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Il prossimo 14 novembre la Confederazione Europea dei Sindacati (CES), alla quale aderiscono anche le centrali sindacali del nostro paese, ha indetto una giornata d’azione europea contro le politiche di austerità che in molti paesi (e su indicazione degli accordi  stabiliti a livello dell’UE) vengono messe in cantiere.

 

Eppure il 14 novembre, come già spesso avvenuto in passato, siamo sicuri che non si andrà oltre qualche azione simbolica, anche in paesi che possono contare su una capacità di azione sindacale importante.

Infatti, mai come in questi ultimi tempi è apparsa  così profonda la contraddizione tra l’esigenza, da un lato,  di una politica sindacale internazionalista e conflittuale e, dall’altro, le pratiche nazionali e concertative. Ma come in questi ultimi anni nell’Unione europea appaiono sempre più illusorie le considerazioni su “un’Europa sociale”.

La Confederazione Europea dei Sindacati (CES) incarna tutte queste contraddizioni. L’articolo che segue cerca di  spiegarle attraverso l’analisi della natura e del ruolo di questa organizzazione.

 

Le origini

 

Per comprendere il ruolo della CES occorre ritornare alle fratture generate dalla guerra fredda.

Nel 1945 viene fondata la Federazione sindacale mondiale (FSM). Questa “internazionale sindacale”, con sede a Praga, condivide tutte le posizioni prese da Mosca –  ad esempio sulla questione jugoslava del 1948 [rottura con l’URSS]-  e diventa rapidamente una ramificazione dell’apparato staliniano internazionale.

A partire dal 1947, per contrastarla, l’imperialismo USA promuove la creazione della Confederazione dei sindacati liberi (CISL) che raggruppa rapidamente la maggior parte dei sindacati di tradizione socialdemocratica (in Francia: Force ouvrière) e liberale (per esempio: il sindacato americano AFL – American Federation of Labor). Questa CISL adotta  ben presto un orientamento apertamente filocapitalista, al quale si aggiunge un atteggiamento anticomunista aggressivo  [che non equivale a posizioni antistaliniste].

Accanto a tutto questo esisteva, fin dal 1920, la Confederazione internazionale dei sindacati cristiani, il cui nome ne spiega l’orientamento. Occorre ricordare  che se in Francia, il “sindacalismo” di obbedienza clericale è rimasto debole a lungo, vi sono paesi dove ha una forza significativa (Belgio, Italia,…).

 

Dal trattato di Roma agli anni ’70

 

Nel 1957 viene sottoscritto il Trattato di Roma che apre il processo che condurrà all’attuale l’Unione europea. Questo trattato non fa alcun riferimento ad un benché minimo diritto sociale. Viene creato solamente un Consiglio economico e sociale, che emana raccomandazioni di carattere totalmente facoltativo. Non vi si tracce, in quel periodo, di iniziative comunitarie in materia di salari, condizioni di lavoro, diritto di  sciopero, ecc.. Non è quindi senza ragione che struttre come la CEE e l’UE vengono caratterizzate come “costruzioni liberali”. In effetti, l’idea che sta alla base di questo tratato è quella di dare priorità “all’economia”, alle esigenze capitaliste – dando per scontato che da questo processo quasi per miracolo  sarebbe scaturito un nuovo “modello sociale”.

La CISL crea comunque un Segretariato sindacale europeo (SSE) che raggruppa le sue organizzazioni dell’allora “Europa dei sei”. La stessa cosa avviene da parte della centrale “cristiana”.

L’ SSE si limita a fare ciò per cui è stato creato: essere in grado di “rappresentare” i suoi aderenti in seno alle diverse istanze che verranno create man mano. E’ evidentemente fuori questione la rimessa in discussione delle  istituzioni della CEE e del trattato di Roma (e vi erano fin dall’inizio molti argomenti per farlo!). Ne ci si ricorda di  attività, anche minime, a sostegno dei  lavoratori dell’Est europeo in lotta contro lo stalinismo.

Di fatto, le organizzazioni sindacali “europee” sono state create solo per colmare il vuoto che, senza la loro creazione, sarebbe apparso a livello “comunitario”.

