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Le cause storiche sono evidenti: eredità di una povertà intrattenuta dai meccanismi coloniali, sgretolamento dello Stato (generalmente autoritario) per delle ragioni recenti o più datate e diluizione delle ideologie nazionali-socialiste che hanno marcato queste regioni dagli anni 1960 fino agli inizi degli anni 1980.
Il profilo di queste forze non è rigorosamente lo stesso tra Al-Qaïda, EI, Boko Haram e le altre. I contesti politici e le società imprimono le loro contingenze. Ma due cose le riuniscono. La negazione totale di ogni apertura culturale, compresa nazionale, a beneficio di una ricostruzione globale della vita collettiva fondata su una somma di divieti religioni pseudo fondamentalisti. Tutto questo ricorda la famosa frase di stampo nazista “Quando sento la parola “cultura”, tiro fuori la pistola”. In concomitanza, una guerra totale contro le donne: il più piccolo spazio non codificato è percepito come una breccia lasciata aperta alla non purezza delle donne. Perché quindi non sequestrarle? Così si ricongiungono la distruzione di siti archeologici, gli autodafé, i codici vestimentari rigorosi, le minacce di sevizie sessuali, gli attacchi contro le scuole femminili, il divieto delle campagne di vaccinazione (Nigeria), le esecuzioni sommarie, la distruzione di ogni vita pubblica,…
La barbarie è dunque ben presente, sotto una nuova forma, nata dall’imbroglio del mondo postcoloniale, dalle dittature militari falsamente progressiste, dalle formazioni sociali molto segmentate sul piano religioso, dall’arroganza americana e sionista (Stato di Israele), dalla grande debolezza del movimento sociale, operaio e anti-imperialista nei paesi occidentali,…
Si ha quasi voglia di dire: pazienza, troppo tardi. Il mostro è presente e all’offensiva. Ha le sue cause, i suoi determinanti come ci sono stati in passato altri mostri specifici. Possiamo accusare il passato, vilipendiare le cause oggettive, flagellarci per non aver potuto fare abbastanza (o poco) nei nostri paesi di fronte alle loro responsabilità. Ma a cosa servono queste recriminazioni per le decine di milioni di persone terrorizzate, perseguitate, assassinate: per questi paesi dove queste bande cercano di distruggere tutto il passato e la storia? E quelle decine di milioni di donne e bambine votate a una vita di prigionia?
Non illudiamoci, la guerra è qui ed è programmata. Le avanzate militari islamiste in Siria, in Irak, in Nigeria, in Libia, la decomposizione politica in Afghanistan, il caos irriducibile in Somalia, lo sconfinamento della Nigeria verso il Camerun mostrano l’estensione del fenomeno e la sua continuità geopolitica. Gli effetti domino sono ancor più forti a causa del fatto che di fronte a queste offensive gli Stati e i loro eserciti il più delle volte sono incapaci di condurre da soli delle contro-offensive.
Pensare che questo non possa condurre a una guerra allargata che implichi gli eserciti delle grandi potenze (sotto forme diverse) sarebbe naif. L’operazione francese Barkhane che ha preso il testimone regionale dopo l’operazione Serval strettamente maliana è un elemento annunciatore. Questo aggravamento del conflitto in un concatenamento geografico non può lasciare indifferenti le grandi potenze capitaliste. Il petrolio, il gas, l’uranio, il cobalto o ancora altre cose giocano sicuramente un ruolo. Ma c’è un momento dove gli interessi geostrategici sono più importanti di tutto il resto. La dislocazione di regioni intere non è mai stata una situazione accettabile a termine, né in passato e nemmeno nell’epoca della mondializzazione. Quando la barbarie raggiunge un certo livello diventa antinomica con il mercato. Il capitale preferisce delle dittature con degli Stati stabili e forti, capaci di tenere i popoli e di stabilire una sorta di compromesso con il business.

Non limitarsi alla sola protesta
Saremo confrontati a questa guerra. Dovremo prepararci politicamente e praticamente. La liberazione delle popolazioni, la distruzione della barbarie, il salvataggio delle donne sarà la prima spiegazione, quella del “mondo libero” come sempre. Ma chi in questi paesi si preoccuperà del fatto che destino attuale di queste persone è il frutto di più di un secolo di dominazione, di sordidi spartizioni coloniali, di esasperazione delle divisioni religiose o etniche quando si tratterà di intravvedere un’eventuale via d’uscita dall’inferno? Evidentemente in queste regioni con una storia distorta dalla dominazione non saranno gli interventi militari esterni a ristabilire il “vivere insieme” e la democrazia. Ma chi se ne preoccuperà laggiù quando si tratterà semplicemente di ricominciare a vivere, allorché nessun altra soluzione politica o militare endogena è stata possibile?
Non potremo accontentarci di una spiegazione che porti unicamente sulla cupidigia occidentale. Dovremo trovare la nostra collocazione in questo conflitto e non deve avere solo un taglio di denuncia, ma deve essere attiva, militante, indipendente. Non fatta soli di proteste formali qui da noi, ma al fianco delle popolazioni interessate, materialmente e politicamente. Le esperienze realizzate durante il conflitto jugoslavo potrebbero servirci? I contatti diretti con delle correnti di combattenti, laici e progressisti, sono consigliabili? Non saremo nel campo delle armate occidentali, ma la barbarie mistica (senza dubbio generata da due secoli di storia) non ha nulla a che fare con qualsiasi sorta di anti-imperialismo. La nostra avversione per questi “invasati” deve essere totale e senza ambiguità. Dobbiamo quindi elaborare una “praxis” internazionalista e internazionale e sappiamo già che sarà molto difficile definirla e metterla in pratica. Ma lo dovremo fare.

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