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Nel suo intervento alla conferenza stampa che annunciava la decisione di far applicare la legge sul lavoro (LL) e quindi di vietare il lavoro domenicale nei centri commerciali (FoxTown compreso),  Laura Sadis così concludeva: “Serve invece che tutti coloro che esprimono la loro preoccupazione…si diano da fare concretamente per modificare norme di legge che oggi impediscono l’apertura domenicale” (sottolineatura nostra).

 

Come programma politico non è male. E ci conferma anche quanto ormai da tempo andiamo dicendo: e cioè che l’obiettivo fondamentale di Laura Sadis è quello di fare diventare la domenica un giorno di lavoro normale, come tutti gli altri.

Il suo tentativo è stato chiaro fin dall’inizio: cercare di trasformare l’eccezione (il FoxTown) nella regola, in nome di una astratta «parità di trattamento» (per i padroni evidentemente), in nome dell’applicazione di una legge che per anni ha fatto finta di non vedere (lei come molti altri).

Il punto di vista con il quale le organizzazioni sindacali all’epoca decisero l’accordo FoxTown può certamente essere discusso e contestato, naturalmente a seconda del punto di vista che viene adottato. Si potrebbe dire, ad esempio, che quell’accordo non teneva conto degli sviluppi del traffico generati da questi centri commerciali, consapevolezza che oggi è generale. Sono passati quasi vent’anni ed è normale.

Ma se si valuta quell’accordo dal punto di vista dei salariati è evidente che fu un accordo importante e di grande valore. La legislazione sul lavoro vigente in Svizzera era ed è praticamente nulla. Possiamo anche affermare che non esiste una legislazione protettiva per i salariati. I confronti internazionali ci situano infatti sempre all’ultimo posto quanto a protezione dei lavoratori (e primi, naturalmente, in materia di flessibilità del mercato del lavoro). I lavoratori del FoxtTown avrebbero dovuto accontentarsi (anche se non è poco) della semplice protezione che impediva il lavoro domenicale. Rinunciando a questa protezione ne ottennero una complessivamente maggiore: settimana di 40 ore (per legge erano e sono 45), fissazione di salari minimi oggi attorno ai 4’000 franchi (la legge non prevede alcun minimo), diritto alla settimana lavorativa di cinque giorni, ecc. Tutti i negozi che avessero voluto installarsi nel centro commerciale di Mendrisio avrebbero potuto farlo solo aderendo al contratto collettivo.

Nella dichiarazione congiunta che avrebbe poi permesso tutta l’operazione si leggeva che “le organizzazioni sindacali non si oppongono dal canto loro alla possibilità di deroga al principio del divieto di lavoro domenicale – da esse riaffermato – nella misura in cui si trattasi di una situazione particolare, che non costituisca un precedente nella direzione di una liberalizzazione generalizzata degli orari e dei giorni di apertura”. Una «una tantum che non ammetteva ripetizioni. Infatti  quello “scambio” (contratto in cambio di flessibilità degli orari) non divenne  la strategia generale difesa dalle direzioni sindacali di allora. A conferma di questo  basti ricordare che, un paio di anni dopo, l’allora SEI (il papà di Unia) lanciò con successo il referendum contro la nuova legge cantonale sugli orari di apertura dei negozi, scontrandosi anche con l’OCST che allora aveva dato la sua adesione alla nuova legge liberalizzatrice in cambio della stipulazione di un contratto collettivo di lavoro per il settore della vendita con l’associazione padronale.

Laura Sadis e chi la sostiene ha voluto forzare la mano e tentare di utilizzare l’accordo FoxTown come leva per generalizzare il lavoro domenicale. Il Centro Ovale doveva essere la nuova importante esperienza dalla quale poi passare a tutti gli altri. Se fossero continuate le cose non vi sarebbe più stato alcun ostacolo a che questa pratica diventasse comune, in altri centri commerciali di tutte le zone di confine (Lugano compresa).

L’opposizione politica dell’MPS e quella sindacale hanno voluto giustamente e semplicemente bloccare questa strategia. Il DFE ha risposta rilanciando: o tutti possono lavorare di domenica o nessuno. È evidente che la nostra risposta non poteva essere che una sola: nessuno!

 

 

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