austerità portati avanti dai maggiori governi europei contro le loro rispettive popolazioni. Le misure più impopolari sono state le seguenti: é stata reintrodotta l’imposta sulla prima casa che il governo Berlusconi aveva abolita; la nuova tassa  , l’Imposta Municipale Unificata (IMU) (1)  è fortemente aumentata rispetto alla vecchia ICI. Calcolando che il 75% circa è proprietario di una casa, è facile capire il peso di questa tassa su un’importante fetta di popolazione, in gran parte proletaria. La  riforma delle pensioni, votata a dicembre dal parlamento italiano, prevede anzitutto l’accelerazione del passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo. Inoltre, viene aumentato il periodo di contribuzione minimo per poter beneficiare della pensione di anzianità, da 40 a 42 anni per gli uomini e da 40 a 41 anni e 1 mese per le donne. Chi va in pensione prima dei 62 anni di età, pur rispettando tutti i parametri legislativi, sarà fortemente penalizzato. Vi è inoltre un aumento graduale dell’età pensionabile per le donne che entro il 2018 andranno in pensione a 66 come i loro colleghi uomini. Per tutte le pensioni superiori ai 936 euro, è previsto il blocco dell’adeguamento all’inflazione per gli anni 2012 e 2013.  Nell’immediato la riforma colpirà soprattutto quei 350’000 lavoratori e lavoratrici rimasti senza lavoro né pensione per licenziamenti o per accordi. La stampa italiana li chiama “esodati”, da “esodo”: per ragioni diverse avevano abbandonato il lavoro, pensando che avrebbero presto preso la pensione e ora restano senza l’uno né l’altra. Vi è stata anche un’importante riforma della fiscalità. Forti aumenti di imposta per le persone fisiche a livello locale, soprattutto a livello regionale, attraverso un aumento generale delle aliquote di imposta. Introduzione di nuove tasse, come la tassa sui carburanti o il Superbollo per le auto a grossa cilindrata nonché l’aumento, previsto per il 1 ottobre 2012, dell’IVA (ordinaria) che passerà dal 21% al 23%. Più grave per il lavoro salariato   la controversa Riforma del lavoro che in Italia ha suscitato  mobilitazioni e proteste di lavoratori e lavoratrici, soprattutto  per la soppressione di fatto dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori del 1970. Questo articolo prevedeva  il reintegro per un lavoratore  licenziato senza “giusta causa”, ovvero senza prove e motivazioni concrete che legittimassero il licenziamento. La riforma di Monti si proponeva la soppressione del  concetto di “giusta causa”.  Le pressioni della CGIL sul Partito Democratico (uno dei sostegni del governo Monti) hanno imposto una correzione alla prima versione della legge, ma si tratta di una correzione solo formale.  Viene usata infatti una formula che riduce a casi eccezionali, come ha affermato lo stesso Monti, la possibilità di reintegro limitata ai casi di “manifesta insussistenza”. In realtà  la direzione aziendale può agevolmente rendere non manifesto un licenziamento e nasconderne il carattere discriminatorio.

Potrei continuare ancora a lungo, ma credo di aver dato un’idea di ciò che sta avvenendo in Italia con il sostegno di un partito di ex-sinistra, appunto il Partito democratico.

Per riassumere la natura di queste misure si potrebbe dire che Berlusconi toglieva ai poveri per dare ai ricchi, Monti invece toglie ai poveri e un po’ anche ai ricchi per dare ai ricchissimi! Per ricchi intendo il ceto medio reale che è anch’esso toccato dalla crisi poiché, ovviamente, la crisi colpisce anche i settori più deboli della borghesia come i piccoli imprenditori, i commercianti, i professionisti ecc.

 

Che ruolo e che atteggiamento assumono, di fronte a tali misure e di fronte alla crisi, le forze politiche cosiddette di “sinistra”, come il Partito Democratico (PD)?

 

Il PD conduce una politica liberista come tutti i partiti socialisti in Europa, ma in questo momento si trova a doversi misurare con il difficile compito di sostenere il più a lungo possibile il governo e nello stesso tempo di prendere le distanze dalle sue misure più antipopolari.  Si tratta di una difficile ginnastica in cui è impegnato anche il PDL. Tutti in qualche modo protestano e tutti continuano a sostenere il governo che, almeno sull’austerità, continua dritto per la sua strada. Monti sa che i partiti più forti dal punto di vista elettorale (quelli cioè che possono credibilmente candidarsi a governare) non hanno alternative e devono solo attendere che il cosiddetto governo tecnico abbia levato a sufficienza la pelle a un’area assai ampia di popolo italiano. Oggi nei sondaggi il PD risulta il primo partito, poco più del 28 per cento, ma la sua tenuta interna è fragile e nei mesi precedenti la crisi aveva manifestato crepe evidenti.

