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2276090-movimenti-a-orologeria--macro-del-meccanismo-interno-di-un-orologioÈ uno dei paradossi della crisi che stiamo vivendo: di fronte ad una crisi occupazionale sempre più profonda, di fronte ad una evoluzione sempre più iniqua della ripartizione della ricchezza, di fronte ad una difficoltà sempre più importante a trovare posti di lavoro non precari e totalmente flessibili; di fronte a tutto questo, come per incanto, la rivendicazione che tradizionalmente il movimento dei lavoratori ha avanzato come risposta a questi problemi è sparita.

 

Alludiamo, i nostri lettori e le nostre lettrici lo avranno capito, alla rivendicazione della diminuzione dell’orario di lavoro settimanale, una delle rivendicazioni storiche con le quali il movimento sindacale ha risposto, o tentato di rispondere, all’aumento della disoccupazione.

Eppure le ragioni per rilanciare alla grande questa rivendicazione (nella forma, ad esempio, della settimana lavorativa di 35 ore o di 30 ore) ci sarebbero, in Svizzera come nel resto dell’Europa e di tutto il mondo capitalista.

Prima di tutto, ci pare un’evidenza, poiché la disoccupazione non solo è rimasta a livelli elevati; ma, negli ultimi mesi, si è decisamente avviata verso nuovi traguardi, in particolare in quei paesi (Portogallo, Italia, Spagna) che sono entrati in una spirale recessiva dalla quale difficilmente usciranno a breve-medio termine. Ma anche paesi più “virtuosi” da questo punto di vista (magari, e soprattutto, perché negli anni scorsi hanno creato milioni di piccoli lavori che fanno sì che il numero dei disoccupati totali sia diminuito) non si trovano in una situazione allegra. Basti pensare che la poderosa Germania conta comunque tre milioni di disoccupati totali pari a circa il 7% della popolazione attiva.

Ma la diminuzione radicale dell’orario di lavoro settimanale deve avvenire, affinché sia efficace, senza diminuzione di salario. In questo modo si realizzerà una redistribuzione della ricchezza dal capitale al lavoro: un primo passo per rispondere alla crisi nelle quale ci troviamo ormai da tempo le cui origini sono proprio da ricercare nel movimento inverso. E cioè nell’enorme passaggio di ricchezza dal lavoro al capitale, avvenuta in particolare negli ultimi due decenni.

Anche in Svizzera questa rivendicazione ci pare decisamente all’ordine del giorno. Ancora i dati più recenti delle statistiche federali sugli orari di lavoro (al di là del loro valore) confermano una sostanziale stabilità degli orari di lavoro negli ultimi cinque anni . Eppure in questo stesso periodo la produttività ha continuato a crescere, contribuendo ulteriormente ad aumentare i profitti del padronato.

In questo contesto l’abbandono di questa rivendicazione da parte del movimento sindacale appare un segnale evidente della sua crisi e della crisi delle sue prospettive. Continuare a rivendicare improbabili programmi di rilancio mostra l’incomprensione del fatto che la crisi del mondo capitalista non è una crisi di crescita produttiva, ma di distribuzione della ricchezza prodotta.

Infatti mai come oggi il mondo capitalista ha vista accumularsi tanta ricchezza materiale, tante capacità produttive; a cui si accumula una logica produttiva collegata più alla domanda solvibile che ad un risposta ai bisogni sociali. Da qui il carattere sempre più assurdo della produzione capitalistica.

Vediamo allora di rilanciare questa rivendicazione: oggi più che mai l’unica proposta seria e realistica per porre un freno ad una crisi capitalistica sempre più distruttiva.                                                        

Tabella

Berna (senza il Giura bernese)  Fr. 3’600

(con 5 anni di esperienza) Fr. 3’880

Ginevra Fr. fr. 3’520

Giura Bernese  Fr. 2’960

Neuchâtel Fr. 3’610

Ticino Fr. 2’600

Vallese Fr. 3’400

Basilea/Soletta Fr. 3’360

Vaud/Friburgo Fr. 3’500

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