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verdiNon vorremmo che si pensasse che abbiamo qualche conto personale da regolare con Savoia o con i Verdi del Ticino. Se torniamo ancora con una riflessione sulla loro iniziativa costituzionale “Salviamo il lavoro in Ticino ” è perché la questione affrontata, quella del salario minimo legale, è troppo importante per permettere che qualcuno, al di là delle buone intenzioni, possa finire per combinare esattamente l’opposto di quanto si era prefissato.

 

Perché, dell’iniziative dei Verdi noi non solo pensiamo che sia inutile, ma che potenzialmente possa fare anche danni serissimi. In particolare se venisse accettata, possibilità tutt’altro che remota in un cantone come il Ticino che subisce il dumping salariale in maniera così forte. Ma proprio la sua accettazione potrebbe creare situazioni esattamente opposte a quelle per le quali, almeno nelle intenzioni dei promotori, è nata.

 

Quanto vale la dignità?

 

Nell’iniziativa che, lo ricordiamo, completa il testo della costituzione, si afferma che il salario minimo deve essere tale che a ognuno «assicuri un tenore di vita dignitoso”. Il salario rappresenta dunque, giustamente, un elemento decisivo nel conseguimento del reddito e quindi della possibilità di accedere ad un tenore di vita “dignitoso”. Naturalmente si potrebbe lungamente discutere su cosa significhi, concretamente, il termine «dignitoso» e, soprattutto, a partire da quale salario si ritiene che siano adempiute le condizioni che permettono di conseguire un tenore di vita dignitoso, come vorrebbe l’iniziativa dei Verdi.

Questo l’iniziativa dei Verdi non lo dice, non fissa un limite a partire dal quale un salario può essere considerato tale da permettere ad una persona di vivere, e prendiamo per buono questo termine, in modo “dignitoso”.

È sicuramente una delle mancanze maggiori, ma non certo la sola di questa iniziativa. Una mancanza per la quale, sinceramente, non possiamo prendercela troppo con i Verdi ticinesi. In Svizzera si sono susseguite, negli ultimi anni, tutta una serie di iniziative cantonali che hanno proposto l’introduzione di un salario minimo. Tutte sulla scia dell’iniziativa popolare lanciata e presentata dall’MPS nel 2007 e dichiarata irricevibile dal Gran Consiglio nel 2009. L’iniziativa era stata dichiarata irricevibile perché contraria al “diritto superiore”. Proprio la fissazione di un salario minimo valido per tutte le categorie era stato individuato come elemento contraddittorio con il diritto federale.

Ma tutte queste iniziative lanciate in seguito, al pari di quella dei Verdi, hanno abbandonato l’idea di proporre un minimo salariale valido per tutti, limitandosi a proporre l’introduzione della possibilità di fissare salari minimi per categorie e settori , in particolare laddove non siano già presenti contratti collettivi di lavoro (CCL), siano essi dichiarati di obbligatorietà generale (validi quindi per tutte le imprese appartenenti a quello specifico settore) o di contratti di settore che hanno un carattere obbligatorio solo per le aziende che vi aderiscono. È questo il caso dell’iniziativa giurassiana e dell’iniziativa dei Verdi ticinesi.

Il risultato di questa impostazione è che molti lavoratori, già oggi vittima di dumping dovranno continuare a subire questo dumping se nel loro settore vige una qualsiasi disposizione contrattuale (e poco importa che siano salari da fame : vi sono molti CCL che, come vedremo qui di seguito, rispecchiano tale situazione). A questo inconveniente se ne aggiunge un altro: il salario minimo, quello che dovrebbe garantire agli occhi dei Verdi ticinesi, un tenore di vita “dignitoso” sarà a “geometria variabile”, dipendendo dai salari mediani nazionali, dalla percentuale che il governo fisserà, dall’esistenza di CCL nel settore, ecc.

