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turchia-rivolta-3-giugno gal autore 12 col portraitPubblichiamo qui di seguito tre articoli apparsi in sequenza sul sito www.ilmegafonoquotidiano.it che presentano una cronaca da vicino di quanto sta succedendo nelle piazze turche. Una lettura interessante e piena di emozione.

 

 

La riconquista di Istanbul

 

Una testimonianza della vera e propria rivolta, repressa duramente dalla polizia, che ha in un parco, quello di Taksim, il simbolo del malcontento contro le speculazioni edilizie, le ineguaglienze, il governo della legge del profitto.

Istanbul, 31 maggio 2013.

“When I enter in a jungle I need nothing but jungle to survive. Even if is hard, hot and uncomfortable. There I am happy as a child. Having nothing-I have everything..

And you in the city? When you own nothing, you hardly have everything” (Rayan, graffiti in Istanbul)

Indignazione: forte, contratta.. infinita.

Di quelle che ti fanno stringere lo stomaco, serrare I denti e trattenere il fiato.

Istanbul, una megacity che continua il suo slancio economico verso un profitto fittizio, offuscato, malato. Le conseguenze di questo neo liberalismo sfrenato si riversano su tutta la cittadinanza: orari di lavoro interminabili, spazi verdi riconvertiti in super centri commerciali, urban gentrification, inuguaglianza.

Lo slogan principale è arricchirsi, lavorare per comprare una nuova casa, nuovi vestiti, una macchina.. ma a quale prezzo?

Cultura, identità, storia, religione.. intrecciate e ritrasformate.

Un parco, quello di Taksim, diventa il simbolo di un malcontento che da troppo tempo pizzica silenzioso ma presente i cuori accoglienti di queste donne e uomini Turchi.

Un parco che un governo che si definisce democratico, aperto al progresso e “attento ai problemi sociali” vuole distruggere, ritrasformare, vendere.

Tre giorni fa quando le ruspe hanno cercato di distruggere i primi alberi ecco che i primi attivisti, donne, bambini, anziani sono accorsi per dire NO, per gridare BASTA a questo tipo di politiche orientate al profitto di pochi. Troppo silenzio e accettazione passiva.. ora YETERLI! (basta).

Troppi distretti di Istanbul sono e stanno cambiando, sono assediati dai nuovi progetti di trasformazione urbana promossi dal governo, che li ha giustificati utilizzando discorsi quali il rischio di terremoti, la riduzione del crimine e della sporcizia, in nome di un nuovo benessere.

Alcuni distretti come quello di Tarbalasi (zone appena vicino il centro di Taksim), un quartiere Greco, armeno e ordotosso dove negli anni 70 ed 80 si sono traferiti Turchi provenienti dal Sud-est, e negli ultimi anni migranti africani sta vivendo questo dramma. Quest’area è stata soggetta a scontri periodici da parte degli abitanti perché definita e scelta come area da rinnovare, ritrasformare, distruggere. Distruzione non solo degli edifici, ma allontanamento forzato di una comunità con una cultura e tradizioni forti, vive, colorate.. piene di vita e di memoria storica che si intrecciano e coesistono con i valori di un progresso finto in cui tanti di loro non si riconoscono. Come Tarbalasi, esistono tante altre aree che stanno aspettando di essere cambiare, rinnovate, annullate in nome di grandi spazi residenziali con piscine e palazzoni da 12 piani.

Uno spazio urbano che cambia, una società che chiede di partecipare, di essere interpellata in questo processo. Niente di tutto questo, questo governo così bravo nelle public relations da attirare investitori locali e stranieri non accetta deroghe, cambiamenti, comunicazione con i suoi abitanti. Il padre della patria ha deciso, e non si torna più indietro.

Punto e a capo. L’altro ieri questo ingranaggio distorto e malato si è inceppato, tanti granellini di sabbia l’hanno inceppato, hanno detto NO. Tanta gente di tutte le età si è ritrovata in questo parco con i sui pioppi settantenni per gridare, ballare, riprendersi lo spazio pubblico di una città che nel giro di dieci anni è diventata la vetrina di troppe multinazionali.

Sogni, progetti, vita.. musica, striscioni, slogan.. occhi di giovani e di anziani che si legano indissolubilmente alla storia di una Turchia così complessa, nostalgica e forte.

La cultura del relax in questi giorni si è trasformata in resistenza.

