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syria oil 0Il conflitto civile siriano si è trasformato in una guerra su quattro fronti – un combattimento tra “Stato Islamico” e Damasco, uno tra IS e i principali gruppi ribelli, un altro tra i ribelli ed Assad e infine uno tra IS e le milizie curde siriane. Mentre il mondo dei media si stava preoccupando per il conflitto a Gaza, la Siria ha vissuto la settimana più sanguinosa della sua guerra civile: circa 1.700 persone sono stati uccise in sette giorni, con un’ulteriore avanzata dello “Stato islamico” (IS), responsabile della maggior parte delle violenze.

Reso più sicuro di sé dopo le vittorie in Iraq e la conquista di nuovi armamenti, l’improvvisa avanzata dell’IS e la reazione ad essa in Siria e fuori, ha modificato l’asse del conflitto, sfidando le differenti ipotesi e spostandone la dinamica. Sempre più possiamo parlare di una guerra combattuta su quattro fronti sovrapposti da quattro gruppi di attori: il governo di Assad, IS, i principali gruppi ribelli e i curdi.

Il primo fronte è quello tra IS e il governo del presidente Bashar al-Assad. Assad ha facilitato la crescita di IS rilasciando cinicamente jihadisti dal carcere per radicalizzare l’opposizione e successivamente evitando deliberatamente un confronto militare. La sua crescita lo ha aiutato: IS allarma l’occidente, spingendo qualcuno a suggerire che un riavvicinamento con Damasco è il male minore; terrorizza la stessa popolazione siriana, rafforzando il messaggio del governo sul fatto di essere la sua unica difesa; ha attaccato fisicamente i suoi nemici gruppi ribelli, evitando invece le truppe governative. Qualsiasi alleanza implicita è però andata in frantumi in questo ultimo mese, quando IS ha preso d’assalto tre obiettivi governativi distinti a Homs, Raqqa e Hassakeh, uccidendo centinaia di soldati governativi, filmando poi in maniera orribile le loro teste infilate sulle picche.
Queste pesanti perdite hanno scosso i sostenitori interni di Assad, provocando una forte indignazione e qualche critica sui social media. La maggior parte di loro accetta la definizione governativa dell’insieme dell’opposizione come jihadisti settari e molti, soprattutto alawiti, hanno inviato migliaia di uomini a morire per sconfiggerli.

IS sembra l’organizzazione più brutale, in particolare ad un altro settore centrale, i cristiani siriani, inorriditi dalla recente espulsione dei loro correligionari da Mosul. Queste sconfitte sfidano la capacità del governo di difendere effettivamente i suoi sostenitori. Le forze di Assad sono effettivamente più deboli come conseguenza dell’attacco dell’IS in Iraq, perché molti miliziani sciiti iracheni che avevano combattuto per il governo siriano sono rientrati in Iraq per difendere le proprie case. Tuttavia Assad non può permettersi di isolare la sua base, e per questo si può prevedere una campagna più concertata contro IS, allungando le sue risorse più sottili. Abbiamo già cominciato ad assistere a questo quando è stata riconquistata una zona precedentemente perduta, il giacimento di gas Shaar a Homs,

Assad non ha compreso il secondo fronte della Siria, la guerra tra IS e i più importanti gruppi ribelli, ritenendo che avrebbe finito di indebolire i ribelli prima di rivolgersi contro le sue forze. È vero che IS ha recentemente conquistato molti territori in mano ai ribelli, spingendo Jubhat al-Nusra fuori da Deir es-Zur e compiendo incursioni nella campagna di Aleppo, ma non sta più facendo il gioco di Assad. Espandendosi e occupando sempre più territorio, ha bisogno di ulteriori truppe e di una popolazione locale acquiescente; mentre cerca ancora vittorie militari contro i gruppi ribelli rivali, vuole anche corteggiare i loro combattenti. Allo stesso modo, secondo Hassan Hassan del Delma’s Institute, sta facendo più sforzi per conquistare i cuori e le menti nelle regioni che conquista. Rivolgere le proprie armi contro le truppe di Assad gli permette di raggiungere entrambi gli obiettivi: contrastare ogni precedente accusa di essere un alleato del governo e presentarsi come il migliore strumento per la sua caduta.

D’altra parte, i più importanti gruppi ribelli sembrano divisi come mai sono stati. Mentre si erano temporaneamente uniti lo scorso gennaio per spingere IS fuori dal nord del paese, le varie milizie ed i gruppi locali continuano a competere per il territorio e le risorse. Il Washington Post ha segnalato come il più stretto alleato degli Stati Uniti, Harakat Hazm, si sia scontrato la scorsa settimana con Ahrar as-Sham per il controllo del posto di frontiera a Bab al-Hawa. Nonostante i tentativi occidentali di dipingere questi ribelli come “moderati”, la realtà è che la maggior parte sono, più precisamente, “islamisti non-IS”, come Jubhat al-Nusra, gruppo affiliato ad al-Qaeda. Considerato come sia stata fluida la fedeltà nelle milizie ribelli, vi è una reale possibilità che giovani combattenti idealisti impressionati dallo slancio di IS possano decidere di staccarsi da tali milizie.

