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Some are born great,

some achieve greatness,

and some have greatness thrust upon them.

(Alcuni nascono grandi,

alcuni conquistano la grandezza,

ed altri hanno su di loro una grandezza imposta dall’alto.)

Amandla non crede nei miracoli. Mandela non è immortale ed ha vissuto la più piena delle vite. Amandla! oggi è vicina alla sua famiglia, all’Afican National Congress ANC (l’organizzazione per cui ha vissuto e per cui è morto), ai suoi compagni più stretti, soprattutto i sopravvissuti al processo per tradimento e i prigionieri di Robben Island, al popolo sudafricano e anche a milioni di persone in tutto il mondo, nel riconoscere la morte di un grande uomo.

Mandela non era Dio, né un santo, ma un uomo del popolo.

Affermava che persone nate da umili origini potessero migliorare la propria condizione, portare a termine straordinarie imprese. Che la vittoria è possibile anche contro ogni probabilità avversa.

Mandela aveva tutti gli attributi shakespeariani della grandezza ed è per questo che la nazione sudafricana così com’è oggi, nelle sue divisioni, polarizzazioni e ineguaglianze paga un tributo grande a quest’uomo che ha dedicato la vita alla liberazione del suo popolo.

Anche le persone che non lo hanno mai conosciuto si sono risvegliate oggi con il senso di torpore che si può provare solo quando muore qualcuno di molto caro. Quello stesso sentimento che hanno provato molti venezuelani alla morte di Chavez. Stranamente, in questa nazione divisa, ancora in costruzione e talvolta addirittura in smantellamento, la scomparsa di Mandela verrà pianta in maniera quasi universale.

Era amato da tutti i sudafricani, neri e bianchi, poveri e ricchi, di sinistra e di destra. Era amato per la sua onestà e integrità. Era amato perché non era né Mbeki, né Zuma. Perché era un visionario, con un grande progetto. Un politico, con un grande senso della tempistica strategica, ma senza mai diventare machiavellico. Era amato perché non era né Mugabe, né Blair. La sua visione del mondo ha consumato la sua vita.

Era gentile. E come un bravo padre, per essere gentile a volte poteva essere crudele.

Era pieno di dignità e provava un immenso amore per il suo popolo e per il progetto di costruzione di un Sud Africa antirazzista e antisessista. Ma soprattutto era un uomo africano guidato dalla coscienza e dalla virtù. Due attributi, questi, che gli sono valsi un plauso universale, poiché con essi ha potuto dirigere una nazione in un momento storico in cui virtù e moralità erano totalmente assenti tra i leader globali.

Ha criticato fortemente Bush e Blair per la guerra in Iraq. Del primo disse: “Quello che condanno è che una potenza, con un presidente che non ha lungimiranza e che non è capace di pensare correttamente, vuole gettare il mondo in un olocausto”. Per Blair usò invece altre parole: “È di fatto il ministro degli esteri statunitense, non più il primo ministro britannico”.

Si è innalzato al di sopra di amarezza e risentimento. Era pronto al sacrificio personale e ha saputo aprire un dialogo coi propri nemici, risanando molte rotture. Era grande perché era un grande unificatore. In molti modi è stato l’architetto del nuovo Sud Africa.

Ma proprio per tutto questo dobbiamo evitare di mitizzarlo. Mandela non era né Re, né Santo. E non era solo.

La lotta per la liberazione del Sud Africa è stato uno sforzo collettivo. E anzi, è stato proprio il potere dei più oppressi, dei lavoratori nelle fabbriche, dei poveri della comunità, delle donne della classe lavoratrice e dei giovani a ridurre l’Apartheid se non completamente in ginocchio, quantomeno nelle condizioni di dover negoziare i termini della fine del sistema razzista. Ma ogni lotta necessita di un veicolo, un movimento con una leadership che possa fornire la direzione politica e prendere le decisioni strategiche o tattiche più difficili: questo è stato l’ANC di Mandela. Allo stesso tempo, tuttavia, Mandela è stato il primo a riconoscere il ruolo di un ampio spettro di movimenti che hanno fatto montare la lotta per la liberazione nazionale e del movimento democratico di massa.

E così, mentre è stato proprio lui ad aprire la trattazione con il governo dell’Apartheid, ha legato se stesso alla leadership collettiva dell’ANC. Ha preso l’iniziativa ed è stato leader, ma come parte di un collettivo.

È stato un uomo con grandi capacità organizzative, che ha lavorato sodo per spiegare che lui stesso era un prodotto dell’ANC, uomo del tricolore nero-verde-oro (i colori della bandiera dell’African National Congress, n.d.R.), ma allo stesso tempo capace di arrivare al di là dei limiti della stessa organizzazione. Detto con le parole di Fikile Bam, prigioniero del Fronte di Liberazione Nazionale di sinistra a Robben Island: “Mandela aveva la qualità di essere capace di tenere unite le persone. Non importava che tu facessi parte del Pan Africanist Congress o dell’African National Congress, o di altro ancora, ma finivi per radunarti attorno a lui. Persino chi lo criticava – e c’era chi lo faceva – alla fine dei conti si rivolgeva a lui come leader morale. Ha ancora questa qualità. Non riesco a immaginare come il cambiamento sarebbe stato possibile senza di lui”.

