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salariominimoQuesto giornale ha, in diverse occasioni, spiegato per quale ragione ritiene l’iniziativa lanciata dall’USS sul salario minimo (e sulla quale siamo chiamati a votare il prossimo 18 maggio) mal formulata ed insufficiente.

Abbiamo anche spiegato, a più riprese, perché la logica di moderazione che sta alla base della sua formulazione rischia di essere uno degli elementi che le impedirà di essere accolta, in particolare nei luoghi di maggiore concentrazione dei salariati di questo paese in Svizzera tedesca.

Abbiamo, in particolare, indicato come la fissazione di un salario minimo piuttosto basso (4’000 franchi rappresentano, a livello nazionale, un salario inferiore di circa il 30% rispetto al salario mediano) possa suscitare timore tra i salariati di possibili sviluppi di una spinta verso il basso di tutto il sistema dei salari effettivi. Paradossalmente, un esito diverso dall’obiettivo, pertanto proclamato dall’iniziativa,di voler cioè combattere il dumping salariale (cioè proprio la spinta dei salari verso il basso).
A questo si deve aggiungere la totale mancanza di tradizione politica e sindacale sulla questione del salario minimo legale, assente dalle rivendicazioni sindacali e, anzi, il più delle volte osteggiato dalle stesse direzioni. Questa situazione spinge i salariati a pensare che il salario minimo sia una sorta di «salario di riferimento» verso il quale il sistema salariale dovrebbe tendere. E, naturalmente, tale errata visione non può che suscitare dubbi e prudenza.
Detto questo vorremmo illustrare le ragioni per le quali invitiamo tutti i nostri lettori e lettrici a votare sì il prossimo 18 maggio.
La prima, ed appare ogni giorno più evidente, è quella legata ad una questione di principio che il padronato ed i partiti borghesi pongono sistematicamente. E cioè il fatto che lo Stato non debba immischiarsi nelle questioni relative ai salari che debbono rimanere appannaggio di trattativa individuale tra padrone e singolo lavoratore o, nella peggiore delle ipotesi, tra imprenditori e organizzazioni sindacali.
Noi non possiamo, evidentemente, che contestare questo principio. La questione salariale è centrale: è con il salario diretto o differito (come nel caso pensionati) che la stragrande maggioranza della popolazione vive e risponde ai propri bisogni elementari. È quindi evidente che la questione salariale è una questione politica e come tale deve essere al centro di decisioni politiche e pubbliche che implichino anche un dibattito di fondo su chi produce la ricchezza e come essa viene distribuita.
Discutere e fissare un salario minimo legale può esser il punto di partenza peri porre tali questioni in maniera collettiva e pubblica, contribuendo a svelare i meccanismi di fondo dello sfruttamento capitalistico di cui il salario altro non è che l’espressione ultima.
La seconda ragione, collegata alla prima, è che, comunque, nel paese vi è una polarizzazione politica. Come sempre nelle votazioni attorno ad iniziative popolari, ci si pronuncia non solo e non tanto sulla proposta concreta, ma sul principio che tale proposta evoca. Qui la polarizzazione è chiara tra coloro che non vogliono un salario minimo legale e coloro che invece ritengono necessario fissarlo.
In questa polarizzazione, qualsiasi siano le critiche che possono essere rivolte ai contenuti ed alla formulazione dell’iniziativa, non vi sono dubbi che noi ci schieriamo a favore del principio posto dall’iniziativa, cioè quello di fissare nella legge un salario minimo legale.
Infine, non vi sono dubbi che il salario minimo proposto dall’iniziativa potrebbe avere effetti positivi immediati in regioni (come il Ticino ma non solo – regioni che sicuramente accoglieranno l’iniziativa) dove in questi ultimi anni la liberalizzazione del mercato del lavoro ha spinto ulteriormente verso il basso livelli salariali già storicamente arretrati rispetto alle zone più prospere del paese dal punto di vista salariale.

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