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salvadorallendecile1109Si avvicina l’anniversario del golpe cileno, e i mass media (anche se dedicano più spazio agli attentati alle Due Torri dell’altro 11/9) hanno già cominciato le rievocazioni e le celebrazioni  retoriche. Ha iniziato il “Corriere della sera” con un lungo articolo di Carlo Vulpio, che non nasconde le responsabilità dirette dell’amministrazione degli Stati Uniti, delle multinazionali del rame, della ITT, e personali di Richard Nixon e Henry Kissinger, ma poi assurdamente elogia Allende per aver salvato il Cile dal castrismo:

 

Allende aveva escluso la via castrista per il Cile rifiutando la geniale idea della sinistra comunista di istituire anche in Cile i soviet operai e contadini “come in Russia” e affermando fino alla noia che “non è rivoluzionario chi, con la forza, riesce a comandare temporaneamente, ma chi, giungendo legalmente al potere, trasforma il senso e la convivenza sociale, le basi economiche del paese.”

 

Quante assurdità in poche righe! A quanto pare l’argomento (purtroppo verificatissimo) che lo scontro non era evitabile e che bisognava prepararsi a fronteggiarlo anche militarmente, viene ridicolizzato attribuendo alla “sinistra comunista” la proposta di “istituire” in Cile quei soviet che avevano cessato di esistere in Russia da più di cinquant’anni. In realtà, quando i preparativi di golpe erano apparsi più evidenti, molte  strutture unitarie di quartiere o di fabbrica come i cordones industriales e i comandos comunales, a volte nati spontaneamente, a volte controllati dalla burocrazia politico-sindacale, avevano semplicemente chiesto invano armi per difendersi.

L’articolo, su un’intera pagina, recensisce una biografia scritta da un mediocre professore spagnolo dell’università cattolica di Santiago del Cile, Jesús Manuel Martínez, che riesce in tutto il libro a non nominare mai Pinochet (per disprezzo o per prudenza, visto il permanere di una forte componente “nostalgica” in Cile?). Ed è infarcito di aneddoti grotteschi e inverosimili come quello che attribuisce a Leonid Breznev il consiglio dato ad Allende di armarsi (“Ogni rivoluzione deve sapersi difendere”), mentre in realtà il partito comunista filosovietico del Cile era stato di tutta la coalizione di Unidad Popular il più ostile all’armamento del popolo, e aveva seminato illusioni sul carattere democratico dell’esercito, come risultò nella grottesca intervista dell’Unità al suo numero due, Volodia Teitelbaum, che accludo al dossier.

Secondo l’autore del libro, il consiglio di Breznev sarebbe stato ignorato ma ricambiato da Allende, che non dimenticava mai di essere medico, con una diagnosi di una forte influenza, e la prescrizione di un periodo di riposo… Sciocchezze, che servono poco alla comprensione di quella prevedibile tragedia, come l’aneddoto che vede Allende assediato nel palazzo presidenziale della Moneda, che a un ufficiale che gli intimava la resa risponde chiedendogli come stava con il cuore, visto che aveva avuto da poco un infarto.

Di Allende, presentato come “non violento”, massone, marxista non ortodosso, e soprattutto “antileninista”, si fa un ritratto affascinante: peccato che non ci si domandi come mai non ha saputo prevedere quello che Guevara undici anni prima aveva considerato l’esito più probabile di una vittoria elettorale delle sinistre, qualora non si preparasse a fronteggiare anche militarmente la controffensiva dell’avversario sconfitto. Guevara lo aveva capito non perché fosse un mago, ma perché aveva riflettuto sulla sconfitta della rivoluzione spagnola e su tante altre terribili lezioni della storia. E per la stessa ragione lo avevano capito le piccole organizzazioni trotskiste, mentre fior di intellettuali sedicenti marxisti si erano illusi e avevano contribuito all’impreparazione delle masse popolari di fronte al golpe.

Ho detto che la lezione più importante era venuta dalla rivoluzione spagnola, ma di tremende sconfitte di esperienze riformiste inermi è piena la storia del Novecento. Appena otto anni prima in Indonesia un partito comunista forte di tre milioni di iscritti (e per giunta schierato con Mao nella polemica russo-cinese) era stato spazzato via in poche settimane da un colpo di Stato militare, con un bagno di sangue costato 600.000 vittime, e forse addirittura un milione (non sembri strana l’incertezza sulle cifre, quando ci sono massacri di massa è sempre quasi impossibile calcolarle esattamente. E comunque non cambia molto il bilancio…).

