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Pubblichiamo il testo dell’intervento di Matteo Pronzini in occasione della discussione parlamentare su Linee Direttive e Piano Fiananziario (Red)

 

Appare molto strana la discussione su LD e PF così come appare sia dai documenti presentati dal governo sia dai rapporti sottoposti al parlamento.

La stranezza della discussione è data da un elemento che, per la verità, e sotto gli occhi di tutti: e cioè la crisi profonda, con tratti e dinamiche sistemiche, nella quale si trova il capitalismo. Una crisi che per il momento sembrerebbe investire solo l’Unione Europea ma la cui dinamica, ben presto, riguarderà anche altri punti fondamentali del capitalismo mondiale,a  cominciare dagli Stati Uniti e dalla Cina.

 

I documenti presentati, al di là di qualche accenno, non tematizzano  questo stato di cose se non da un punto di vista, il solito, che mette in collegamento l’evoluzione di questa situazione con le ripercussioni sulle capacità di azione delle aziende. L’idea di fondo è che ristabilite le capacità concorrenziali, finanziarie e produttive delle aziende i problemi si risolvono per tutti: ente pubblico, lavoratori, economia più in generale.

 

È questa la politica che ha ispirato i governi dei paesi europei in questi ultimi anni (a tutti i livelli) ed è questa la politica che anche il nostro cantone ha promosso negli ultimi due decenni e, mi pare, intende continuare a promuovere nei prossimi anni.

 

Senonché le cose mi sembrano assolutamente cambiate. Predicare, come si fa da più parti e come in un certo senso si auspica anche nelle LD, la combinazione di politica del rigore (se non dell’austerità) con politiche di crescita è una pura illusione, se non un grosso imbroglio.

 

È illusione (e imbroglio) perché sul piano del rigore e dell’austerità  le cose rischiano di funzionare. I tetti alla spesa, il contenimento del personale, i tagli al sistema pensionistico e il contenimento dei salari, il blocco della spesa sociale: tutto questo è il menù che, con formule  e proposte più o meno esplicite, è contenuto nelle intenzioni del governo e negli orientamenti di chi a questo governo partecipa e lo sostiene.

 

Rischiano invece di rimanere lettera morta (come lo sono stati in questi ultimi anni) tutte quelle buone intenzioni (per la verità assai limitate) di stimolare in qualche modo la crescita, in particolare con misure nell’ambito della formazione, del sostegno alle imprese, dell’innovazione, ecc. ecc.

E dico questo senza necessariamente fare il processo alle intenzioni. Non si tratta di cattiva volontà, anche se le misure appaiono assai modeste anche in una prospettiva interna al sistema. Ma si tratta di un problema più ampio che investe tutto il mondo capitalista nel quale la Svizzera ha una posizione importante.

Noi viviamo una crisi che ha un aspetto duplice: da un lato si tratta di una crisi di sovrapproduzione (basti pensare a molti settori industriali, in primis a quella automobilistica, per rendersene conto), dall’altro di una crisi di sovraccumulazione di capitale. In altre parole la torta dei profitti è troppo piccola per poter onorare in modo adeguato tutto il capitale che vorrebbe abbeverarsi alla sua fonte. Da qui la necessità di distruggere capitale (che significa licenziare milioni di salariati  – quello che si ama chiamare il capitale umano! -, chiudere interi luoghi e settori produttivi, ecc. ecc.). È la politica che stanno seguendo praticamente tutti i governi europei.

 

Senza una modifica fondamentale dei rapporti tra capitale  e lavoro, senza una radicale redistribzione della ricchezza, al situazione tenderà a peggiorare a sfavore dei salariati che oggi rappresentano la stragrande maggioranza della popolazione.

 

In questo contesto a qualcuno come me, che non crede a questa dinamica virtuosa tra promozione delle imprese e risposte ai problemi occupazionali e sociali con i quali siamo confrontati, interessa cercare di limitare i danni e gli attacchi che, in nome di questa politica,  rischiano di subire i salariati (come lavoratori e come cittadini). E da questo punto di vista non mi pare che LD e PF segnalino novità o, ancora di più, inversione di tendenza.

 

Due soli esempi.

 

Il primo, quello relativo al dumping salariale e sociale. Le indicazioni proposte su questo tema sono non solo assolutamente generiche (in realtà proposte ed indicazioni concrete per affrontare questo tema – centrale – non ve ne sono). Ma anche quel che vediamo avanzare all’orizzonte non è meno inquietante. Di fatti la concretizzazione di misure di accompagnamento (pensiamo ai salari minimi già fissati o che si vogliono fissare in alcuni settori) non fanno altro che approfondire e legalizzare il dumping salariale. Se voi stabilite, ad esempio, che è legale pagare un operaio dell’industria o una commessa o un impiegato 3’000 franchi al mese, quale speranza date ad un lavoratore che volesse vivere e lavorare in Ticino con un simile salario?

 

Un secondo esempio. Quanto sta succedendo nel settore della vendita  con i processi di liberalizzazione in materia di orari di apertura. Avevamo detto, nella polemica sul centro Ovale, che quella autorizzazione era un grimaldello per approfondire i processi di liberalizzazione: orientamento che sta alla base del progetto di nuova legge. Pochi giorni fa il DFE ce ne ha dato la conferma rispondendo, per il momento in modo negativo alla richiesta dei commercianti di Locarno di liberalizzare totalmente i commerci nei mesi estivi. Il DFE ha detto: ora non si può, ma con la nuova legge si potrà. Anche qui l’idea assurda che più mercato, più liberalizzazione, più flessibilità potrà portare salvezza al commercio. Ignorando che è nella ridotta capacità di acquisto dei salariati (indigeni ed esteri) che si situa il problema di fondo.

 

Termino quindi ribadendo il mio giudizio negativo sulle prospettive e le proposte delineate nelle LD e nel PF poiché orientate sostanzialmente su una continuità politica che privilegia il mercato e le sue dinamiche in un contesto in cui tutto questo ha dimostrato la sua assurdità, portando il mondo ai bordi di una vera e propria catastrofe economica, politica e sociale.

 

 

 

 

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