Sì, milioni di parole verranno dette e scritte sull’eredità di Mandela, ora, nei mesi a venire, l’anno prossimo e ancor più in là. E lotteremo perché questa eredità sia raccontata nella maniera giusta: la parte più difficile sarà catturare l’essenza di Mandela al di là del mito, e allo stesso tempo esprimere in maniera accurata la natura contraddittoria di questa eredità. Il presente non può essere compreso senza capire il passato, e non tutto ciò che è sbagliato nel Sud Africa di oggi è colpa di Zuma o Mbeki.

L’accordo che ha portato alla nascita del Sud Africa democratico, sulla base del principio “una persona un voto”, sarà visto come il più grande successo di Mandela, che ha evitato il massacro che vediamo oggi in Siria. “Il suo obiettivo era la derazzializzazione della società sud-africana e la creazione di una democrazia liberale, e per questo scopo era disposto a fare compromessi con persone che avevano visioni diverse. Era capace di concentrarsi su questo obiettivo con assoluta convinzione e lucidità, essendo un uomo di estrema disciplina”, è stato detto di lui.

Ma sono proprio questi compromessi che oggi stanno andando in pezzi. Le ineguaglianze sociali irrisolte hanno dato origine, per dirla con le parole di Thabo Mbeki, ad un Sud Africa diviso in due nazioni: una bianca e relativamente agiata, una nera e povera.

L’eredità di Mandela dovrà dunque essere pesata anche sul fatto che il Sud Africa ad oggi è più diviso che mai, come risultato dell’inuguaglianza e dell’esclusione sociale. I ricchi sono sempre più ricchi, i poveri sempre più poveri. Il grande riunificatore ha potuto intraprendere grandi atti simbolici di riconciliazione per pacificare la nazione, ma poiché, per definizione, questo necessitava il sacrificio della redistribuzione della ricchezza, la riconciliazione con i bianchi è stata di fatto compiuta sulle spalle della maggioranza dei neri.

In altre parole, Mandela è stato grande, ma non così grande da poter colmare le differenze sociali radicate dal capitalismo del 21esimo secolo, le stesse che hanno dato origine all’era dell’1% contrapposto al 99%: è stata una tempistica sfortunata quella nella quale è avvenuta la trasformazione del Sud Africa, nel periodo in cui il potere globale si è radicato nelle corporazioni, rinforzato dalle regole della globalizzazione neoliberale.

La riconciliazione aveva infatti bisogno di una profonda revisione delle politiche dell’ANC: “la nazionalizzazione delle miniere, delle banche e delle industrie monopolistiche rappresentano le politiche dell’ANC, e il cambiamento o la modifica della nostra visione in questo ambito è inconcepibile”, aveva detto Mandela subito dopo essere stato rilasciato dal carcere. Ma invece il bisogno di riconciliazione non solo con la classe dirigente bianca, ma anche col capitalismo globale, dettava proprio la necessità di abbandonare la nazionalizzazione, che simbolicamente rappresentava la redistribuzione della ricchezza. Per questo lo stesso Mandela aveva in seguito cambiato idea, decisione sancita dalle parole usate in un intervista con Anthony Lewsis: “Il settore privato rimane la forza motrice della crescita e dello sviluppo”. Sono stati infatti i suoi incontri con l’élite mondiale a Davos, casa del World Economic Forum, a convincerlo che c’erano dei compromessi necessari da fare con i professionisti della finanza. E sono stati quelli a tarda notte con i leader del capitalismo sudafricano, come Harry Oppenheimer, a rinforzare questa convinzione che non c’era altra strada alternativa al capitalismo.

Per dirla come Ronnie Kasrils: “C’è stato un momento, tra il 1991 e il 1996, in cui è stato dato inizio alla battaglia per l’anima dell’ANC, poi persa a favore del potere delle corporazioni e della loro influenza. Quello fu un punto di svolta fatale. Lo potremmo chiamare il nostro momento faustiano, quando siamo rimasti intrappolati nelle nostre stesse decisioni – qualcuno oggi ci urla che è stato quello il momento in cui abbiamo ‘tradito il nostro popolo'”.

È precisamente questa svolta capitalista che ha provocato il disastro che viviamo oggi e che potrebbe – in fin dei conti – distruggere il lavoro di una vita: quella di Mandela, per il raggiungimento di un Sud Africa antirazzista e antisessista nel quale ad ogni persona corrisponde un voto.

Per rendere giustizia alla vita di dedizione e sacrificio di Mandela, per l’uguaglianza tra bianchi e neri, la lotta deve ora continuare. E deve focalizzarsi sul superamento delle ineguaglianze e sul raggiungimento della giustizia sociale. In questa lotta avremo bisogno della grandezza e della saggezza di molti “altri Mandela”. Avremo bisogno di un’organizzazione che lavori per mobilitare tutti i sudafricani, neri e bianchi, affinché la ricchezza venga strappata dalle mani di una minuscola élite di persone.

Avremo bisogno di un movimento simile all’ANC di Mandela, un movimento basato su una leadership collettiva, che abbia tutte le qualità di Walter Sisulu, Govan Mbeki, Ahmed Kathrada, Fatima Meer, Albertina Sisulu, Chris Hani, Ruth First, Joe Slovo, Robert Sobukwe, Steve Biko, IB Tabata, Neville Alexander, così come di tutti gli altri grandi uomini e donne che hanno nel tempo preso parte alla nostra lotta per la liberazione nazionale.

Ma più di tutto sarà necessario che il popolo prenda in mano la propria vita, e diventi il suo stesso liberatore. È o non è questo quello per cui Nelson Mandela si è battuto per tutta la vita? * articolo apparso sulla rivista sudafricana Amandla. La traduzione è stata curata Laura Berardi per il sito communia.net

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