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La VPOD rappresenta il più importante sindacato del settore pubblico in Ticino, nell’ambito delle federazioni affiliate all’Unione Sindacale Svizzera (USS). Con i suoi quasi 5000 iscritti, d’altronde in progressione da qualche anno, la VPOD Ticino appare, anche agli occhi delle centrali sindacali, come un sindacato “in crescita” sia dal punto di vista “quantitativo” che da quello “qualitativo”.

Un’immagine che la VPOD Ticino si è ritagliata in particolare attraverso i suoi interventi di tipo istituzionale: in particolare referendum e iniziative, dopo che i suoi rappresentanti più accreditati (segretari o ex-segretari sindacali) hanno lasciato la presenza istituzionale (il Gran Consiglio e le principali commissioni parlamentari) per raggiunti limiti di età (Graziano Pestoni) o per rotazioni interne ai loro partiti (Raoul Ghisletta).

 

Una deriva sempre più istituzionale

 

Basta scorrere la risoluzione principale, votata alla assemblea dei delegati dello scorso 20 aprile, per rendersene conto. Tra gli obiettivi sindacali per il 2012 troviamo quasi tutti i temi oggi più importanti per un sindacato di settore: lotta al dumping, migliori condizioni di lavoro e di salario, difesa delle finanza pubbliche, miglioramento della formazione, rafforzamento dei contratti collettivi, ecc. Ma quel che colpisce è che quasi tutti questi obiettivi siano, in misura più o meno diretta, legati ad una iniziativa popolare o a un referendum. Iniziative e referendum che la VPOD ha lanciato da sola o con il concorso di altre forze politiche, svolgendo tuttavia sempre un ruolo propulsore, in particolare attraverso il coinvolgimento del suo apparato e di una parte delle sue strutture militanti, malgrado queste siano di fatto assai limitate.
Questa politica dura ormai da qualche anno e si è accelerata negli ultimi tre-quattro anni, paradossalmente in presenza di un approfondirsi della crisi economica e sociale e degli attacchi del governo contro le condizioni di lavoro del personale pubblico e la rimessa in discussione del servizio pubblico sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo.
Essa ha visto svilupparsi questa deriva istituzionale da parte della VPOD (sia ben chiaro: tutto il movimento sindacale è più o meno tributario di questa stessa dinamica) con il suo indebolimento dal punto di vista più squisitamente sindacale, cioè nella sua capacità di organizzare i lavoratori ed il conflitto sia sui luoghi di lavoro che nella società più in generale. Lo testimoniano, ad esempio, le modestissime partecipazioni alle iniziative sindacali di “mobilitazione” (le oramai rituali manifestazioni del mercoledì pomeriggio alle 17.00 in piazza governo che raccolgono, quanto va bene, due o tre centurie di lavoratori), o ancora la scarsa – a volte nulla – partecipazione alle assemblee sindacali. Anche la vita interna del sindacato è ormai boccheggiante dal punto di vista della partecipazione.

 

Una situazione sempre più difficile

 

Eppure, basterebbe sfogliare lo stesso giornale della VPOD , nel quale vengono dedicati articoli ai vari settori, per rendersi conto di come il disagio, chiamiamolo così, dei lavoratori e delle lavoratrici dei diversi ambiti del servizio pubblico sia sempre più grande.
Dai grandi settori (come quello ospedaliero pubblico sotto il controllo dell’EOC) a quello privato (della sanità o del servizio di assistenza domiciliare) a quello della scuola o dell’amministrazione generale (passando per quelli dell’assistenza agli anziani o della socio-psichiatria), tutti i settori soffrono degli stessi problemi. A cominciare da quello della ormai cronica mancanza di personale, dovuta alla diminuzione delle risorse a disposizione, confrontato con un aumento costante degli utenti del servizio pubblico. La qualità delle cure, ad esempio nel settore ospedaliero, ne risente immediatamente.
Lo stesso vale per molti altri settori, a cominciare da quello della scuola, oggetto di un continuo degrado delle condizioni di insegnamento ed apprendimento.

 

Costruire sul lungo periodo è possibile

Tutte queste situazioni vengono segnalate dal giornale sindacale. Vi si possono leggere risoluzioni, a volte anche analisi, rivendicazioni: tutto, assai spesso, giusto e condivisibile. Ma l’esito di queste risoluzioni e il percorso di queste rivendicazioni è segnato fin dall’inizio, perché esse si muovono in una logica di pressione istituzionale. Quasi mai si cerca la costruzione di un rapporto di forza attraverso un lavoro sindacale sui luoghi di lavoro, con la creazione di una presenza continua e significativa, l’unica che potrebbe garantire la realizzazione di un rapporto di forza che possa permettere una risposta reale ai problemi messi in luce.
Si tratta di un lavoro lungo, paziente e difficile. Un lavoro che necessiterebbe l’impegno costante e prioritario dell’apparato sindacale. Questo invece viene costantemente risucchiato da altri impegni: l’assistenza individuale, il reclutamento e, non da ultimo, le campagne a sostegno delle iniziative e dei referendum sui quali il sindacato ha fondato la propria linea.
Eppure un lavoro di costruzione di un sindacalismo attivo sui luoghi di lavoro, che contesti la logica dominante sia nelle sue dimensioni più strettamente sindacali che in quelle “politiche” è possibile. Ne ha fatto la dimostrazione (con tutti i limiti), il Movimento della Scuola (MdS) che in pochi anni ha di fatto imposto la presenza nelle scuole di un soggetto – di fatto parasindacale – che ha capacità di contestazione complessiva della politica dipartimentale sul tema della scuola. Un soggetto al quale, per crescere, manca appunto un minimo di struttura permanente che gli consenta di dare continuità e profondità organizzativa alla sua azione.

Continuando di questo passo la VPOD potrà certo continuare a crescere, magari anche ad ottenere qualche successo istituzionale. Non è invece sicuro che la sua azione di lobbying politico-istituzionale possa sul serio contribuire a impedire un peggioramento delle condizioni di lavoro nel settore pubblico, così come un degrado del servizio pubblico.

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