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permessiSi susseguono susseguirsi le “proposte” dei partiti politici dopo il voto del 9 febbraio a sostegno dell’UDC. Naturalmente a tutti interessa “marcar presenza”, costi quel che costi. Alcuni si limitano ad arraffare le proposte fatte da altri ancora pochi giorni prima (eclatanti le proposte del PS cantonale che non fanno che riprendere proposte già avanzate dall’MPS e che il Parlamento cantonale ha già discusso – e respinto come c’era da aspettarsi – negli ultimi mesi).

Altri si inventano proposte prive di qualsiasi senso (una su tutte: quella votata dalla maggioranza del Parlamento per costituire in Ticino una zona franca). Altri accelerano (come Verdi, UDC e Lega) nella loro logica xenofoba nella speranza che, ad un anno dalle elezioni cantonali, l’onda lunga del voto del 9 febbraio possa in qualche modo premiarli. Quel che appare sorprendente, ma non troppo, è che tutti segnalano il 9 febbraio come un elemento di rottura per la politica migratoria di questo paese.
Ora, come già avvenuto, con altre iniziative dell’UDC, accettate o che hanno ottenuto buoni risultati – pensiamo qui a tutte quelle sull’asilo), questo risultato non farà altro che permettere alle classi dominanti di questo paese di continuare la sua politica tesa ad utilizzare “al meglio” la politica di immigrazione nell’ambito di una sempre maggiore utilizzazione concorrenziale della forza lavoro.

 

La compiaciuta prudenza del padronato

Sorprende, ma non troppo, la prudenza, quasi compiaciuta, del padronato svizzero. Il cui atteggiamento, nel dopo 9 febbraio, appare che tutt’altro che “disperato” come avrebbero voluto alcuni scenari “apocalittici” evocati prima della votazione.
Le ragioni di questa tranquillità padronale sono evidenti. Prima di tutto la grande esperienza padronale nella gestione di una politica dell’immigrazione fondata sui contingenti. Non solo perché tale sistema ha garantito uno sviluppo straordinario nel dopoguerra; ma anche perché questo sistema ha permesso al padronato svizzero di disporre per decenni di tutta la manodopera (qualificata e non) assolutamente necessaria allo sviluppo dei propri affari.
E che questo criterio, le necessità dell’economia svizzera (che altro non significa che le esigenze del padronato) ce lo conferma (lo ricordiamo a beneficio di chi parla di questa iniziativa senza averne letto nemmeno il testo) quel passaggio fondamentale del testo approvato nel quale tutta una serie di misure (contingenti, priorità alla manodopera indigena, ecc.) vengono comunque subordinate agli ” interessi globali dell’economia svizzera”.
Quindi, per il padronato, nessun allarmismo e nessuna tragedia. Riusciranno sicuramente ad avere contingenti ampi nei settori per loro decisivi. Sia per la manodopera altamente qualificata per quale, già oggi, appare spesso difficile trovare manodopera qualificata (pensiamo al settore sanitario, in quello dell’insegnamento e ad alcune specialità del cosiddetto “terziario avanzato”); sia per la manodopera meno qualificata per la quale, comunque appare difficile, trovare manodopera in Svizzera: pensiamo a settori come quello della costruzione o a quello del settore alberghiero.
Un ritorno poi al sistema dei contingenti potrebbe essere compatibile con il sistema delle cosiddette misure di accompagnamento, che altro non sono se non una versione “moderna” ed “aggiornata” del sistema precedente gli accordi sulla libera circolazione. Infatti a quell’epoca a chiunque venisse chiamato a lavorare in Svizzera doveva comunque essere garantito un salario pari a quello “usuale” nel nostro paese (per professione, categoria e territorio), salari d’uso che venivano equiparati a quelli vigenti nei contratti collettivi di lavoro (CCL) o, in assenza di questi, venivano fissati dalle autorità di vigilanza sul mercato del lavoro attraverso particolari strutture (vi erano già le commissioni tripartire che servivano a questo).