La parte preponderante della loro attività consiste nel partecipare ai diversi gruppi di lavoro che si moltiplicano a Bruxelles, anche se il peso del mondo sindacale rimane marginale. Ciò che Anne-Catherine Wagner scrive in un libro sulla questione, rimane indiscutibile: “Al momento, il sindacalismo europeo è innegabilmente un sindacalismo di rappresentanza, di consulenza e di negoziazione ad alti livelli, più  che un sindacalismo di mobilitazione. E’ presente e attivo soprattutto nelle istituzioni europee, anche se incomincia ad esistere anche nelle piazze  e in fabbrica”.[1]

La CES è sicuramente quel che comunemente si definisce una lobby. A conferma di questo si  può richiamare il fatto che la parola chiave delle loro riunioni sia la ricerca del “consenso comunitario”, un obiettivo centrale per questo  tipo di organizzazioni.

 

Un raggruppamento circoscritto

 

La CES viene costituita nel 1973, partendo dal SSE e dai “sindacati” cristiani. Gli statuti della nuova organizzazione affermano che: “La Confederazione Europea dei Sindacati ha in particolare il mandato di agire […] nel quadro del processo di integrazione europea”. Alle organizzazioni che la compongono si chiede dunque un sostegno assoluto ai processi di “costruzione europea” ed ai partiti – qualunque essi siano – che aderiscono a questo progetto, in un’epoca in cui molte organizzazioni hanno ancora una posizione di rifiuto della CEE (il TUC britannico, la CGT francese, ecc.)

Di fatto, la CES ha permesso il ravvicinamento di organizzazioni sindacali autentiche di tipo riformista – quelle legate alla socialdemocrazia – a quelle di tipo “cristiano sociale”, nell’ambito del progetto della “costruzione europea”. L’organizzazione si schiera apertamente  nel cosiddetto campo “atlantista” [2], nel quadro degli accordi di Yalta [febbraio 1945] il cui simbolo fu la divisione  della Germania. In sintesi, si trattava di far evolvere verso destra il centro di gravità del movimento operaio europeo. Non sorprendono le considerazioni espresse da Jean-Marie Pernot: “La CES supera le frontiere ideologiche del sindacalismo internazionale raggruppando nella stessa organizzazione sindacale laici, socialdemocratici, e sindacati cristiani europei. […] il centro di gravità ideologico di questo insieme si combina molto bene con il pensiero keynesiano delle caste tecnocratiche e politiche in Europa fino agli anni ’80.”[3]

Un esempio significativo: in Italia, in nome dell’”eurocomunismo”, il PCI, durante il decennio 1970, adotta una atteggiametno di stretta collaborazione con il regimo democristiano. Sul piano sindacale, la conseguenza è che sindacato controllato dal PCI, la CGIL, decide di riconoscere  la CEE. Risultato: “Nel luglio 1974, la domanda di affiliazione alla CES da parte della CGIL, seppur di orientamento  comunista,  verrà accettata contrariamente a quella della CGT francese. A quei tempi, la prima auspicava un rinnovamento democratico del sindacalismo ed i suoi membri, legati al PCI, approvavano “il compromesso storico” che legava il partito alla democrazia cristiana italiana. La CES considerava invece che la posizione della CGT si opponeva di fatto al riavvicinamento tra gli Stati europei ed alla costruzione europea”.[4]

Ciò non ha impedito il rafforzamento progressivo dell’organizzazione, che conta oggi 85 organizzazioni, tra queste la quasi totalità dei sindacati dei paesi membri dell’UE.

 

Gli anni Delors (1985-1994) – Maastricht

 

Passiamo ora agli anni ’70: occorre insistere sull’evoluzione iniziata da Jacques Delors dal suo arrivo a Bruxelles. Resterà nella storia come l’uomo politico che negli anni ’80 ha “rilanciato” la “costruzione europea”.

Quello che si sa meno è che Delors fu consigliere della CFDT [Confédération française démocratique du travail] prima di diventare consigliere del primo ministro gollista Chaban-Delmas (1969-72), e che, in quest’ultimo ruolo, inventò i famosi “contratti di progresso”, che miravano (già allora!) ad associare i sindacati alla gestione delle imprese e ad avanzare sulla via dell’integrazione. Colui che è stato alla testa della Commissione europea a partire dal 1985, è un pioniere della collabotazione capitale-lavoro.

