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Dollar-black-holeL’esplosione della crisi, la sua profondità e il suo perdurare facevano pensare almeno a una parziale inversione delle politiche economiche dominanti. Un’inversione che poteva trovare fondamento sul piano teorico ancor prima che pratico. Invece il pensiero economico dominante sta tornando in sella senza alcuna operazione di maquillage. Le incongruenze e i limiti di un processo globale di finanziarizzazione e di ipercompetizione apparivano evidenti.

Il crollo poi non c’è stato, la finanza è stata salvata a mezzo della finanza, le bolle del credito sono state superate ponendo le premesse per altre bolle, i debiti privati sono diventati pubblici, tutto in una logica di rinvio dei problemi, senza alcun tentativo di circolarità e di chiusura del rapporto tra debitori e creditori. Tutto ciò in attesa del ritorno della crescita tanto evanescente quanto irrealistica, almeno fino a quando non si rimuoveranno i fattori strutturali che hanno creato la crisi.
Ciò che di eterodosso si è affermato si è esaurito nella sfera finanziaria, mediante un uso disinvolto di garanzie e risorse pubbliche a vantaggio privato. Una novità che Riccardo Bellofiore ha definito «keynesismo finanziario», per evidenziare l’ambivalenza di una spinta pubblica verso interessi privati, anziché per tutelare l’ambito collettivo.
Le spinte al cambiamento, in area mainstream e non solo, sono repentinamente rientrate. É bastata una boccata d’ossigeno al sistema per inibire qualsiasi possibilità di immaginare una diversa traiettoria del sistema stesso. Chi pensava che la crisi avrebbe messo in crisi il pensiero e le prassi neoliberiste è rimasto deluso. Il pensiero economico dominante sta tornando in sella senza alcuna operazione di maquillage, ribadendo i suoi dogmi, negando persino alcune osservazioni di semplice buon senso. Tale traiettoria fagocita tutto e tutti. Governi, operatori, economisti.
Giuseppe Berta, ad esempio, ha sostenuto che in Italia le parti sociali (Confindustria e sindacati) dovrebbero adeguarsi all’economia. Berta è uno storico dell’impresa che ha scritto anche testi sul riformismo, non nascondendo le sue simpatie per tale filone politico-culturale. Conosce bene il mondo dell’impresa, eppure nell’affermare il mancato inquadramento all’economia-sistema (leggasi ferree leggi del mercato) non chiede solo al sindacato di adeguarsi all’esistente, ma anche al mondo industriale, ai suoi organi di rappresentanza. Tutta Confindustria deve soddisfare le imprese orientate all’export, le uniche che reggono la sfida globale. Solo queste sono considerate una prospettiva concreta, nessun riferimento alla domanda interna e più in generale alla vita articolata di un’economia complessa come quella italiana. Insomma non solo i sindacati, ma neppure l’impresa soddisfa più il capitalismo.
Un paradosso che segue quello di Luigi Zingales quando scriveva che bisognava salvare il capitalismo dai caspitalisti. Il sistema assurge a meta-sistema, viene sospinto nella platonica forma ideale. Persino i principali attori propulsori e beneficiari dell’economia di mercato non rispondono alle sacrosante necessità che imporrebbe in teoria il capitalismo. Difficile misurarsi con un sistema che quando non funziona non gli si può imputare nulla, tranne la responsabilità specifica dei suoi principali attori che risulterebbero inadeguati alla perfezione del sistema. Ma a questo siamo.
L’ideologia liberista è tornata in vigore, nessuno, tra le classi dirigenti, mette più in discussione alcunché dell’impianto sistemico. E chi aspira al cambiamento arranca in un panorama che è andato chiudendosi a partire esattamente dal piano culturale.
Da questa consapevolezza sul piano politico si tratterebbe di ripartire. Invece, in qualche misura, si nutrono ancora speranze. Nell’inserto di Sbilanciamoci sul manifesto della scorsa settimana Angelo Marano afferma che la crisi evidente del pensiero unico liberista «ha seminato dubbi e perplessità nella stessa burocrazia europea. Nel settore del welfare, poi, le politiche dominanti devono ancora convivere con una visione forte volta all’inclusione». L’articolo non nega le spinte verso privatizzazioni e tagli di bilancio a livello continentale, ma sottolinea come qualche elemento positivo vada considerato. Più realisticamente, sempre la scorsa settimana, in una lunga intervista su Repubblica, il filo-europeista Romano Prodi denunciava come mancasse un progetto europeo, come non vi fossero proposte concrete e come il modello di riferimento fosse quello Usa volto a iniettare liquidità nel sistema e basta. E poi domandava a Massimo Giannini che lo intervistava «mi dica, ha più sentito parlare della Commissione Ue?». Interrogativo corretto, la direzione europea è in sordina, le politiche economiche nazionali però vanno con il pilota automatico, all’insegna delle solite ricette, la materialità delle scelte assunte o in via di assunzione (vedi le agevolazioni all’impresa francese) ci parlano del recupero ideologico liberista.
Riforme endogene o terze vie non sembrano date.

Tratto da www.communianet.org

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