Non avremo cioè, ammesso che dei salari minimi verranno decretati con questa iniziativa (ancora tutto da verificare), un solo salario minimo, ma diversi salari minimi, che potranno variare anche di molto. Ad esempio avremo dei salari minimi di 2’600-2’700 franchi lordi che, in presenza di un CCL valido o di un accordo obbligatorio, saranno considerati tali da garantire un tenore di vita “dignitoso”; ed avremo altri salari (magari in presenza di salari mediani nazionali assai elevati) che saranno ben più elevati (magari attorno ai 3’700-4’000 franchi). In altre parole: per alcune categorie la “dignità” dovrà essere garantita con un salario da fame, per altri tale “dignità” avrà livelli superiori del 30-40%.

Si tratterebbe di una situazione non solo iniqua, ma assolutamente contraddittoria rispetto a quella che vorrebbe essere la logica stessa dell’iniziativa. Perché, quando nel fissare l’obiettivo generale, l’iniziativa prende come punto di riferimento la necessità che il salario minimo concorra al raggiungimento di un tenore di vita “dignitoso”, il riferimento non è la realtà produttiva del lavoratore (il suo settore di attività, la sua mansione, ecc.) , ma il suo livello di vita, qualsiasi siano le sue caratteristiche professionali. In altre parole l’iniziativa prevede, nelle sue considerazioni introduttive, che qualsiasi salariato (qualsiasi sia la sua collocazione nel mondo del lavoro) debba avere diritto ad un salario minimo che gli permetta di vivere “dignitosamente”: e la dignità delle condizioni di vita non deve essere determinata dalla condizioni professionali concrete. Che sia cassiera in un supermercato, procuratore di banca o metalmeccanico: questo non può e non deve avere influenza su un tenore di vita “dignitoso”, minimo potremmo dire restando sulle parole e non addentrandoci nelle cifre concrete: la dignità che questo salario deve garantire deve essere collegata a bisogni fondamentali che debbono essere garantiti e non certo alla funzione professionale svolta. A meno, come detto, di considerare diverso il grado di dignità al quale possono ambire lavoratori con qualifiche ed inserimento professionale diversi.

Ed è proprio qui che cade miseramente l’iniziativa dei Verdi ticinesi. Perché, dimenticando la giusta premessa iniziale, l’iniziativa stabilisce la dignità del tenore di vita in modo differenziato, sulla base dei profili e dell’inserzione dei lavoratori nei diversi settori. Sostenendo che i salari minimi possono essere di versi, adattati alla “mansione” o al “settore economico” abbiamo una moltiplicazione dei minimi salariali che manda a farsi benedire qualsiasi discussione seria sul tenore di vita “dignitoso”.

 

Dividere i salariati

 

Nessuno potrà certo negare che oggi uno dei problemi maggiori con i quali ci si trova confrontati è la divisione dei salariati. Una divisione che vi è sempre stata, sulla base di qualifiche, statuti, organizzazione del lavoro diverso. La frantumazione del salariato è uno degli elementi costitutivi di qualsiasi strategia padronale. E gli ultimi decenni, attraverso processi quali la diversificazione degli statuti, la esternalizzazione delle funzioni, la precarizzazione delle forme del lavoro e della loro organizzazione, hanno visto approfondirsi fortemente la divisione dei salariati.

In Ticino poi, queste divisioni legate all’organizzazione capitalistica del lavoro sono state ulteriormente rafforzate da divisioni legate ai bacini di provenienza dei lavoratori. Non vi sono dubbi che la presenza massiccia di lavoratori frontalieri, nel quadro di una politica di riorganizzazione della produzione e di una modificazione dei rapporti tra capitale e lavoro, ha ulteriormente costruito barriere di carattere culturale e sociale che possono rappresentare un ostacolo importante nel tentativo di unire i salariati sui luoghi di lavoro a difesa delle proprie condizioni di lavoro.

Una proposta che tende ad introdurre una molteplicità di salari minimi, legati alla mansione e al settore, costituisce senza dubbio una ulteriore formidabile spinta ad approfondire i processi di divisione già fortemente in crescita tra i salariati.