 

L’accelerazione xenofoba

L’iniziativa UDC, così come in passato, ha permesso alla destra xenofoba e nazionalista di marcare ulteriormente punti, prendendo in contropiede tutti coloro che, da tempo, ci ripetono che, dopo la sconfitta di Blocher, l’UDC sarebbe in perdita di consensi.
Costoro non solo non si rendono conto della realtà sociale che li circonda, ma non vedono come lo stesso vento soffi ormai in molti paesi europei e vedano il rafforzarsi di correnti identitarie, xenofobe e nazionaliste che utilizzano a proprio favore la crisi sociale sempre più profonda, frutto dell’impasse oggettiva nella quale si trova il capitalismo contemporaneo e della logica capitalistica che presiede lo sviluppo dell’Unione europea (Ue).
La capacità dell’UDC è stata soprattutto quella di spostare il discorso identitario da un piano puramente securitario (per intenderci quello legato alla lotta contro i richiedenti l’asilo e i criminali stranieri) a quello di tipo sociale. In questo discorso, l'”apertura” all’UE e la libera circolazione diventano gli elementi di insicurezza sociale che i cittadini residenti in Svizzera tenderebbero sempre più a sentire. Un dato, quest’ultimo, oggettivamente vero e che l’UDC sfrutta, attribuendo evidentemente al responsabilità agli stranieri massicciamente presenti sul mercato del lavoro e non alla politica del padronato.
Con questo discorso, purtroppo molte volte fatto proprio anche dai sociali-liberale e dalle forze sindacali, si è fatta strada l’idea, tutta xenofoba e razzista, della priorità alla manodopera nazionale sul mercato del lavoro. Un discorso, come abbiamo avuto modo di richiamare in diversi articoli su questo giornale, che fino a qualche anno fa era appannaggio di ridotti gruppi xenofobi (fu la propaganda del Front National di Jean Marie Le Pen a riprendere e popolarizzare questo concetto con il famoso sloga “Les Français d’abord!”)
Oggi questo concetto in molte regioni, come ad esempio, il Ticino prende sempre più piede, veicolato da un falso atteggiamento di buon senso (del tipo: perché andare a prendere manodopera così lontano quando essa è disponibile così vicino), senza rendersi conto che dietro a queste scelte di fatto agisce la logica fondamentale della messa in concorrenza tra lavoratori (al fine di diminuire il costo della forza-lavoro) che è il punto essenziale degli accordi bilaterali e della libera messa in concorrenza dei lavoratori (che qualcuno si ostina a chiamare libera circolazione….
Non a caso, sempre in Ticino, l’UDC ha annunciato il lancio di una iniziativa per ancora nella costituzione cantonale questo principio: di che far la gioia di Savoia e soci!

 

E la sinistra?

