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mesLa vicenda che vede coinvolti i 350 dipendenti della ditta MES di Stabio illustra abbastanza bene quel che sta succedendo nel mondo del lavoro in Ticino (e non solo). Come noto l’azienda, che versa salari molto bassi (circa 2’600 franchi mensili per tredici mesi), ha deciso di non rinnovare il contratto collettivo aziendale (CCL) in vigore da oltre trent’anni (firmatari OCST e UNIA) che giungerà a scadenza a fine anno.

 

Obiettivo dell’azienda ridurre i costi del personale, in particolare cancellando la 13a mensilità ed altre prestazioni riconosciute al personale (alcune festività, ecc.). Tutto sommato una diminuzione salariale dell’ordine del 10-12%. Con la eventualità che, una volta introdotta una nuova regolamentazione individuale interna, le decurtazioni siano di un ordine ancora maggiore.

Dopo alcuni scambi polemici sui giornali, la settimana scorsa l’assemble dei lavoratori, da quanto si è potuto capire, ha di fatto avallato l’operato della direzione, facendo venire meno il sostegno alle organizzazioni sindacali che speravano di organizzare una mobilitazione. Ora, leggiamo, sui giornali, i sindacati «denunceranno» l’azienda per il suo comportamento. Ma, a chi? E per quale violazione esattamente?

 

Che cosa ci dice questa vicenda?

La vicenda MES ci segnala, prima di tutto, la determinazione e l’arroganza con la quale il padronato, cosciente dei rapporti di forza, procede a rimettere in discussione regolamentazioni in vigore da decenni. Quanto fanno i padroni della MES è, fatte le debite proporzioni, quello che fa il governo cantonale abolendo l’indennità per economia domestica in vigore da alcuni decenni o quanto fanno i padroni delle case per anziani private che disdicono il CCL per negoziarne uno a loro più favorevole.

In secondo luogo, ed è speculare a quanto abbiamo detto prima, episodi come questi (ma lo stesso potremmo dire per le recenti decisioni prese dal governo relative al personale cantonale) mostrano l’assoluta impotenza di un sindacalismo tutto incentrato sulla concertazione, su un rapporto di fiducia pressoché inesistente con i lavoratori, su pratiche sostanzialmente orientate verso una presenza istituzionale del sindacato (iniziative, referendum, ecc.).

La verità di questa vicenda è che le organizzazioni sindacali non sono riuscite a conquistare la fiducia dei lavoratori per impegnarli in un’azione di sciopero, l’unica cosa che avrebbe permesso di far recedere dai suoi propositi la direzione aziendale. Se i lavoratori non hanno una fiducia solida nel sindacato che li invita a fare la cosa più difficile che vi sia per un lavoratore (scioperare) difficilmente si impegneranno su questa strada.

E assai poco conta invocare la difficile situazione occupazionale, al di qua ed al di là della frontiera, né tantomeno la condizione di «ricattabilità» nella quale si troverebbero i lavoratori frontalieri (che sono la maggioranza alla MES). Val la pena forse ricordare che altre categorie di lavoratori, che condividono queste stesse condizioni, sono stati protagonisti di importanti mobilitazioni in Ticino negli anni scorsi. Pensiamo, ad esempio, ai lavoratori dell’edilizia che avevano “molto più da perdere” di quanto non abbiamo oggi questi lavoratori. Eppure sono scesi, a più riprese, nelle strade, scioperando. Segno, forse, di una stagionale sindacale diversa da quella che stiamo vivendo.

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