 

E alla sinistra del PD?

 

In parlamento non c’è nulla alla sinistra del PD. Non è come in Francia dove vi sono  forze politiche organizzate alla sinistra del partito socialista, come per esempio il Front de Gauche di Jean-Luc Mélénchon.  La sinistra ha conosciuto una crisi profonda negli anni scorsi. Non solo è stata costretta a uscire dal parlamento, ma è andato in pezzi il partito che ne aveva tentato la ricostruzione dopo la metamorfosi del vecchio parito comunista. Tuttavia oggi fuori dal parlamento c’è per la sinistra un potenziale elettorale abbastanza vicino a quello di Mélénchon. Si candidano a occuparlo ciò che resta di Rifondazione Comunista, che però da sola non andrebbe lontano perché i sondaggi le attribuiscono l’1,5 per cento; una delle scissioni di Rifondazione (Sinistra ecologia e libertà) accreditata invece di una percentuale del 7-8 per cento e che gode della popolarità del suo leader (Niki Vendola), un gay presidente della regione Puglia; una formazione (No debito) capeggiata del sindacalista della FIOM Cremaschi, le cui intenzioni rispetto alle elezioni non sono ancora del tutto chiare;  il “soggetto politico nuovo” che proprio lo scorso 29 aprile si è formato a Firenze con il nome Alba e su cui è difficile per ora fare delle valutazioni.  Tutti gli accordi e le alleanze sono possibili e nello stesso tempo tutto è fluido, instabile, mutevole. La realtà della sinistra italiana lascia due problemi irrisolti. Prima di tutto quello dei rapporti con il PD: il sistema elettorale italiano spinge ad alleanze elettorali che sono già state mortifere per Rifondazione, ma la storia si ripete soprattutto nel caso di SEL, che sembra intenzionata a ripercorrere la stessa via. In secondo luogo quello di alleanze, unità, reti che abbiano come obiettrivo il rafforzamento delle resistenze del lavoro salariato. Invece sembra che in Italia tutti i salmi debbano finire in gloria, cioè con il prevalere di preoccupazioni di tipo elettorale. La rete No-Debito aveva cominciato bene, cioè con l’intenzione di costruire un mpovimento contro l’austerità e il pagamento del debito.  Oggi sembra invece avviata verso il progetto di una formazione elettorale con tutti i rischi di perdita di forze, divisioni e cambio di percorsi. Si può solo sperare che le cose non vadano così.

 

Abbiamo parlato delle forze di sinistra che compongono il quadro politico italiano. Vogliamo parlare della destra italiana?

 

Sulla destra bisogna prima di tutto dire che , mentre la crisi della sinistra si è già consumata quella della destra è invece in atto. E’ in crisi la Lega Nord, un movimento politico che anche voi in Ticino conoscete bene (2). È un partito machista, razzista e populista ma che si presentava all’opinione pubblica come un partito duro, di combattimento, in lotta contro la corruzione e contro “Roma ladrona”.  Si è collocata all’opposizione del governo Monti  e sembrava in grado di raccogliere i consensi  persi dal partito di Berlusconi, perché troppo corrotto e per il suo appoggio incondizionato al governo. Ora però anche questo partito è stato travolto da un vortice di scandali, che coinvolgono la famiglia del capo (Umberto Bossi) (3) e membri illustri del movimento. Si può immaginare la reazione di militanti, simpatizzanti ed elettori di fronte alla rivelazione di rapporti con la malavita organizzata meridionale e la distribuzione del bottino dei rimborsi elettorali tra i figli del capo.  Uno sguardo ai dati recenti sulle aspettative di voto ci confermano uno scollamento della base leghista e dall’area di consenso elettorale.. La Lega passa infatti  da un’aspettativa del 9, 5% a una del 6,5 secondo sondaggi fatti quando ancora la crisi non si era manifestata in tutta la sua gravità.

Anche il Popolo della Libertà  è in travaglio e cerca una nuova identità, un nuovo nome, nuove alleanze e forse anche un nuovo leader, vista l’impresentabilità del vecchio. Probabilmente Berlusconi non si candiderà più, teme giustamente di essere ormai bruciato e ha tutto l’interesse a una vittoria elettorale (o a un forte condizionamento dall’opposizione) di un partito che possa controllare con i suoi soldi e le sue televisioni. L’ex premier non è infatti solo un politico, ma un imprenditore e un inquisito.

 

Prima abbiamo parlato della forze alla sinistra del PD, ma che mi dici delle forze a destra della destra istituzionale?

 

L’estrema destra fuoriuscita dal PDL e quella gruppuscolare sono irrilevanti dal punto di vista elettorale, ma cercano e trovano spazio tra i giovani a cui propongono talvolta strutture simili a quelle dei centri sociali,  un linguaggio radicale e momenti di scontro in cui sfogare la rabbia. Inoltre si caratterizza soprattutto per comportamenti di tipo squadristico, che rendono più difficile il lavoro politico, soprattutto quello della sinistra militante.

