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Pubblichiamo qui di seguito l’editoriale dell’ultimo numero di Solidarietà (16 – 2012 del 4 ottobre 2012).

 

Le ultime settimane sono state caratterizzate dallo sviluppo di grandi manifestazione popolari, scioperi, momenti di contestazione diversa che hanno investito i principali paesi d’Europa (dalla Grecia alla Spagna, dal Portogallo alla Francia).

L’ampiezza e la profondità  di queste mobilitazioni non sono state tali finora da far indietreggiare i governi contro le cui misure di austerità esse si battono (con la felice eccezione del Portogallo dove il governo è stato, almeno per il momento, costretto a ritirare i suoi progetti).

Ma al di là di questo aspetto, gli attuali movimenti sociali che si sviluppano in Europa hanno alcune caratteristiche sulle quale appare più che mai necessario soffermarsi.

La prima,e forse più importante, è senza dubbio la diversità dei soggetti che vi prendono parte e delle forme di azione che essi utilizzano.

Infatti, accanto ai settori tradizionali di salariati (pubblici e privati) abbiamo visto emergere settori importanti di giovani precari, di pensionati, di donne; insomma un insieme di soggetti sociali coalizzati contro i governi e le loro politiche di austerità.

Questi soggetti sono poi caratterizzati dal ricorso a comuni strumenti di lotta sociale. Pensiamo, ad esempio, la ricorso alle occupazioni (di aziende, ma anche di suolo pubblico sull’esempio del movimento degli Indignados) tese a mettere in luce la necessità di una contestazione concreta, territoriale del potere padronale e governativo, nella prospettiva di una riappropriazione di beni pubblici e privati e la loro messa al servizio di bisogni sociali oggi ampiamente insoddisfatti.

La seconda caratteristica di questi movimenti è loro contestazione di governi sulla carta appartenenti a schieramenti politici diversi («sinistra», «destra», «centro»), ma che nei fatti conducono politiche sostanzialmente identiche, condividendo obiettivi uguali (basti pensare al patto di stabilità fatto proprio da tutti i governi europei).

Quello che accomuna tutti questi governi è quello che potremmo definire l’orizzonte del capitalismo reale: cioè l’idea che soluzioni in rottura con l’ordine capitalistico non siano né desiderabili (per i governi di centro-destra), né possibili (per i governi di centro-sinistra).

Significativo, ad esempio, come oggi il governo «rosso-verde» francese si pieghi alle esigenze dei grandi gruppi capitalistici che licenziamenti decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici  con la prospettiva di ristabilire tassi di profitto concorrenziali.

Un terzo elemento di questi movimenti è la desincronizzazione tra la loro forza di mobilitazione, la loro capacità di intervenire sul piano delle mobilitazioni sociali e la mancanza di una prospettiva quanto allo sbocco programmatico e politico di queste mobilitazioni.

Si tratta di una situazione non certo nuova, vissuta a più riprese nella storia del Novecento. Ma in passato molte volte la potenza di grandi movimenti sociali si scontrava, al momento di formulare un’alternativa anticapitalista sul piano politico, con la volontà moderata delle grandi organizzazioni del movimento operaio (fossero esse di matrice socialdemocratica o staliniana) preoccupate di recuperare e incanalare questa potenza nelle loro tradizionali strategie elettoralistiche.

Oggi tutto questo non c’è più. Restano forze politiche che, in un qualche modo, tentano di riproporre quell’esperienza (come il Front de Gauche in Francia o die Linke in Germania. Ma si tratta di forze che non possono essere paragonate, per radicamento sociale, a quelle alle quali abbiamo accennato in precedenza.

Compito della sinistra rivoluzionaria resta quello di sempre: essere parte attiva di tutte le mobilitazioni, partecipare al dibattito con queste forze neo-riformiste, delineare una prospettiva politica e programmatica di rottura con il capitalismo realmente esistente. Senza la quale la prospettiva della barbarie potrebbe assumere contorni sempre più distinti.

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