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Lo ha confermato il governo dal suo “ritiro” in Leventina e presentando nei giorni scorsi un primo documento di       lavoro alla commissione della gestione nel quale si   indicano i primi passi di quella “road map” voluta dal Parlamento in dicembre nell’ambito della difficile approvazione del Preventivo 2013.

Il governo ha cominciato a fare i propri compiti con l’obiettivo di ridurre il deficit previsto dagli attuali 300 milioni a circa 90 milioni con il preventivo 2015, passando per un primo obiettivo di un deficit di 120 milioni con il Preventivo 2014 che dovrebbe essere presentato in settembre.. Un obiettivo inferiore a quello indicato dal Parlamento al momento dell’approvazione della “road map” (si indicava come prospettiva il pareggio dei conti con il Preventivo 2015), ma che conferma, qualora ci fosse stato bisogno di una conferma, che ormai la “road map” altro non è che una strada verso una dura politica di austerità.

Naturalmente alla base di questa orientamento condiviso vi è l’idea della pretesa “insopportabilità” dei deficit d’esercizio e del conseguente aumento del debito pubblico. Il presidente del governo, Beltraminelli, si compiaceva in un recente dibattito televisivo di sottolineare che “nessuno propone di aumentare il debito pubblico”; e la stampa conservatrice non è da meno: in un editoriale di pochi giorni fa Fabio Pontiggia ricordava come “senza limature, correzioni, né – soprattutto – misure vere di contenimento o di taglio della spesa, i conti cantonali deraglierebbero verso disavanzi pesantissimi (…) . Un degrado improponibile…”.

L’azione del governo si svilupperà su due direttrici. La prima è quella di tagli importanti alla spesa pubblica, in particolare sul personale e sui contributi. Nulla di nuovo sotto il sole. La seconda, e forse qui sta la novità più importante ed insidiosa, è attraverso l’adozione della legge sul freno ai disavanzi, attualmente in discussione nelle commissioni parlamentari. La modifica costituzionale dovrebbe “rivoluzionare” la politica di spesa dello Stato orientandola verso una politica di contenimento e riduzione permanente della spesa pubblica.

Di fronte a quello cha appare una vera e propria offensiva per una politica dura politica di austerità è necessario agire su due fronti.

Il primo è quello di una netta e chiara politica di opposizioni ai tagli previsti sul personale, così come a quelli previsti nell’ambito dei contributi sociali. Una opposizione che deve essere giocata prima di tutto sul terreno concreto, laddove opera chi verrà colpito da queste misure: pensiamo ai docenti e agli impiegati dell’amministrazione, ma anche a tutti gli operatori del settore pubblico e di quello parapubblico (sussidiato) che deve essere considerato parte integrante di questa offensiva che si sta delineando.

L’esperienza dello sciopero dello scorso 5 dicembre può risultare, da questo punto di vista, estremamente preziosa. Essa dimostra che è possibile battersi, mobilitare i salariati del settore pubblico. Naturalmente quell’esperienza va migliorata, in particolare per quel che riguarda la mobilitazione degli impiegati.

Ma quel che più conta è indicare subito una prospettiva di mobilitazione. In questo senso bisogna andare oltre alla prospettiva indicata dalla assemblea sindacale del personale del cantone tenutasi lo scorso 26 giugno. Una prospettiva tutto sommato abbastanza tradizionale, fondata cioè sulla “reazione” a misure di risparmio sul personale che il governo decide.

Si tratta in questo caso di cominciare, fin da subito in settembre, con una strategia di mobilitazione che abbia una dinamica propria, indipendentemente dalla logica nella quale si muove il governo. Una mobilitazione incentrata sul rifiuto della logica che muove governo e Parlamento, incentrata sulla “insopportabilità” di deficit e debito pubblico e quindi sulla logica conseguente necessità di operare tagli alla spesa pubblica. Senza un rifiuto di questa logica (che è alla base della road map) qualsiasi strategia di opposizione rischia di essere perdente e di non raccogliere la disponibilità alla mobilitazione di settori più ampi.

Un secondo aspetto riguarda la legge sul freno ai disavanzi pubblici di cui abbiamo parlato. Anche qui, senza una battaglia coerente contro questa modifica costituzionale, difficilmente si riuscirà costruire un percorso coerente di opposizione alla politica del governo (e della maggioranza del Parlamento). Questa proposta di modifica costituzionale va fortemente combattuta con una campagna (si dovrà comunque votare poiché si tratta di una modifica costituzionale) che ne metta in risalto la valenza politica: un vero e proprio strumento     (un po’ sul modello del fiscal compact approvato a livello europeo) per diminuire la spesa pubblica nel quadro di una politica complessiva di austerità.

Infine appare è evidente che sussiste un problema relativo alle entrate. Ma anche qui le cose vanno chiarite. Entrare in materia sulle uscite (aderendo di fatto alla “road map”) sostenendo allo stesso tempo la necessità di trovare nuove entrate (è grosso modo, ad esempio, la politica del PS, non solo è orientamento altamente irrealistico (visti i rapporti di forza parlamentari), ma è una posizione che rischia di indebolire fortemente l’opposizione alla politica dei tagli.

Infatti solo attraverso una opposizione netta e radicale alla politica di attacco alla spesa pubblica si potrà avere la possibilità di modificare i rapporti di forza politici e sociali; e solo attraverso una modifica di questi rapporti di forza sarebbe possibile, ancorché difficile, spingere in direzione di un aggravio fiscale per proprietari e altri redditi: l’unica possibilità di aumento delle imposte che non finisca per gravare, ancora una volta, sulle spalle dei salariati.                    

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