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Allorché il Presidente Obama dichiara nel discorso sullo stato dell’Unione di voler aumentare il salario minimo USA da 7.25 a 9 dollari l’ora, pubblichiamo un interessante articolo sulla questione.

 

 

La lotta che mira ad aumentare il salario minimo negli Stati Uniti è una lotta di lunga durata che ha conosciuto un po’ di vivacità durante gli ultimi anni. Alcuni incredibili scioperi si sono svolti questi ultimi mesi – da quello dei lavoratori di Wal-Mart in occasione del Black Friday (il giorno seguente al Thanksgiving, fine novembre, che segna l’inizio delle vendite del periodo natalizio) fino a quelli dei fast-food di New York- per rivendicare, tra le altre cose, un aumento dei salari per alcuni lavori tra i meno retribuiti d’America.

 

Aumentare il salario minimo federale di 7 dollari e 25 centesimi l’ora (6  franchi e 70 centesimi) è una rivendicazione importante. È anche una questione di buonsenso. A causa dell’aumento del costo della vita, in particolare in città come New York, alcuni economisti affermano che il salario minimo orario dovrebbe essere di almeno 10 dollari e 50 (fr.  9.70) (1).

Una rivendicazione apparentemente così banale  suscita tuttavia ancora molte discussioni negli Stati Uniti. I politici sostengono che aumentare il salario minimo andrebbe a penalizzare le piccole imprese ; dal canto loro, imprese come, ad esempio, McDonald’s minacciano di procedere a dei licenziamenti di massa se il minimo federale venisse aumentato (2).

Queste affermazioni rappresentano una vera e propria mitologia, creata ad arte per alimentare  l’opposizione ad  una crescente consapevolezza tra i salariati e l’opinione pubblica che individua nel salario minimo un elemento fondamentale e realizzabile.

 

 

Alcuni padroni affermano di capire come mai i  lavoratori considerino che un salario orario di 7.25 dollari –vale a dire 15’000 dollari annui (fr. 13’870.-) per un impiego a tempo pieno – non sia un salario adeguato. Ma, aggiungono immediatamente, che non sono in grado di pagare  salari più alti. Questo obbligherebbe, sostengono di conseguenza, le imprese che dovessero aumentare i salari a licenziare per poter continuare le proprie attività. Numerosi studi hanno tuttavia dimostrato che questo argomento è pretestuoso.

Secondo il National Employment Law Service (organizzazione  di difesa dei diritti dei lavoratori con bassi salari), il 60% dei datori di lavoro che assumono lavoratori con bassi salari, non sono per nulla piccole imprese. La maggioranza è costituita da imprese che occupano più di 100 addetti. Queste imprese non solo si sono riprese dagli effetti della Grande Recessione (2007-2010), ma il 75% di loro consegue cifre d’affari superiori al periodo precedente la recessione.

Contrariamente alle affermazioni secondo le quali un aumento dei salari minimi le obbligherebbe a licenziare, la maggioranza delle imprese possono permettersi di pagare salari più alti e continuare a realizzare profitti. Quando singoli Stati hanno aumentato il salario minimo al di sopra dello standard  nazionale, si è registrata  una diminuzione della disoccupazione, un aumento dei consumi  e una situazione economica più stabile (3).

La maggioranza degli impieghi mal pagati sono, inoltre, concentrati in un numero ridotto di imprese. Prime tra tutte, Wal-Mart, McDonald’s e Yum! Brand – azienda che riunisce  Pizza Hut, Taco Bell e KFC (Kentucky Fried Chicken). La ristorazione conta il 60% di tutti i lavori a basso salario, che pagano i dipendenti meno di 10 dollari l’ora. Da McDonald’s, anche i “manager” medi fanno parte dei lavoratori a bassi salari (4).

L’aumento del salario minimo non toccherà che un numero ristretto di industrie, tra le quali mega-imprese che realizzano profitti record.

L’affermazione secondo la quale un’ impresa come McDonald’s non può permettersi di pagare salari superiori al minimo è qualcosa di assolutamente insultante quando si paragona il salario del suo amministratore delegato (CEO) a quello di un collaboratore di uno dei suoi fast-food.

Durante l’estate ho lavorato da McDonald’s a New York. Ho potuto fare due conti. James Skinner, l’ex CEO di McDonald’s, ha conseguito nel 2011 una remunerazione  di 8,75 milioni di dollari con compensazione (8,09 milioni di franchi), secondo i dati pubblicati  da Bloomberg (5). I lavoratori ricevono un salario di 7,25 dollari, vale a dire circa 15’000 dollari l’anno- sempre che riescano a conservare l’impiego per tutto l’anno.