Delors riattiva molto rapidamente il “dialogo sociale europeo” dando il via agli incontri di Val-Duchesse (1985). L’inizio di questi lavori è il (poco conosciuto) protocollo sociale annesso al trattato di Maastricht. Come è noto, questo protocollo stipula che qualsiasi  accordo sottoscritto dall’UNICE [Union of Industrial and Employers’ Confederations of Europe – Unione degli industriali europei] e dalla CES assuma il carattere di direttiva europea.

Si tratta di una svolta decisiva. A partire da questo momento  la CES non è più solamente un gruppo di influenza promosso da sindacati nazionali molto diversificati. Anche l’allora segretario generale aggiunto  della Confederazione lo conferma, spiegando che il trattato aveva permesso alla CES di passare “dal ruolo di lobby a quello di attore”…Grazie a questo testo, i cosiddetti “partner sociali” possono scrivere direttamente le direttive europee…

In questo contesto la CES si trasforma a poco a poco in una sorta di appendice della «DGV» [6], gloriandosi di conquiste di fatto puramente formali proprio negli anni in cui si procedeva allo smantellamento sistematico delle conquiste sociale dei lavoratori in Europa e la «costruzione europea» si inseriva integralmente nel quadro della «mondializzazione liberale» avviata a partire dal 1979.

Per contro, ancora una volta, il bilancio dell’«Europa sociale» appare ben magro – confermato anche dalla totale assenza di qualsiasi diritto di sciopero a livello europeo.

 

Dopo Maastricht

 

Sarebbe troppo lungo ritornare su tutti gli episodi che hanno scandito l’Unione europea in questi anni. È tuttavia indiscutibile che, dal punto di vista del capitale, il bilancio di Delors sia stato positivo, contribunedo in questo modo  a costruirne quel prestigio  di cui ancora oggi è circondato. A partire dall’Atto Unico (1986) si apre un periodo in cui la CEE, e poi la UE, avranno un ruolo decisivo nell’offensiva contro le classi lavoratrici  dei paesi membri. In nome della libera circolazione dei capitali e delle merci (quindi anche dei lavoratori), nascono le condizioni di un gigantesco dumping salariale. A partire dal trattato di Maastricht (1992), tutto ciò si è perfezionato con una politica di deregolamentazione, di rigore di bilancio, fino a giungere ad un’austerità salariale generalizzata.

Come dimenticare le diverse direttive europee contro i servizi pubblici (poste, trasporti….) e i dipendenti pubblici?  Ma, come ricorda lo stesso ex-presidente della CES, questo bilancio è  anche quello della Confederazione: “La caduta del muro di Berlino nel 1989 ha aperto un passaggio enorme verso la mondializzazione e il pensiero unico che renderà sempre più combattivo l’atteggiamento di un padronato sempre meno disposto a fare concessioni. L’UNICE ha dispiegato tutte le sue forze per imporre il punto di vista di un padronato determinato. La CES, in questo rapporto di forze sempre meno equilibrato, ha sottoscritto accordi e compromessi contestati che permettono di raccogliere qualche piccola soddisfazione per il congedo parentale, il tempo parziale, il contratto a durata determinata – ma che si inseriscono in un sistema liberale dominato dal capitale, guidato esclusivamente dal profitto e che incita di continuo alla competitività”.[7]

Aggiungiamo che evidentemente i dirigenti della CES sono stati complici nell’elaborazione del Trattato costituzionale europeo (TCE), facendo parte del Consiglio economico e sociale. (…)

Il ruolo della CES si è rafforzato dopo il 2000. Il  Comitato permanente dell’impiego è stato rimpiazzato dal “Vertice sociale tripartito” – UE – padronato – CES -, vero vertice della piramide che guida la politica “sociale” dell’Unione. L’obiettivo ideale è  «di garantire una partecipazione efficace dei partner sociali alla messa in opera delle politiche economiche e sociali dell’Unione».[8]

Con la CES, si vuole dunque associare le organizzazioni sindacali alla realizzazione di quella politica di deregolamentazione orchestrata da Barroso & Co.

 

In Francia…

 

Nel caso francese, particolarmente emblematico, il corrispondente privilegiato della CES è stato storicamente FO [Syndicat Force Ouvrière], con la benedizione delle correnti “trotzkiste” che vi svolgevano un ruolo importante [corrente Lambert]. E’ però vero che dall’epoca della direzione Blondel in seno a FO, si moltiplicano i segnali di disaccordo con la CES. Durante il congresso di Siviglia (2007) FO inoltra una raffica di emendamenti al progetto di programma (per i tre quarti respinti).