Una guerriglia urbana è in corso nella zona del parco di Taksim, nella piazza centrale e nella strada principale Istiklal. La polizia ha avuto ordini di reprimere, sopprimere, impastare e distruggere questo granello di sabbia. La reazione della polizia è folle, criminale, completamente disumana. Stanno utilizzando gas lacrimogeni come caramelle, getti di acqua grigia e manganelli per disperdere ed impaurire la gente, per violentare ogni germe di ribellione.

Colpiscono tutti: anziani, turisti, attivisti, bambini.. ogni elemento che si trovano di fronte. Sono il frutto di un lavaggio del cervello sottile e strategico. Li guardo: hanno visi giovani, occhi spenti ma convinti.. mi chiedo quale siano le loro storie, quali decisioni ed esperienze li abbiamo portati a combattere per distruggere, colpire al cuore la forza della “loro “gente. Forse non hanno avuto scelta. Un lavoro prima di tutto e poi il resto non conta. Ma è davvero così? Tante domande scorrono nella mia testa.. memorie di lotte passate in Italia, Europa e Palestina. Tanti granelli.. tanti castelli di sabbia che sono nati e lottano instancabili contro le onde di questo sistema contradditorio e luccicante, che promette di “avere” e dimentica la dimensione innata umana dell’ “essere”.

Ieri 30 maggio 2013, 10,000 persone si sono ritrovate nel parco di Taskim per gridare NO.

La pentola a pressione è scoppiata. La repressione violenta della polizia di queste notti nei confronti degli attivisti rimasti nel parco ha riportato e riattivato la popolazione. Il risultato è stato la guerriglia urbana di oggi, diventata tale, dopo che la polizia ha attaccato con centinaia di gas lacrimogeni, manganelli e gettate di acqua grigia ogni abitante arrivato in piazza per dimostrare indignazione, il diritto a riprendersi la città, a chiedere in modo legittimo di ripensare e cambiare questo spazio urbano sociale.

Gli scontri sono ancora in atto al momento.. stasera è prevista un’altra manifestazione alle 7. Il sistema si è inceppato, tanta gente che era rimasta nel dormiveglia, intrappolata in questo castello di vetro del progresso sta germogliando e ascoltando il suo lato umano.. l’individualismo è stato rinchiuso in nome di una solidarietà pronta a combattere, resistere per decidere come vuole e se vuole essere cambiata. Il granello è nato, è stato lanciato.. Ancora una volta questa giungla umana sta riscrivendo la sua storia. E io ho deciso di esserne parte.

 

Istanbul è nostra, Taksim è nostra

 

La resistenza, la lotta, la repressione della polizia, la capacità di battersi uniti. Seconda corrispondenza da Istanbul, ancora una testimonianza della primavera turca.

Istanbul, 2 giugno 2013

Sono passati due giorni dall’inizio delle proteste e il clima è ancora forte, non solo per l’odore acre che si sente nell’aria nonostante la pioggia di stamattina.

Non dobbiamo dimenticare quello che abbiamo visto e vissuto.

E stata un’emozione grande partecipare a questa parte di storia Turca.

Ieri, primo giugno, gli scontri sono dilagati anche in altre parti della Turchia da Ankara, Izmir e Bursa… e ad Istanbul le proteste, l’occupazione della città è arrivata anche nella calma Besiktas.

Cuore che batte forte, adrenalina alle stelle. Grida, slogan “Istanbul bizim, Taksim Bizim”, poi altri su Erdoĝan e il suo governo, inni di lotta, di conflitti politici passati che troppe volte sono stati repressi con la forza, annientati e si sono persi nei rivoli della storia turca.

La gente è stanca di dimenticare, di fare finta di niente, accettare passiva il suo destino ed essere lasciata inconsapevole. In questi giorni, il malcontento accumulato negli anni si è risvegliato, la gente si è ripresa le strade, i marciapiedi, l’innata solidarietà che le appartiene.

A Cihangir (area centrale dove vivono molti stranieri ed artisti) ieri mattina, in concomitanza con gli scontri di Taksim, la gente è scesa per le strade: giovani, anziani, dottori ed impiegati… donne alle finestre a battere le pentole. Hanno, abbiamo gridato basta a questa oppressione e all’uso della violenza che la polizia sta utilizzando contro la folla grazie al consenso avuto dal governo turco. Gas lacrimogeno, acqua grigia, gas arancione nervino. Scene di guerriglia ovunque. Panico e caos organizzato. Gente che grida di mantenere la calma, richiama la folla una volta che la carica della polizia è passata.