Lasciando da parte le considerazioni surreali di chi immagina ora priorità negli accordi bilaterali con forze e regimi impresentabili (come la Cina o la Russia di Putin), la sinistra social-liberale e le direzioni sindacali non hanno trovato di meglio che ribadire la loro ormai tradizionale posizione: difesa degli accordi bilaterali e delle misure di accompagnamento (contro eventuali proposte di abolirle) e riproposta delle rivendicazioni quali l’introduzione di un salario minimo di 4’000 franchi (si tratta dell’iniziativa nazionale), stipulazione di contratti collettivi di lavoro, ecc. In una recente polemica con Franco Cavalli abbiamo avuto modo di passare in rassegna questo punto di vista. Ne riprendiamo qui alcuni passaggi: ” In realtà queste proposte sono quasi tutte condivisibili; ma il problema non è se vanno bene o meno, ma come fare a metterle in pratica. Come, cioè, costruire una nuova stagione politico-sindacale che rompa con l’attuale sindacalismo autoritario e burocratico, tutto istituzionale e declamatorio (ormai “il livello dello scontro” è solo, quando c’è, verbale). Che senso ha, mi chiedevo, dire che ci vuole l’obbligatorietà dei contratti collettivi, se le organizzazioni sindacali non riescono non solo a farne di nuovi, ma nemmeno a difendere quelli esistenti da decenni? E che senso ha pensare di opporre i contratti collettivi al dumping se questi contratti contengono salari da dumping? Forse Cavalli non sa che due anni fa le organizzazioni sindacali hanno concluso il più importante (numericamente) contratto collettivo della storia di questo paese, quello relativo ai lavoratori che vengono collocati da agenzie di lavoro interinale (oltre 250’000 lavoratori). Ebbene, questo contratto, decretato di obbligatorietà generale, prevede salari bassissimi (in Ticino 2’600 franchi mensili per 12 mensilità). Si tratta di un chiaro strumento che promuove il dumping piuttosto che combatterlo!”.
Pure critico è il bilancio dell’azione del movimento sindacale all’epoca degli accordi bilaterali. Scrivevamo: “Il movimento sindacale ha compiuto negli ultimi dieci anni due gravi errori. Il primo è il ritardo con il quale ha fatto proprie alcune rivendicazioni (ad esempio quella di un salario minimo legale); il secondo è il cieco sostegno apportato agli accordi bilaterali in “cambio” delle cosiddette misure di accompagnamento che altro non sono state (e non sono) che misure di accompagnamento allo sviluppo del dumping salariale. Prova nei sia, ad esempio, che in Ticino abbiamo ora, grazie alle misure di accompagnamento, salari legali (cioè validi per tutti) in alcuni settori di 3’000 franchi mensili: bella lotta al dumping. Lo stesso potremmo dire per un settore come quello del personale interinale (2’600 franchi in Ticino).
Le direzioni sindacali, quelle social-liberali, Cavalli, Savoia e molti altri hanno a tre riprese votato per gli accordi bilaterali (l’ultima volta nel 2009) sostenendo che si poteva farlo tranquillamente perché le cosiddette misure di accompagnamento avrebbero protetto i salariati contro il dumping. Hanno contribuito non a risolvere il problema del dumping ma a fare in modo che si affermasse ulteriormente. Forse non era loro intenzione ma le cose stanno così.
In quelle tre occasioni a batterci, per un “no” di sinistra e in difesa di un vero principio di libera circolazione, contro il no xenofobo di UDC e Lega eravamo veramente in pochi. E all’epoca insistevamo sulla necessità di altre misure di protezione: un salario minimo legale, i diritti dei lavoratori sui luoghi di lavoro, l’obbligo di annunciare per iscritto tutti i contratti di lavoro, ecc.”

 

Iniziativa popolare sul salario minimo: veramente un’alternativa?

Come spesso capita, quando i dirigenti social-liberali e quelli sindacali si impadroniscono di buone rivendicazioni hanno la capacità di trasformarle in disastri. Così è avvenuto, ad esempio, con la rivendicazione sul tempo di lavoro, scomparsa dalla faccia della politica di questo paese dopo il disastro del risultato della votazione sulla pessima iniziativa proposta da USS e PSS oltre una decina di anni fa (nemmeno un terzo dei votanti).
Lo stesso temiamo stia per succedere con l’iniziativa sul salario minimo proposta dall’USS. Essa è stata formulata in termini estremamente moderati, fissando un limite (4’000 franchi per 12 mesi) troppo basso rispetto ai salari reali correnti in una grande parte del paese (val la pena ricordare che il salario mediano in Svizzera è di quasi 6’000 franchi mensili); in questo modo suscita diffidenze e timori proprio tra i salariati che temono che questo limite attiri verso il basso (dumping) i loro salari. A questo si aggiunge una campagna (condotta con i criteri ed i modi tradizionalmente inefficaci) che continua a privilegiare vecchi ragionamenti paleo-sindacali (priorità astratta ai CCL, complementarietà del salario minimo, ecc.).

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