Ma la tragedia del Cile ha molto in comune con quella della Spagna. Entrambe sono entrate nell’immaginario collettivo della sinistra, ma senza una riflessione sulle cause della sconfitta. Alle canzoni della “Gloriosa Spagna” si sono affiancate quelle suggestive degli Inti Illimani, ma la principale spiegazione di due sconfitte epocali fu l’ingenerosa attribuzione delle responsabilità alle minoranze che avevano preavvertito invano dell’esito probabile. Sul Cile, in particolare, fu fuorviante la spiegazione data da Enrico Berlinguer per accelerare quell’anticipazione delle larghe intese che fu il “compromesso storico”, spiegando la sconfitta dell’esperienza di Unidad Popular con la pretesa di poter governare col 51%. Povero Allende, che era arrivato primo con poco più del 30% e per governare aveva fatto appunto quel che ora Berlinguer proponeva come toccasana: contrattare l’appoggio della DC…

D’altra parte Berlinguer era cresciuto all’ombra di Togliatti, che nel 1944 aveva riproposto per l’Italia una variante del Fronte Popolare spagnolo di cui era stato – nell’ombra – uno dei massimi dirigenti. L’esito era stato ugualmente fallimentare, anche se meno catastrofico. ma pur sempre dolorosissimo per un’intera generazione emersa nella Resistenza e costretta a subire un pesante ventennio di potere democristiano, con licenziamenti politici di massa, salari di fame, clericalizzazione dello Stato. E non a caso gli articoli che dalla “lezione cilena” ricavavano la necessità di un compromesso storico, si ricollegavano a un editoriale di Rinascita scritto da Togliatti, che lamentava la scarsa “intelligenza” delle classi dominanti, che non avevano onorato il patto di collaborazione con il movimento operaio.

Viceversa anche la sinistra cosiddetta “radicale” ha spesso una lettura parziale che vede il golpe come concepito esclusivamente a Washington, senza tener conto del largo consenso di cui godeva la destra anche grazie a una gerarchia cattolica reazionaria, che trascinò anche larghi settori della DC. Si sottovaluta così la duratura spaccatura del paese in due che spiega (insieme alle debolezze e ambiguità della sinistra che ha sposato da tempo le “larghe intese”) il ritorno di accaniti pinochetisti come Piňera al palazzo della Moneda.

Ma la conseguenza più negativa di una lettura acritica di quella tragedia purtroppo non inevitabile, è la testarda riproposizione dell’unità come bene supremo, a qualunque costo. Non l’unità di classe, il fronte unico, ma l’unità interclassista sovrapposta alla Resistenza, riproposta in ogni occasione, fino alla collaborazione con Monti e poi alle “larghe intese”, di cui giustamente Napolitano rivendica il merito per la sua corrente.

Un’ultima osservazione: L’elogio di Allende che avrebbe “salvato il Cile dal castrismo”, mi ricorda un penoso dirigente socialista riformista, Ludovico D’Aragona, che era segretario della CGdL alla vigilia del fascismo e si riciclò come intellettuale tollerato dal fascismo: negli anni Trenta proclamò lo scioglimento della CGdL perché ormai superata dal corporativismo fascista, e su una rivista “Problemi del lavoro”, che Mussolini ovviamente tollerava, si vantava di aver “salvato l’Italia dal bolscevismo” stroncando gli scioperi del 1920. D’Aragona concluse poi la sua esistenza tornando in scena come membro socialista dell’Assemblea Costituente, poi fu nominato “senatore di diritto” in quanto “antifascista”, fu tre volte ministro con De Gasperi, e dirigente di primo piano del PSDI… . È un particolare marginale, utile però per ricordarci perché l’Italia repubblicana e postfascista è nata malata, ma anche che i “moderati” riformisti preferiscono spesso un regime fascista alla rivoluzione, che considerano il male maggiore…

Tratto dal sito www.antoniomoscato.altervista.org

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