Eppure, nonostante tutto, in questi giorni ho ricevuto una grande lezione di resistenza da questa gente. Ogni persona era preparata a resistere: maschere di gas, limoni, scarpe ben allacciate, anti acidi, latte, fazzoletti. Ragazzi che distribuivano panini, acqua e chai (tè) gratis, gente che faceva entrare nelle case e nei bar i manifestanti per trovare un rifugio a questo gas micidiale; dottori ed infermieri a disposizione nelle piazze. Ho ancora negli occhi la scena di questo signore anziano, con il suo berretto alla zuava, con le mani incrociate dietro la schiena che ci guardava compiaciuto. Silenzioso nei suoi occhi verdi profondi ci ha detto “ ho quasi settant’anni, ed è da tanto tempo che non ero così orgoglioso di essere turco, sono anch’io con voi nella lotta”.

Dopo gli scontri della mattina e del pomeriggio, la resistenza ha avuto il sopravvento. La notizia è arrivata: la polizia è si è ritirata. Un’emozione indescrivibile! Abbiamo marciato compatti, uniti, gente di ogni provenienza per una lotta comune che sebbene sia iniziata da un Yezi Park ha le sue radici in una struttura sociale e politica occidentale radicata. Un sistema malato, che adesso più che mai, ci pone di fronte i suoi limiti. Tante domande. Discussioni che necessitano una rielaborazione che l’adrenalina non può dare.

Braccia alzate, battiti di mano, insieme siamo entrati a Taksim, tutti i gruppi che hanno resistito da Istiklal, Cihangir, Taksim, Tarlabs hanno sfilato nella piazza. Una piazza riconquistata, colorata, stanca e piena di vita. Simbolo di una battaglia prima di tutto turca, ma che riprende anche alcune similitudini con quelle delle primavere arabe, e degli Occupy Moviments vissuti in America ed Europa. La piazza, Taksim e le sue strade sono state riprese..

Non più un turista, Taksim ed Istanbul alla “sua” gente. Uno street party che è continuato tutta la notte, un clima misto di adrenalina e consapevolezza che questo è solo l’inizio di cambiamento più forte. Il governo limita i danni, cerca di sminuire l’accaduto, decide di ritirare la polizia ma promette deciso che “non può lasciare che Istanbul sia in balia di manifestanti criminali”. Detto, fatto. La notizia inizia a girare. Forti scontri a Besiktas, i ragazzi lasciano le loro birre e si dirigono a sostenere l’altra parte di resistenza. Non avevo mai visto le strade così piene, la gente così organizzata.

Scene di guerriglia urbana. Lacrimogeni, lancio di acque grigie, la gente ancora forte ed arrabbiata, indignata per le troppe vittime di questa protesta pacifica (ad ora si contano 1000 feriti e due morti secondo alcune fonti, ma le cifre ufficiali sono assolutamente ridimensionate). Un autobus pieno di scudi da mandare alla polizia è stato fermato, dirottato, usato come barriera per bloccare le strade e la polizia. Notizie e twitter di abitanti di Besiktas che hanno lasciato aperte le porte di casa per i manifestanti, che hanno lanciato televisori alla polizia.

Questa lotta urbana è forse la prima in Turchia che ha avuto una ricezione mediatica così seguita. La comunicazione è stata attenta, lucida, ogni azione è stata riportata e fotografata.

La comunicazione come strumento di controllo e opposizione. Da un lato il governo e il suo controllo dei media, dall’altro i dimostranti e l’uso d’internet per riportare notizie ed organizzarsi.

La connessione e l’intreccio umano creato in questi giorni fra la gente è ancora qui, anche oggi in questa domenica mattina grigia e piovosa. Qualcosa è cambiato. L’ingranaggio si è spezzato.

Istanbul non rappresenta tutta la Turchia, ma questa è una lotta non solo politica e non solo turca. E’ il frutto di un dissenso ed un’indignazione che va letta in tutta la sua complessità e variabili socio-economiche, politiche e storiche.

Le strade sono state pulite e non solo dagli agenti della municipalità, ma anche dai tanti manifestanti che hanno voluto dimostrare forte il loro amore e partecipazione per la loro città, se la sono ripresa con tutte le responsabilità che questo comporta.

La calma prima di una nuova tempesta. Niente polizia, niente elicotteri, ma la sensazione è strana tutto quello che si è vissuto in questi giorni è nell’aria. La reazione disumana e atroce che questo governo ha autorizzato deve continuare ad essere denunciata. Come mi hanno detto ieri un gruppo di amici turchi per riassumere la situazione.. “Una donna quando si arrabbia sembra sempre più.

