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Dibattiti, conferenze, interviste: non si contano più le occasioni nelle quali la piazza finanziaria ticinese lancia il suo quotidiano grido d’allarme su una situazione che starebbe precipitando con il rischio di minare il benessere di tutto il cantone.

 

Naturalmente le banche ticinesi sono in difficoltà, su questo non ci piove. E le conseguenze di queste difficoltà pesano sulla realtà economica ed occupazionale del cantone.

 

Ma tutto questo (ed è qui che non possiamo non esprimere la nostra sorpresa) non è né nuovo, né si presenta oggi con l’eccezionalità che spesso le si vuole attribuire. Solo chi, in questi anni, ha guardato con occhio distratto a quanto succedeva nelle banche può oggi dichiararsi “sorpreso” di questa situazione. Una situazione che non si sta degradando in questi mesi e non è segnalata solo dalla pubblicazione delle ultime statistiche sull’occupazione: è ormai un decennio che questa tendenza, lentamente ma inesorabilmente, si sta facendo strada.

Il primo dato sul quale vale la pena di riflettere è quello relativo all’occupazione nel settore bancario. Un’occupazione che, val la pena ricordarlo, non ha mai avuto un carattere di eccezionalità da punto di vista quantitativo. Basti qui riprendere alcuni estremi statistici per rendersene conto.

Ancora dieci anni fa le banche attive in Ticino (tralasciamo per il momento il settore para-bancario) non hanno mai occupato un numero importantissimo di dipendenti. Basti qui ricordare che nel 1980 in Ticino nel settore lavoravano 6439 addetti, grosso modo il numero che è stato recensito lo scorso anno (6856) e che ha sollevato l’ondata di preoccupazione alla quale abbiamo fatto cenno.

Certo, da allora vi sono stati diversi cambiamenti, con anche importanti mutamenti a livello del personale (legato anche alla presenza di nuovi istituti o a mutamenti nella struttura degli istituti stessi presenti sulla piazza). Ma questi mutamenti non hanno mai raggiunto picchi vertiginosi in materia occupazionale.  Basti ricordare che al massimo il settore bancario ticinese è arrivato ad occupare 8606 addetti (in un’epoca ancora recente – era il 2001) , ma grosso modo possiamo dire che, sull’arco di un quarto di secolo il numero medio degli impiegati attivi nel settore è sempre oscillato tra le 7000 e le 7500 unità.

Si tratta di una grande stabilità (se osservata nell’arco di quasi tre decenni); una stabilità che ha cominciato a dare segni di declino in sostanza nell’ultimo decennio (ci torneremo).

Le ragioni di questa stabilità sono molteplici. Sicuramente il grande aumento di produttività (frutto anche di una innovazione tecnologica permanente) che ha caratterizzato il settore. Basterebbe, a confermarlo, pensare alla poderosa crescita delle somme di bilancio che hanno caratterizzato in questi ultimi tre decenni gli istituti (o le filiali di grandi istituti) attivi sulla piazza bancaria ticinese. Ma a questo va aggiunta anche l’intensificazione dei ritmi di lavoro (altro elemento legato alla produttività), nonché la trasformazione generale del sistema di credito (automazione distribuzione biglietti, carte di credito, pagamenti on line, ecc.).

Ma la crisi attuale, è evidente, proviene anche dalla crisi più generale del settore bancario, legata  agli avvenimenti di questi ultimi anni che spingono sempre più a quella che potremmo chiamare una ristrutturazione permanente con l’obiettivo di mantenere un’adeguata remunerazione del capitale, anche alla luce del fatto che i profitti ottenuti da attività speculative diventano sempre meno facili. Per questo non sorprende che in Svizzera, come altrove in tutto il mondo, il settore bancario decida di diminuire i costi scaricandoli sul personale e, indirettamente, sulla collettività.

Questa tendenza alla ristrutturazione è tuttavia osservabile in Ticino ormai da un decennio a questa parte, e non è nemmeno in questi ultimi anni che essa si va accelerando, perlomeno da punto di vista delle sue conseguenze in termini occupazionali.

Basti, ancora una volta, richiamare il dato già citata degli occupati nell’anno 2001: erano 8606, un record. Ebbene, solo cinque anni dopo, nel 2006, erano 7538: più di 1000 posto persi in soli cinque anni (e nemmeno di fronte a grandissime crisi finanziarie come quella del 2008). Quei dati, sui quali avevamo modestamente attirato l’attenzione, vennero snobbati da tutti, convinti che il settore bancario sarebbe riuscito ad autoregolarsi e a produrre benessere, occupazione e ricchezza per tutti.

Un declino poi continuato in modo quasi regolare, anno dopo anno, accelerato – ma nemmeno molto – dalle evoluzioni della crisi finanziaria e da altre vicende (vedi i vari scudi) risultato della crisi che ha investito la situazione finanziaria degli Stato  a noi vicini e il loro conseguente bisogno di “fare cassa”.

Ora tutti vogliano correre ai ripari: “salvare la piazza finanziaria” diventa il tema ricorrente con il quale rischieremo di farci intossicare per molto tempo. In realtà la crisi della piazza cantonale altro non è se non il riflesso della crisi di un mondo e di un settore che negli ultimi anni ha contribuito pesantemente allo sviluppo di un modello capitalistico oggi senza più prospettive.

Solo un ripensamento  radicale di quel modello, a livello locale, nazionale e di internazionale, permetterà di intravvedere qualche elemento di uscita ad una crisi che si annuncia sempre più difficile.

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