Nella CGT, il processo di riavvicinamento alla CES inizia nel 1995, con l’abbandono della FSM [Fondazione Sindacale Mondiale). Nel 1999 la confederazione aderisce alla CES, poco dopo l’arrivo al Segretariato generale di Bernard Thibault. Adesione fatta nonostante forti opposizioni interne, tanto era evidente che questo fatto accentuava il percorso “riformista” della centrale – partendo dall’accettazione dell’Unione Europea. Ancora oggi l’appartenenza della CGT alla CES pone problemi interni.

La direzione confederale della CGT si è inserita al completo nella CES, di cui un rappresentante, Joël Decaillon fu per lungo tempo segretario generale aggiunto della CES;  ha contribuito all’elaborazione del Trattato costituzionale (2003) ed è uno   fra i più ardenti difensori dell’apparato (questa posizione è stata infine criticata dalla Confédération, dopo un vivace dibattito interno). Anche la FSU [Fédération syndicale unitaire – insegnamento] ha ufficializzato la sua domanda di adesione (2011).

Per riassumere: anche in Francia, nel movimento sindacale, la questione CES prende la forma di un importante segnale politico di sostegno o  critica alle evoluzioni in corso.

 

Un’organizzazione ….dipendente

 

In sisntesi, il quadro che emerge dalla descrizione fin qui tracciata, è quello di un’organizzazione dipendente da “esperti” votata alla ricercata del “consenso” e largamente estranei ai militanti, ai sindacalisti di base. Anne-Catherine Wagner lo afferma con queste parole: “Contrariamente ad altre associazioni internazionali […] la CES non è il frutto di relazioni di lavoro o di premesse di aiuto reciproco tra i lavoratori di diversi paesi. Non è neppure il risultato, come spesso le confederazioni nazionali, di un raggruppamento di federazioni professionali o di strutture locali. Costruita di primo acchito “dall’alto”, in seguito ad accordi tra dirigenti sindacali, il sindacalismo europeo è il risultato diretto della costruzione europea”. [9]

Quel che ritma la vita della   CES sono le esigenze del  dialogo sociale.  D’altronde il  vademecum ufficiale dell’organizzazione spiega che “l’evoluzione della CES non dipende dalla lotta di classe ma dall’istituzionalizzazione della politica europea”[10]. Tutto ciò conduce ad una struttura radicalmente diversa rispetto a quella di un sindacato.  Nel corso degli anni, la CES ha sviluppato anche un’intensa attività di “formazione” destinata ai quadri delle organizzazioni che hanno aderito, evidentemente poco critiche  rispetto alla “costruzione europea”. Questo dispositivo serve principalmente all’Unione europea come conghia di trasmissione verso le organizzazioni sindacali europee, anche se certi interventi vengono elaborati in occasioni specifiche (salute, condizioni di lavoro). Senza dimenticare – appare evidente – che si tratta di una fonte di entrate importante che permette alla CES di sviluppare la propria attività.

Un visita al sito internet della confederazione permette di fare scoperte significative: vi si parla del “dialogo sociale europeo”, del programma per “meglio legiferare”,ecc. Ma è totalmente assente la lotta contro il patto di bilancio europeo (TSGC – Trattato di stabilità, coordinazione e governabilità), decisivo in questi mesi e che la CES, almeno a livello ufficiale, condanna.  A ognuno le sue priorità… In definitiva  non si può che dar ragione a Jean-Marie Pernot [11] (come a molti altri) quando definisce la CES come un’organizzazione di natura diversa dalle organizzazioni sindacali nazionali. Un’organizzazione sindacale infatti ha come obiettivo di organizzare i lavoratori di un settore, sulla base delle loro rivendicazioni,contro la propria classe capitalista e contro lo  Stato. E’ in questo senso che se ne parla come un possibile organo di base di una politica di fronte unico. Nella CES si è molto lontani da tutto questo: è un’organizzazione composta da quelli che potrebbero essere chiamati, per usare un’espressione celebre, i “luogotenenti  borghesi in seno alla classe operaia”, ex dirigenti della CISL, per soddisfare i bisogni della classe dominante.

Studiare la realtà della CES ci permette di capire l’esito di quel processo di integrazione del movimento operaio allo Stato, attualmente in corso. Il risultato sarà la creazione di strutture per un “dialogo sociale” colonizzato da “esperti” tuttologi.