Prendiamo il totale del salario di Skinner per il 2011. Considerando che lavora 40 ore alla settimana, otteniamo un salario orario di 4’200 dollari. In altri termini il CEO ha un salario 560 volte superiore a quello di un “lavoratore medio” di McDonald’s. 33’600 dollari al giorno, vale a dire il doppio del salario annuo di un lavoratore di McDonald’s. Se osserviamo queste cifre sotto un altro angolo, constatiamo che un “lavoratore medio” dovrà lavorare circa 600 anni per ottenere un salario equivalente a quello di Skinner del 2011. In un anno Skinner riceve più di quanto io potrei ricevere vivendo sei volte la mia vita, ad essere ottimisti…

Un altro mito creato ad arte in relazione  ai lavori a basso salario è  quello che afferma che questi sarebbero “offerti” principalmente ai giovani. L’immagine del “McJob” nell’immaginario collettivo è spesso quella di un giovane bianco che lavora in un fast-food prima di trovare un “vero” lavoro.

Benché  imprese come McDonald’s impieghino numerosi giovani e anziani (che devono lavorare per sopravvivere), la maggioranza dei lavoratori a basso salario sono, in realtà, adulti con più di una persona a carico. Sull’insieme degli addetti che lavorano per un salario minimo o un salario orario vicino a questo limite, il 76% sono adulti di 20 anni o più (6).

La maggioranza di questi lavoratori a basso salario sono, inoltre,… lavoratrici. Secondo il National Women’s Law Center, ogni 100 persone che lavorano a tempo pieno per un basso salario, 64 sono donne (7). Su questa cifra, una parte sproporzionata è costituita da donne di colore.

Le donne Afro-americane e Latine compongono il 12% del totale delle donne che lavorava (ufficialmente) nel 2011. Le Afro-americane occupano pertanto il 15% degli impieghi femminili a basso salario, mentre le loro colleghe Latine arrivano al 16% (8). Alcuni studi indicano che le persone di colore, già sovrarappresentate negli impieghi a basso salario, sono anche pagate significativamente meno dei loro colleghi bianchi.

Un aumento dei salari minimi non beneficerebbe quindi solo a qualche adolescente. Si tratta di una lotta che ha un effetto diretto su 35 milioni di persone i cui salari sono da considerare “miserabili” (9). Se  i lavoratori occupati a tempo pieno con bassi salari lottano per un aumento del salario minimo, tutti i lavoratori e le lavoratrici ne beneficeranno.

Tra gli impiegati del settore della ristorazione, ad esempio, si annoverano i lavori tra i più marginalizzati e i più sfruttati dell’insieme della forza lavoro. L’ottenimento di diritti  lavorativi in questi settori sarebbe una vittoria che potrebbe avere un impatto positivo in tutti i settori economici.

Per fare sì che questa lotta sia vittoriosa, si tratterà di prendere anche  in considerazione  questioni quali il razzismo e il sessismo sul luogo di lavoro; aspetti  utilizzati per giustificare tali condizioni di sfruttamento. La lotta contro queste forme di oppressione è indissociabile dalla lotta per l’aumento del salario minimo.

Il problema non è tanto il fatto  che McDonald’s non sia  cosciente dei salari ingiusti che paga o delle condizioni intollerabili che impone. La ragione per cui queste imprese non pagano dei salari più elevati dipende dal fatto che il successo del loro business dipende dallo sfruttamento dei lavoratori. McDonald’s opera con impegno per difendere i propri  interessi facendo pressione sul governo affinché mantenga nell’instabilità e nella marginalità i propri dipendenti.

Ronald Beavers, allora vice-presidente di McDonald’s, dichiarava nel 1995: “Loro (le squadre di lavoratori) non hanno diritto a un lavoro garantito. Non hanno una garanzia d’impiego, né condizioni di lavoro garantite.”  Il fondatore di McDonald’s, Ray Kroc, era in chiaro su quello che fa la sua impresa quando diceva: “Noi vendiamo loro un sogno e lo paghiamo il meno possibile.”

I profitti di McDonald’s sono il prodotto diretto dell’impiego a bassi salari e dunque di uno sfruttamento molto duro. Non dobbiamo quindi attenderci che McDonald’s modifichi la sua politica perché quel giorno non arriverà mai. I militanti devono continuare a organizzare la lotta per  un aumento del salario minimo, che d’altronde  si è rinvigorita nel tempo. Questa lotta può avere un impatto significativo sul movimento dei lavoratori e sulla vita di milioni di loro.

 

*Articolo pubblicato il 22 gennaio 2013 sul sito SocialistWorker. La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà.

 

 

1. http://www.raisetheminimumwage.com/facts/entry/nearly-64-in-100/

2.http://online.wsj.com/article/SB10001424127887324660404578197712511565672.html

3.http://www.huffingtonpost.com/2013/01/02/san-francisco-minimum-wage_n_2397920.html

4.http://www.epi.org/page/-/pdf/bp251.pdf

5.http://www.bloomberg.com/news/2012-12-12/mcdonald-s-8-25-man-and-8-75-million-ceo-shows-pay-gap.html

6.http://nelp.3cdn.net/02b725e73dc24e0644_0im6bkno9.pdf

7.http://www.raisetheminimumwage.com/facts/entry/nearly-64-in-100/

8.http://www.nwlc.org/resource/fair-pay-women-requires-increasing-minimum-wage-and-tipped-minimum-wage

9.http://arc.org/downloads/food_justice_021611_F.pdf

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