Tempo di lettura: 4 minuti

protesteucraina1Difficile prevedere gli sviluppi dopo i violenti scontri dei giorni scorsi a Kiev e in molte altre città dell’Ucraina e dell’accordo raggiunto tra governo e opposizione che prevede nuove elezioni e il ritorno alla vecchia costituzione. È possibile però respingere alcune interpretazioni deformanti che impediscono di cogliere la complessità della situazione. A partire da quella che vede nelle mobilitazioni antigovernative solo una “voglia di Europa”, mentre è evidente che nell’ultima fase sono confluite nelle proteste le motivazioni più diverse, tra cui proteste antigovernative determinate da ragioni diverse.

 

Altrettanto scorretta la versione che circola in settori della sinistra “nostalgica”, che minimizza le dimensioni della protesta, o le riconduce esclusivamente alle due componenti di destra, la consolidata Svoboda (che ha avuto un 10% di consensi elettorali) e i neonazisti di Pravly Sektor, che ci sono e pesano in alcune manifestazioni, ma non sono la componente essenziale. [Un esempio in Giulietto Chiesa, video intervista La situazione in Ucraina] Oltre a tutto l’una e l’altra sono ostili all’Europa, oltre che alla Russia, in cui vedono l’erede dell’Unione Sovietica, nei cui confronti, come molti altri ucraini, hanno un pesante contenzioso. Molti ucraini continuano infatti a interpretare la crisi nelle campagne sovietiche al momento della grande collettivizzazione del 1929-1933, che provocò sette milioni di morti, come un tentativo deliberato di genocidio degli ucraini, mentre era solo la forma distorta e criminale con cui Stalin affrontò in ritardo il problema dei kulak, in Ucraina come in Russia e nelle altre repubbliche sovietiche a forte componente contadina. Fu questo, e non una particolare predisposizione al fascismo, che portò in Ucraina durante la seconda guerra mondiale a una percentuale di collaborazionisti con Hitler più elevata che in altre repubbliche (a parte quelle baltiche). Le nostalgie per l’esercito di liberazione ucraino, antisovietico e antisemita, sono effettivamente pane quotidiano per le due formazioni di destra. Ma non sono il cardine della protesta, che ha accettato i due gruppi per la loro capacità di rispondere efficacemente agli attacchi durissimi della polizia speciale, i Berkut. Ma la piazza ha mostrato spesso capacità critiche, fischiando gli interventi non condivisi, e un certo equilibrio, mettendo al sicuro e poi liberando le decine di giovani poliziotti catturati facilmente grazie alla dimensione di massa delle manifestazioni, sottraendoli ai tentativi di linciaggio.

È assurdo riproporre (come fanno anche vari settori “complottisti” della sinistra latinoamericana filosovietica) una versione che riduce le proteste alla solita manipolazione della CIA e delle potenze occidentali. Assurda per le dimensioni della protesta, che ha visto scendere in piazza anche diverse città sia delle regioni orientali russofone, sia dell’occidente più attratto dal legame con l’Europa, sia perché al di là dei soliti generici e vacui appelli al rispetto dei diritti (da che pulpito!) sia gli Stati Uniti che l’UE non hanno mostrato nessuna fretta di intervenire. Le misure preannunciate dal consiglio straordinario dei ministri degli Esteri della UE sono ridicolmente inefficaci, e tutte coniugate al futuro. Magari ci avessero pensato prima a non vendere autoblindo, lacrimogeni, manganelli, cannoni ad acqua ed altre armi! E magari fossero in grado di promettere aiuti tali da controbilanciare quelli consistentissimi offerti all’Ucraina da Putin all’inizio della crisi! Oltre a tutto, il sogno (discutibile dal nostro punto di vista) di entrare a pieno titolo nell’UE non è stato bloccato dal solo Yanukovich, ma dall’UE, che con tutte le gatte da pelare che ha non ci tiene affatto ad allargarsi a un paese così grande e cosi concorrenziale ai prodotti agricoli di Francia e Germania.

Per questo la situazione ucraina viene affrontata in occidente solo in chiave di propaganda generica: si annuncia che l’intera squadra olimpica vorrebbe partire da Sochi, per poi scoprire che partirà solo chi ha già finito le gare; si fanno pezzi di letteratura strappalacrime sull’infermiera che “muore” in diretta, e si sopravvalutano i distacchi da Yanukovich di alcuni magnati, sorvolando su come hanno accumulato le loro sproporzionate ricchezze alle spalle dei concittadini. Certo, starebbero bene in Europa i 50 uomini più ricchi dell’Ucraina che nel 2010 detenevano 67,7 miliardi di dollari di PIL, quasi il 50% dei 136,4 dell’intero PIL. Ma come hanno accumulato questa ricchezza, se non beneficiando della vicinanza a un potere politico corrotto, costruito in larga misura riciclando i resti della vecchia nomenclatura? Per questo il loro distacco dal leader è assai vago e più che altro sembra mirato a ricollocarsi qualora Yanukovich debba arrendersi, vista la scarsa efficacia delle misure parziali decise per arrestare gli scontri, che ormai hanno una loro dinamica autonoma.

L’esito di questa crisi può avere ripercussioni in altri paesi rimasti più o meno volontariamente nell’orbita di Mosca. Tutti lacerati da profonde contraddizioni, e schiacciati da un eredità indelebile del passato staliniano. Tutti afflitti da gravi carenze di democrazia, che la dicono lunga sulla leggenda che mitizza la “democrazia soffocata dalla rivoluzione russa”: nessuno di quei paesi aveva tradizioni democratiche e la gestione staliniana non le ha certo rinvigorite. L’instabilità endemica è arginata solo da massicce dosi di repressione. Vedremo cosa ci riservano nel prossimo futuro.

Un’ultima riflessione. Le strane olimpiadi invernali volute da Putin in una località a clima subtropicale come Sochi con un’appendice montana dalle nevi non sempre abbondanti, sono state interpretate da molti commentatori come una prova di forza nei confronti del Caucaso inquieto. Ma Sochi è anche a due passi dalla Crimea, uno dei possibili punti di rottura nella crisi ucraina. Forse sono servite anche come esibizione di forza e di capacità di spendere e stupire, anche in previsione di una nuova fase dell’endemica crisi ucraina. Il medagliere è stato abbastanza modesto, ma la sfida a realizzare in tempo i giochi, nonostante i presagi inquietanti degli attentati di Volgograd di dicembre, è stata vinta. Nessuno può dimenticare, a Kiev e altrove, che Putin è ancora l’arbitro in quest’area.

 

Tratto da www.antoniomoscato.altervista.org

Print Friendly, PDF & Email