 

Di fronte alla crisi

 

Un’analisi unilaterale della CES risulta riduttiva. Che questa organizzazione sia destinata al dialogo sociale non significa che si rifiuti di prendere iniziative sindacali quando se ne sente il bisogno.

Lo sviluppo della crisi capitalista e i suoi risultati terrificanti in Europa, hanno di fatto obbligato la CES a modificare in parte le sue posizioni. Non era possibile rinchiudersi in un ruolo istituzionale o tecnocratico mentre la disoccupazione, lo smantellamento dei diritti acquisiti, nell’UE crescono a un punto tale e sotto gli occhi  di tutti. La CES ha organizzato a Bruxelles diverse euro-manifestazioni, con tisultati diversi . Ha dovuto anche orientare i suoi interessi e i suoi interventi più «a sinistra» di quanto possano fare i partiti socialdemocratici europei (soprattutto se sono al potere). Interviene a sostegno dei servizi pubblici, conferma l’esigenza di un “New Deal”, di una politica per contenere la disoccupazione giovanile, ecc. Fatto senza precedenti: l’organizzazione ha preso recentemente posizione contro un trattato europeo, dichiarandosi contraria ad al patto di bilancio. Dopo il vertice del 28 e 29 giugno 2012, Bernardette Ségol, la  segretaria generale, ha dichiarato: “Il Consiglio europeo ha preso alcune misure che permettono di guadagnare un po’ di tempo, ma perdurano problemi seri. Forse le banche verranno salvate, ma non vediamo nulla che possa salvare i salariati, la protezione sociale ed i servizi pubblici. Il patto per la crescita non prevede nulla di veramente nuovo”.

Siamo lontani dalle grida di vittoria di François Hollande al termine di questo vertice! Incontestabilmente e qualunque cosa si pensi della CES, queste dichiarazioni hanno un certo impatto.

 

Resistere

 

Già a suo tempo Marx spiegava che: “la lotta di classe è internazionale nei contenuti ma nazionale nella forma”. Oggi ancora il nocciolo della questione al quale è confrontato il movimento operaio nasce dalla contrapposizione con la sua borghesia, con il suo Stato; l’essenziale non si gioca a Bruxelles, ma in ogni paese. Il nemico principale dei lavoratori spagnoli è evidentemente Rajoy e il suo governo, e i capitalisti spagnoli.

Se ne deduce che è indispensabile una coordinazione delle lotte su scala dell’UE. Perché ciò che traspare dalla crisi europea è che, in un’offensiva che si sviluppa in Europa, il ruolo dell’Unione europea è indiscutibile.

Occorre creare una struttura che permetta ai lavoratori e alle popolazioni di difendersi dai  piani  dell’UE. Ma questa struttura non può essere quella di un’organizzazione tecnocratica e dedita al dialogo sociale come la CES.

Occorre costruire una struttura per l’azione, per la lotta.

 

* articolo apparso sulla rivista francese «Tout est à nous», n° 36 (ottobre 2012). La traduzione è stata curata dalla redazione di Solidarietà.

 

1. Vers l’Europe syndicale. Anne-Chaterine Wagner, Editions du Croquant, 2005.

2. Questo termine si riferisce al trattato Atlantico-Nord, che ha dato origine alla NATO. Si sa che questa organizzazione fu il braccio armato dell’imperialismo contro l’URSS durante questo periodo

3. La CES, un acteur social de basse intensité. Jean-Marie Pernot, Revue Savoir/Agir n°8, 2009.

4. Nicole Tu, Les conceptions européennes des syndicats CFDT et CGT à travers leurs stages de formation Europe. Mémoire IEP Strasbourg.

5. L’UNICE (anche  Business Europe) è l’organizzazione padronale “europea”.

6. Direzione generale del lavoro, degli affari sociali e dell’adesione della Commissione europea

7. Georges Debunne, A quand l’Europe sociale? Editions Syllepse, 2003.

8. Carine Gobin, «Les faussaires de l’Europe sociale». Le Monde diplomatique, ottobre 2005.

9. Anne-Catherine Wagner, op. cit.

10. Emilio Gabaglio, Qu’est-ce que la CES? L’Archipel, 2003

11. Jean-Marie Pernot, op. cit.

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