Tuttavia un’estrema destra alla Le Pen non si è ancora formata in Italia, forse perché quella che poteva aspirare a esserlo è stata assorbita dal partito di Berlusconi e apparentemente addomesticata.  Il ruolo di destra estrema lo ha giocato finora soprattutto la Lega, dei cui guai ho già parlato. Bisognerebbe concentrare l’attenzione in questo momento soprattutto sul movimento Cinque Stelle e sul suo leader, l’attore Beppe Grillo che ha molti elettori a sinistra e che forse accreditare alla destra tout court non è  giusto. Grillo tuttavia è caratterizzato da una forma di populismo e qualunquismo simile a quello della Lega, a cui  dopo gli scandali spera di sottrarre una parte dell’elettorato.

Come andranno le prossime elezioni amministrative (6-7 maggio) è difficile dirlo, non si può  sapere in quale direzione si muoverà l’ondata di antipolitica che caratterizza in questo momento l’Italia, forse in parte all’astensione, in parte a Grillo, in parte alle cosiddette “liste civiche” dietro le quali si nascondono i partiti che hanno fondati timori di non essere credibili e appetibili.

 

Cosa significa l’espressione “antipolitica”?

 

L’antipolitica è l’ostilità nei confronti dei partiti. Ovviamente l’antipolitica ha il suo versante più sviluppato a destra. Attribuire ai partiti tutti i mali di una società è una delle forme di depistaggio, che impediscono di individuare le loro ragioni autentiche. Si tratta di una vecchia tattica reazionaria, usata soprattutto da avventurieri alla ricerca di spazi e di poteri nelle istituzioni. Tuttavia sarebbe un errore lasciare alla destra l’utilizzazione dello sdegno contro ciò che sono oggi i partiti in Italia.

La tradizione rivoluzionaria del marxismo può usare alcuni argomenti forti per volgere in senso progressivo questo stato d’animo. Prima di tutto l’argomento che un eletto non deve guadagnare più di un lavoratore qualificato, secondo criteri dell’attuale composizione di classe e che può essere revocato nel caso non assolva i propri compiti. In secondo luogo bisognerebbe utilizzare il tema dell’auto-organizzazione e del controllo. Bisognerebbe dire che finché si continuerà a delegare ciecamente, finché non si imparerà a essere protagonisti-e  e non si eserciteranno forme di controllo, tutte le sorprese saranno possibili.

Oggi è in discussione l’entità dei finanziamenti ai partiti. L’Italia è tra le nazioni che spende più soldi per finanziare i partiti (4) .  Dal 1974 al 2011 essi hanno ingoiato 5.555.954.612,96 euro, secondo Sergio Rizzo sul supplemento del Corriere della Sera, Sette n.17 aprile 2012.

La gente pensa : ci prendono ogni giorno soldi dalle tasche, che paghino anche loro. E’ un ragionamento semplicistico?  Diciamo che è un discorso parziale, ma non privo di fondamento.

 

1. L’ICI fu un’imposta sul patrimonio immobiliare che grava sul valore del fabbricato con una percentuale fissa decisa dal Comune. L’IMU, denominata anche “nuova ICI”, è in vigore dal 1 gennaio 2012 e reintroduce l’ICI in forma aumentata. Le aliquote annuali sul valore locativo sono rispettivamente del  4 per mille per la prima casa e 7,6 per mille sulle seconde.

2. Il riferimento è diretto al movimento della Lega dei Ticinesi, seconda forza politica del Canton Ticino che detiene la maggioranza relativa nel governo ticinese. Giuliano Bignasca, presidente a vita della Lega, a partire dagli anni novanta intrattiene rapporti politici e personali con Umbero Bossi, leader storico della Lega Nord. La Lega dei Ticinesi ha salutato positivamente il recente risultato elettorale del Front National in Francia (cfr. http://www.swissinfo.ch/ita/rubriche/notizie_d_agenzia/mondo_brevi/Lega_dei_Ticinesi_si_complimenta_con_Marine_Le_Pen.html?cid=32546230).

3. Nei mesi di marzo e aprile scorsi la Lega Nord è stata travolta da un’ondata di scandali di tangenti e corruzione che riguardano direttamente la famiglia Bossi e alcuni esponenti chiave del movimento come Francesco Belsito.

4. In Italia il finanziamento pubblico dei partiti è stato vietato con un referendum abrogativo del 1993 et è  stato sostituito con una apposita legge che prevede dei “rimborsi elettorali“ attraverso i quali i singoli partiti ottengono ogni anno dallo Stato molti milioni di euro.

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