Un salario minimo legale come lo immaginiamo ( e d’altronde come viene concretamente realizzato in tutte le parti del mondo dove esiste) dovrebbe avere invece l’obiettivo di tentare di unificare su una base minima – ma possibilmente la più elevata possibile – la condizione dei salariati. Un salario minimo intercategoriale sarebbe un elemento di unificazione e non un elemento di divisione ulteriore come invece propone il modello basato sulla presenza di diversi salari minimi, come proposto dall’iniziativa dei Verdi ticinesi.

Una proposta che, inoltre, va proprio nella direzione opposta a quella dei CCL il cui obiettivo fondamentale è proprio quello di unificare le condizioni minime dei salariati in modo che non vi sia concorrenza verso il basso.

 

Non può fare male…

 

Qualcuno degli amici Verdi ticinesi ci ha fatto notare che, forse, abbiamo ragione nel mettere in rilievo le insufficienze dell’iniziativa, e che, forse, essa non risolve concretamente il problema del dumping. Ma, aggiungono, essa permette perlomeno di affermare un principio (quello del salario minimo) e, in ogni caso, l’iniziativa “non fa del male”.

Sul fatto che essa permetta di affermare il “principio” del salario minimo abbiamo già detto: essa, piuttosto, distrugge il concetto stesso di salario minimo. Ma anche sull’idea che essa non possa in ogni caso fare danni, abbiamo qualche riserva.

Quella fondamentale porta sulla competenza che l’iniziativa affida al Consiglio di Stato di stabilire (attraverso una percentuale del salario mediano nazionale) i salari minimi per mansione e settore economico.

Già nella designazione dell’autorità che fissa questi salari minimi notiamo un atteggiamento, diciamo pure, un po’ furbesco da parte dei Verdi ticinesi. I Verdi hanno infatti ripreso quasi integralmente l’iniziativa approvata nel canton Giura, ma, particolare decisivo, hanno pensato di sostituire l’autorità che fissa i salari minimi. Nel Giura tale compito viene affidato al Parlamento: in Ticino, come detto, al Consiglio di Stato.

È una differenza non secondaria e gravida di conseguenze negative per tutta una serie di ragioni.

La prima, che tutti possono immediatamente afferrare, è che le decisioni del governo sono difficilmente impugnabili, contrariamente ai decreti del Parlamento che possono essere oggetto di referendum. Difficile (per non dire impossibile) sarà contestare la decisione su un salario minimo fissato dal governo. Il governo deciderà la percentuale rispetto al salario mediano nazionale, il governo deciderà cosa significa, settore per settore, mansione per mansione, un salario che permetta di mantenere un livello di vita “dignitoso”.

Le esperienze fatte fin qui nel nostro Cantone non appaiono incoraggianti. Il Consiglio di Stato ha finora dimostrato di voler utilizzare in modo del tutto inadeguato e controproducente la possibilità che oggi già gli è offerta di fissare salari minimi per combattere il dumping salariale. In realtà il governo, animato più dal desiderio di garantire efficaci condizioni di concorrenza e competitività alle imprese, ha utilizzato la possibilità offertagli dall’attuale legge per introdurre salari minimi legali che, anziché combattere il dumping, tendono a favorirlo.

L’esempio più recente in questa direzione è stata la decisione del governo di fissare un salario minimo di 3’000 franchi mensili nel settore della vendita per in negozi con meno di 10 dipendenti. Questa decisione (che concerne diverse migliaia di salariati, la metà circa delle persone attive nel settore) interviene in un settore nel quale i salari minimi finora riconosciuti da CCL aziendali (Migros, COOP, Manor, FoxTown) ruotano attorno ai 4’000 franchi, cioè il 30% in più rispetto al salario fissato dal governo. E alcuni di questi CCL (come quello che regola i rapporti di lavoro al Centro FoxTown) riguarda proprio negozi che hanno quasi sempre meno di 10 dipendenti. Ora, non vi sono dubbi che fissando a 3’000 franchi il salario minimo di riferimento per un settore nel quale la metà degli occupati può contare su un salario minimo attorno ai 4’000 rappresenta una potente spinta verso il basso di tutto il movimento dei salari. Una dinamica cioè di dumping salariale.