 

I giovani turchi poeti della rivoluzione

 

Terza corrispondenza da Istanbul. Il racconto dei e delle giovani che animano la protesta di piazza Taksim

Il terzo giorno di scontri tra poliziotti e manifestanti. 1700 persone sono state arrestate, mentre oltre 170 sono i feriti. Gli attivisti hanno dato fuoco ad alcuni uffici dell’Akp, il partito del premier Erdogan. A Istanbul un dimostrante è morto e altri quattro sono rimasti feriti. Un blindato-idrante della polizia si è scagliato i dimostranti.Dopo ore d’indecisioni sulle responsabilità è emerso che l’azione è stata opera delle forze di polizia. Secondo fonti ufficiali, la vittima sarebbe un ragazzo di venti anni, Mehmet Ayvalitas.

La gioventù turca è arrabbiata, unita, preparata, consapevole di voler contribuire a portare cambiamento nel loro paese. Ecco il profilo di queste giovani donne e uomini turchi, intrappolati in un sistema che non sentono loro, pronti a lottare per il loro futuro, che è adesso. Questi giovani menti sono acculturate e critiche, stanche di un conservatorismo che non li rispecchia, pronti a difendere non solo i diritti dell’ambiente, ma soprattutto a lottare contro un governo definito fascista e autoritario.

Oslam, una ragazza ventisettenne turca, con un master negli Stati Uniti, sostiene che la sua presenza in piazza è per proteggere i diritti delle donne, in particolare dopo la legge approvata dal governo che vieta l’aborto. ”Sono qui a protestare oggi per difendere in primis i diritti delle donne, degli omosessuali e per urlare il nostro diritto di espressione in tutte le sue forme. Oggi, sono qui in questa piazza, per gridare il mio no alla politica razzista di questo governo”.

Questi giovani sono parte di movimenti eterogenei. Tanti simboli e bandiere: politiche, studentesche, ambientali, contro l’urbanizzazione sfrenata, anarchiche, animaliste, femministe. Nonostante queste sfumature, si ritrovano uniti da un dissenso comune verso la violenza indiscriminata legittimata da un governo democraticamente eletto, un’indignazione profonda che li ha visti in prima linea anche nei mesi scorsi quando centinaia di giovani turchi si erano ritrovati a manifestare per denunciare le violenze contro i civili siriani da parte del governo Assad.

Il grido delle nuove generazioni si sta facendo sentire forte non soltanto a Istanbul, ma in tutta la Turchia. In questi giorni di scontri, ragazze e ragazzi erano in prima linea a fronteggiare la polizia e i suoi gas lacrimogeni. Gli occhi attenti, profondi, senza paura.

Sono stanchi di vivere nella paura di fantasmi passati, vogliono e chiedono di essere integrati nel processo decisionale, di essere interpellati nella vita pubblica. Sinan, studente di sociologia all’università del Bosforo, grida forte il suo malconcontento verso qualsiasi tipo di violenza contro i civili, è parte della protesta per ridare voce ai troppo diritti negati alla cittadinanza umana, prima che turca.

La rivoluzione dei giovani non si combatte solo nelle strade. Tanti studenti delle scuole superiori in alcune zone di Istanbul hanno deciso di vestirsi di nero per dimostrare la loro indignazione contro la violenza indiscriminata utilizzata dalla polizia in questi giornate di scontri.

Giovani responsabili, attivi, critici, solidali, tecnologici. Ieri mattina in migliaia si sono ritrovati per raccogliere i rifiuti e sistemare Piazza Takism dopo gli scontri della notte, rivendicando la cura verso uno spazio comune.

Scene di solidarietà anche nella lotta. Ieri notte una catena umana ha rimosso le mattonelle dai marciapiedi per creare barricate tra Besikstas e Taksim ed impedire alla polizia qualsiasi movimento. Barricate e ritrovi che sono stati organizzati grazie anche all’uso di twitter e di internet, definita dagli stessi giovani manifestanti una rivoluzione che non sarà mandata in onda dal televisore, ma al massimo sarà twittata (“Revolution will not be televised. It will be Tweeted.”).

Giovani, coscienti, energetici.. consapevoli che insieme possono rivendicare e lottare per i diritti propri diritti, ma anche in generale per i diritti umani. Sono loro i protagonisti di questa protesta, sono loro i poeti di questa rivoluzione della piazza/strada e questo è solo l’inizio.

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