Questo è ancora più probabile dato che i gruppi ribelli stanno affrontando una sconfitta sul terzo fronte del conflitto,quello tra loro e le truppe di Assad. Ignorando IS, Assad si è concentrato sulla riconquista di Aleppo; ha ripetuto le tattiche brutali utilizzate per riconquistare Homs lo scorso marzo, spopolando quartieri ostili con i barili-bomba prima di dirigere le sue truppe contro i combattenti ribelli rimasti.
Riconquistare la seconda città della Siria permetterebbe ad Assad di dichiarare vinta la guerra, anche se gran parte della Siria rurale rimane fuori dal suo controllo, e potrebbe decisamente paralizzare i ribelli. Questo declino e l’impennata di IS ha creato una nuova urgenza a Washington, dove si è nuovamente sentito il familiare richiamo a “armare i ribelli”, suggerendo in questo senso che i ribelli potrebbero essere addestrati a resistere contemporaneamente contro Assad e contro IS.
Questa è un’ipotesi piuttosto fantasiosa. IS ha sconfitto l’esercito nazionale iracheno in pochi giorni e non c’è motivo di credere che un insieme scoordinato di di milizie e gruppi locali possa rapidamente superare tre anni di mancanza di unità a fare di meglio.
Anche se potessero unirsi, le risorse di cui si parla sarebbero troppo poche: il presidente Obama ha infatti autorizzato una spesa di 500 milioni di dollari per addestrare e armare i ribelli, ma questo non avverrà fino al 2015 e la fornitura segreta di armi finora è stata diretta verso otto piccoli gruppi accuratamente controllati, con un impatto limitato sul terreno.

Inoltre, dopo il disastro del MH17 in Ucraina, c’è anche meno voglia da parte della Casa Bianca di consegnare i MANPADS antiaerei come chiedono i falchi. Più positivamente, dopo tre anni di supporto a gruppi ribelli rivali, la crisi seguita all’insorgere di IS sembra aver fatto smaltire la sbornia a Turchia, Arabia Saudita e Qatar, e potrebbe provocare un maggiore coordinamento. Questo impegno potrebbe rivelarsi sufficiente a mantenere in campo i gruppi ribelli principali, probabilmente intorno a Deraa e Idleb, e potrebbe anche prevenire un’eccessiva fuga di combattenti verso l’IS. Tuttavia, è improbabile che possano formare un vero rivale per IS e il maggiore supporto probabilmente arriverà troppo tardi per frenare la marcia di Assad su Aleppo.

Sta cambiando anche il quarto e meno visibile fronte di guerra, quello tra IS e le milizie curda della Siria. Queste, guidate dal PYD – ala siriana del PKK – hanno utilizzato la guerra civile siriana per ritagliarsi regioni autonome, scontrandosi in questo processo con IS. Lo scorso luglio si è assistito a intensi combattimenti intorno alla città di confine – controllata dal PYD – di Ain al-Arab /Kobani, provocando una nuova radicalizzazione della posizione turca.
Temendo il nazionalismo curdo, la Turchia si era già opposta al PYD chiudendo le frontiere per impedire qualsiasi sostegno da parte del PKK. Al contrario, avrebbe chiuso un occhio verso quelli che sostenevano IS. Tuttavia, gli attacchi in Iraq hanno portato ad una svolta di 180 gradi: avendo Ankara compreso la dimensione della minaccia dell’IS e preoccupata della possibilità che Ain al-Arab possa rappresentare un trampolino di lancio verso la Turchia, il confine è stato aperto permettendo l’afflusso di 1000 combattenti del PKK in Siria per aiutare il PYD tenere a bada l’avanzata. Dato che gli scontri tra i curdi e l’IS presumibilmente continueranno, l’emergere di una forza militare unita tra PYD e PKK rappresenta una dinamica nuova. Ironia della sorte, può fornire alla Turchia un necessario cuscinetto verso IS, ma aumenta anche la probabilità che una regione autonoma curda siriana diventi una realtà.

Nonostante queste dinamiche mutevoli, nessuno dei quattro raggruppamenti sembra destinato a vincere in maniera definitiva. Assad potrebbe prendere Aleppo, ma dovrà affrontare un aumento della pressione pubblica per affrontare IS, stressando ulteriormente le sue limitate risorse militari. I gruppi ribelli principali possono essere di fronte ad un’imminente sconfitta, ma probabilmente hanno abbastanza supporto esterno per rimanere in campo.
I curdi siriani hanno ora il supporto del PKK, ma restano dipendenti dalla politica di confine turca. Anche IS, apparentemente in ascesa, deve gestire il passaggio da invasore a occupante e conquistare abbastanza combattenti e civili per continuare la sua marcia verso ovest.
La recente carica di IS può aver modificato, dissolto o solidificato i fronti e gli attori della guerra civile siriana, ma sembra probabile che questo provochi una continuazione del conflitto piuttosto che affrettare la sua fine.

 

*Christopher Phillips è docente di Relazioni Internazionali del Medio Oriente presso la Queen Mary, Università di Londra e Associate Fellow del Medio Oriente e Nord Africa Programme presso Chatham House.

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