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I dati globali dell’Organizzazione internazionale del lavoro: 50 milioni di posti di lavoro persi dall’inizio della crisi, riduzione dei diritti, aumento della precarietà. Ma aumenta anche il malcontento e la sfiducia nei governi.

 

 

La crisi economica dura da circa tre anni. Finanzieri e grandi imprese hanno fatto il loro gioco e la loro collusione con i governi ha comportato che, al di là delle proclamazioni, la regolamentazione della finanza non si applica da nessuna parte mentre sono state prese molteplici misure che colpiscono le condizioni di vita della maggioranza della popolazione.

L’Organizzazione internazionale del Lavoro ha pubblicato lo scorso aprile il “Rapporto sul lavoro nel mondo 2012”. Questo rapporto vale soprattutto per la descrizione che fa dei diversi modi in cui la crisi impatta sui salariati e sulle popolazioni.

 

Cinquanta milioni di posti di lavoro persi

 

Un paragone tra il 2008 e il 2011 mostra che circa 50 milioni di posti di lavoro nel mondo sono scomparsi in relazione alla situazione precedente alla crisi. Un certo numero di paesi poveri o emergenti hanno continuato a creare un numero significativo di posti di lavoro ma non è il caso di tutti, nemmeno dei paesi sviluppati dove i tassi di crescita economica restano limitati, in particolare nell’Unione europea. La Germania è il solo grande paese sviluppato dove l’impiego si sia mantenuto in particolare grazie alla disoccupazione parziale. La situazione dei giovani è particolarmente critica: non hanno approfittato del piccolo miglioramento della disoccupazione nel 2011.

Il Medio Oriente e l’Africa del Nord registrano un tasso di disoccupazione dei giovani quattro volte più elevato di quello degli adulti. Il tasso di disoccupazione giovanile supera il 45% in Grecia e in Spagna (in Spagna è passato dal 18% del 2007 al 45,8 di oggi). La disoccupazione di lunga durata (superiore ai dodici mesi) è progredita nei paesi sviluppati, specialmente in Danimarca, Irlanda, Spagna, Gran Bretagna e Stati Uniti. In alcuni di questi paesi (come Finlandia, Portogallo, Paesi Bassi) si constata addirittura una riduzione della disoccupazione di lunga durata ma solo perché questo tipo di disoccupati sono scoraggiati e non cercano più lavoro (e dunque sono classificati tra gli inattivi). In altri paesi in via di sviluppo la riduzione della disoccupazione di lunga durata nelle statistiche corrisponde al fatto che le persone interessate si rifugiano nel lavoro informale. Non soltanto l’impatto della crisi non è stato “cancellato” ma, nei paesi per i quali i dati recenti sono disponibili, la tendenza dell’impiego è mediocre (salvo in Argentina, Messico e Brasile così come in Turchia e in Indonesia).

La qualità degli impieghi si è deteriorata. La parte dei posti di lavoro a tempo parziale e dei contratti a tempo determinato – di tipo diverso, compreso l’interinale – è aumentata tra il 2007 e il 2011. Gli impieghi a tempo determinato e interinali sono stati i primi a essere soppressi all’inizio della crisi ma poi le assunzioni si fanno soprattutto sotto questa forma. Un parte importante degli impieghi a tempo parziale non corrisponde a una scelta volontaria ma al fatto che non ci sono alternative per certi mestieri. Nei paesi in via di sviluppo, l’impiego informale resta importante. Tutti questi posti di lavoro sono impieghi a reddito più debole rispetto ai salari derivanti da impieghi stabili.

L’analisi degli impieghi creati tra il 2007 e il 2010 mostra che la maggioranza delle assunzioni si fa a livelli di remunerazione più deboli della media dei salari. E che questi impieghi a debole remunerazione sono spesso più instabili. La proporzione dei lavoratori poveri è aumentata in numerosi paesi e in particolare in Germania.

 

Minor accesso alla salute e all’educazione

 

L’accesso alla salute è peggiorato. Era già difficile in molti paesi poveri a causa dell’insufficienza dei sistemi di assicurazione-malattia. Ma l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e dell’energia ha ancora ristretto le risorse delle famiglie. L’aiuto internazionale è ristagnato o si è ridotto negli anni recenti. In Europa, il caso più drammatico è quello della Grecia con il taglio del 40% del fondo per gli ospedali pubblici. Numerosi greci sono stati costretti a rivolgersi alle Ong per accedere alle cure. Negli Stati Uniti, le famiglie devono sostenere ormai le spese della salute dopo la perdita del lavoro e dell’assicurazione-malattia che vi è collegata. Ed è lo stesso per l’accesso all’educazione. In certi paesi dove era già difficile, lo è di più. Ad esempio è il caso del Bangladesh dove si è verificato un aumento significativo degli abbandoni scolari dovuti al costo dell’educazione e all’accrescimento del lavoro dei minori per aumentare le entrate familiari.