Potremmo moltiplicare gli esempi per mostrare come questo potere assoluto concesso al governo indebolisce ulteriormente la proposte e costituisce, di per sé, un elemento negativo. Naturalmente la scelta di non delegare al Parlamento la fissazione dei salari contribuisce ad evitare ai parlamentari (Verdi compresi) scelte “impopolari” (leggi: la fissazione di salari troppo bassi) che metterebbero in evidenza la discrepanza tra     dichiarazioni di lotta al dumping e decisioni che di fatto lo promuovono. Meglio che simili contraddizioni se le gestisca il governo…

Infine, ed è un altro punto negativo, con la concretizzazione di questa iniziativa interi settori oggi sottoposti a forti processi di dumping salariale verrebbero di fatto abbandonati a sé stessi. Perché, ci dice l’iniziativa, se vi è un CCL di obbligatorietà generale (o dei salari minimi fissati in un CCL ed obbligatori) l’iniziativa non si applica e quindi non vi è bisogno di un salario minimo legale.

Se oggi l’iniziativa dei Verdi fosse già diventata dettato costituzionale la sua applicazione non toccherebbe minimamente i settori nei quali vi è in atto un forte dumping salariale, oltre che una sostituzione di personale domiciliato in Ticino (più caro) con personale frontaliere (uno dei temi che l’iniziativa, nelle spiegazioni dei suoi promotori, vorrebbe affrontare e risolvere).

Del settore della vendita abbiamo già detto. Vi sono dei CCL e vi è un salario minimo legale di 3’000 franchi. Dumping assicurato, iniziativa inapplicabile.

Vi è poi il grande e variegato settore dei lavoratori impiegati da un’agenzia interinale. Anche qui, settore sottoposto ad un CCL di obbligatorietà generale e quindi niente applicabilità dell’iniziativa: va ricordare che anche qui il dumping va alla grande visto che il CCL prevede un salario minimo di 2’700 franchi lordi.

Vi è ancora il grande settore degli impiegati di commercio. Migliaia e migliaia di lavoratori, con una forte lievitazione dei lavoratori frontalieri. Anche qui abbiamo un CCL firmato dalla Camera di Commercio che prevede 3’000 franchi mensili. Il governo sta studiando la possibilità di trasformarlo in un salario minimo legale attraverso un contratto normale. Altra botta di dumping.

E potremmo continuare a lungo. Potremmo citare, ad esempio, il CCL (di obbligatorietà generale) del settore della ristorazione ed alberghiero: anche qui salari attorno ai 3’000 franchi e settore che sfuggirebbe alla introduzione di un salario minimo legale.

Naturalmente ci si potrebbe obiettare che se le cose stanno così, è anche perché i sindacati non fanno il loro dovere e firmano contratti con salari da fame. È vero, e i nostri lettori e le nostre lettrici sanno quanto spesso critichiamo questi accordi. Perciò è una critica che non ci tocca minimamente. Sono discussioni che potrebbero animare le sedute delle alleanze rosso-verdi: almeno vi sarebbe qualche tema concreto di discussione. Visto che Savoia ha ripetuto più volte di trovarsi bene nelle discussioni con Lurati, questo tema dei CCL potrebbe animare le loro cordiali discussioni. Auguri (a Savoia naturalmente!).

E allora, quale potrebbe essere l’alternativa, perlomeno dal punto di vista della proposta istituzionale (altra cosa è una vera campagna ed una lotta permanente, che le organizzazioni sindacali non si sognano nemmeno di ingaggiare seriamente, sul tema del salario minimo)?

Certamente la strada giusta è la proposta di un salario minimo intercategoriale come quella avanzata nell’iniziativa dell’USS. Ma questa iniziativa, come abbiamo scritto a più riprese, ha il difetto di essere   eccessivamente moderata. Proporre 4’000 in Svizzera è come proporne 3’000 in Ticino. Non può che suscitare la diffidenza dei salariati, in particolare di coloro che hanno salari ben più elevati di 4’000 e che sono una netta maggioranza. E che andranno a votare e decreteranno(non ci si illuda sugli odierni sondaggi) la sconfitta di questa iniziativa.                                      

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