 

I colpi al diritto del lavoro

 

Numerosi paesi hanno conosciuto riforme del diritto del lavoro. Queste riforme hanno riguardato frequentemente i diritti dei lavoratori permanenti (contratti a tempo indeterminato) ammorbidendo le regole sui licenziamenti (estensione del periodo di prova, riduzione dell’indennità e della durata dei preavvisi). Diciannove dei ventisette paesi dell’Ue hanno conosciuto simili riforme. Altro asse della riforma: i licenziamenti collettivi sono stati resi più semplici. Infine, la proporzione dei salari coperti dalle convenzioni collettive si è ridotta. Gli autori del rapporto sottolineano che non è stabilito che la protezione del lavoro sia in contraddizione con un buon livello di impiego. In seno all’Unione europea, Grecia, Spagna e Portogallo costituiscono i laboratori della deregolamentazione con delle riforme ad ampio raggio nel quadro dei piani di austerità. In questi tre paesi le leggi introdotte dal 2010 permettono di derogare agli accordi di categoria, riducono le garanzie individuali e collettive in caso di licenziamento. La Romania ha egualmente conosciuto tutta una serie di riforme dello stesso tipo. Misure simili ma meno globali sono state prese in Italia, Ungheria, Slovacchia, etc. Di fronte ai deficit pubblici e al problema del debito, le misure prese hanno toccato innanzitutto le spese pubbliche: i salari, gli investimenti, le spese sociali, gli stanziamenti. L’Unione europea è particolarmente avanzata: ventidue dei ventisette paesi Ue hanno bloccato o ridotto i salari del pubblico. Lo stesso numero ha visto ridursi le prestazioni sociali: fondi per disoccupazione e pensioni (rinvio dell’età pensionabile, diminuzione delle pensioni, accesso più difficile).

 

L’aumento del malcontento

 

Con questa impennata dell’insicurezza sociale, non c’è da stupirsi che, secondo l’indicatore costruito dall’OIL, il rischio di “social unrest”, (movimenti sociali) sia in aumento in diverse regioni del mondo: l’Africa e il mondo arabo in primo luogo ma anche paesi avanzati (Europea e America Latina) così come i paesi dell’Europa centrale e orientale o la Russia. Nel 54 per cento dei 106 paesi analizzati la fiducia nei governi si è ridotta tra il 2010 e il 2011.

Le nuove previsioni del Fmi di luglio 2010 confermano la fragilità della situazione economica mondiale. I Fmi nota anche che “la ripresa dell’economia mondiale, che non erra particolarmente vigorosa, ha di nuovo mostrato segnali di debolezza”. Lo scandalo del Libor (1) è un’illustrazione del grado di corruzione che incancrenisce la finanza. Le classi dominanti di numerosi paesi hanno come preoccupazione principale quella di sfuggire alle tasse e di mettere i loro capitali al sicuro nei paradisi fiscali (secondo uno studio americano (2), reso pubblico domenica 22 luglio dal settimanale The Observer, ammonta a circa 21 mila miliardi di dollari la somma dei capitali conservati nei paradisi fiscali, ndt). I governi, specialmente quelli della Ue, non hanno altro da proporre che l’austerità. Le forze della sinistra tradizionale si sono spesso allineate, nella sostanza, al discorso e alla pratica neoliberista. In diverse regioni del mondo, e in particolare nel mondo arabo e in Europa, uno snodo essenziale è sapere chi nei prossimi anni (islamisti radicali, fascisti, nazionalisti o magari le forze anticapitalismo) intercetterà e organizzerà il malcontento popolare.

 

* Henri Wilno è membro del Gruppo di lavoro economico del Npa

 

Tratto da Inprecor in uscita a fine luglio. Traduzione a cura della redazione de Ilmegafonoquotidiano.

 

1) Il Libor è un tasso di interesse di riferimento pubblicato quotidianamente a Londra e che dovrebbe riflettere il tasso al quale un campione di grandi banche collocate a Londra presta (tra di esse o ad altre grandi banche) del denaro a breve termine. Nel 2011 la banca Ubs ha rivelato alle autorità statunitensi che essa e altre numerosi istituzioni bancarie si sono accordate per 3 anni, dal 2006 al 2009, per orientare il tasso Libor. Un modo di abbellire la propria situazione ma anche di manipolazione a fini speculativi.

2) http://valori.it/finanza/tjn-nei-paradisi-fiscali-non-meno-21-mila-miliardi-dollari-5455.html

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