Tempo di lettura: 6 minuti

carriarmatiL’operazione militare israeliana contro la popolazione della Striscia di Gaza continua, a dispetto di qualsiasi “tregua” che i protettori internazionali di Israele vorrebbero vedere, tregue che comunque lasciano mano libera alle forze armate israeliana per proseguire la sua opera di distruzione della Striscia. Questo articolo tratto dal sito della sinistra statunitense Jacobin spiega quale sia la logica della guerra israeliana, guardando alla logica di tutta la storia dell’impresa sionista e dei suoi fondamenti coloniali.

 

Qualcuno, comprensibilmente, potrebbe pensare che l’azione di Israele nella Striscia di Gaza sia una macelleria fine a se stessa: un’interpretazione plausibile dell’uccisione di 1284 palestinesi, il 75% dei quali civili, e del ferimento di altri 7100 che potrebbe sembrare plausibile.
Considerare questa operazione israeliana come uno spargimento di sangue insensato potrebbe sembrare ancora più ragionevole alla luce del massacro di 63 persone a Shujaiya dopo “l’utilizzo estensivo di colpi di artiglieria su decine di aree popolate in tutta la Striscia di Gaza”, che ha lasciato corpi “disseminati nelle strade “, o il bombardamento di rifugi delle Nazioni Unite dove si raccolgono coloro che fuggono delle violenze. Si è tentati di arrivare a tale conclusione anche sulla base delle relazioni su Khuza’a, un borgo nell’entroterra della Striscia, che è stato teatro di un altro massacro israeliano.
Ma descrivere tale violenza come inutile e senza obiettivi significa non comprendere la logica di fondo del comportamento di Israele durante l’operazione “Protection Edge” e, ancor più, durante tutta la sua storia.

Come sottolinea Darryl Li, “Dal 2005, Israele ha sviluppato un insolito, e forse senza precedenti, esperimento di gestione coloniale nella Striscia di Gaza”, cercando di “isolare i palestinesi che ci vivono dal mondo esterno, rendendoli totalmente dipendenti dalla generosità esterna e allo stesso tempo assolvere Israele da ogni responsabilità nei loro confronti.”
Questa strategia, prosegue Li, è il modo di operare di Israele per mantenere una maggioranza ebraica nei territori che controlla così da poter continuare a negare una parità di diritti per il resto della popolazione.
La soppressione della resistenza palestinese è cruciale per il successo dell’esperimento israeliano. Ma c’è un corollario, rappresentato dalla ciclica interazione tra colonialismo israeliano e militarismo degli Stati Uniti. Come spiega Bashir Abu-Manneh, esiste una relazione tra l’imperialismo americano e le politiche sioniste; i politici statunitensi credono che l’alleanza con Israele aiuti gli Stati Uniti a controllare il Medio Oriente. Così gli Stati Uniti rendono possibili il colonialismo e l’occupazione israeliana, che a sua volta crea un contesto favorevole per ulteriori interventi statunitensi nella regione che possono essere utilizzati per cercare di rafforzare l’egemonia statunitense.
Egli sottolinea, inoltre, che “gli Stati Uniti hanno determinato i principali risultati economici e politici” nella regione almeno dal 1967, e che Israele svolge un “ruolo cruciale nella loro realizzazione. In Israele-Palestina, questo ha significato che la forza e la pace coloniale sono state utilizzate come strumenti della politica in maniera alternata”. Per tutto questo tempo l’obiettivo principale rimane “una costante: la supremazia ebraica in Palestina – quanta più terra possibile, quanti meno palestinesi possibile”.

Quello che sia Li che Abu-Manneh sottolineano è la preoccupazione di Israele di mantenere i palestinesi in uno stato di impotenza. Guidato sia dalla propria agenda coloniale (costruire nuovi insediamenti) che dalla sua funzione come partner statunitense nel sistema geopolitico, Israele si sforza di bilanciare il desiderio di massimizzare il territorio che controlla contro l’imperativo di ridurre al minimo il numero dei palestinesi che vivono in esso, cercando di utilizzarli per i propri scopi.
Un modo per distruggere ogni traccia di potere dei palestinesi è stato mostrato con questa operazione “bordo protettivo” durante la quale la violenza israeliana ha cercato di distruggere ogni elemento di indipendenza palestinese – ciò che il ministro dell’Economia Naftali Bennett ha chiamato “sconfiggere Hamas”.
Il risultato è che i palestinesi non solo sono oggetto di violenza estrema quanto, piuttosto, sotto attacco è la loro possibilità di vivere autonomamente nella Palestina storica. La distruzione delle infrastrutture, come nel recente attacco all’unica centrale elettrica della Striscia di Gaza, è un indice di questo. Non solo l’assalto israeliano mette fine violentemente all’esistenza fisica di specifici individui palestinesi, quanto mira a cancellare i palestinesi in quanto popolo capace di vivere autonomamente nella propria patria.

Mentre negare ai rifugiati palestinesi la loro protezione legale il naturale diritto al ritorno è la tattica più evidente che Israele usa per mantenere il quadro demografico desiderato, la creazione di un ambiente inospitale per l’esistenza autonoma dei palestinesi può nel lungo termine assicurare a Israele “quanta più terra possibile con meno palestinesi possibile”.
La violenza guidata da questa logica non appartiene solamente al sionismo: si tratta di una politica fondamentale per il colonialismo e trova paralleli storici, ad esempio, nel “Sentiero delle Lacrime” americano o in Canada, la “pulizia” delle pianure spingendo deliberatamente alla fame dei popoli aborigeni. Il senso di “Protection edge” è analogo.
Impedire ad un popolo di provvedere a sé stesso è un modo per sabotare la sua capacità di vivere in modo autonomo. Da questo punto di vista diventano comprensibili gli attacchi israeliani contro 46 pescherecci di Gaza o gli attacchi del sedicesimo giorno dell’operazione militare contro siti agricoli nel nord della Striscia di Gaza, a Gaza City, nella regione centrale della striscia, a Khan Yunis e Rafah. In questo modo dovrebbero diventare comprensibile la distruzione dei due terzi dei mulini per la farina di Gaza (resi così non operativi) e delle riserve per ‘alimentazione animale necessaria a 3.000 pastori di Gaza (per non parlare del valore della vita degli stessi animali). Ecco perché diventa evidente questa intensificazione di quella che la docente di Harvard Dr. Sara Roy descrive come l’annosa distruzione deliberata e il “contro-sviluppo” dell’economia della Striscia di Gaza che, senza un eventuale aiuto finanziario da parte dell’UNRWA, potrebbe causare una fame di massa.

Per fare in modo che i palestinesi non possano provvedere ai loro stessi bisogni un altro sistema è quello di spezzare la loro capacità di provvedere ai propri bisogni autonoimamente. Questa è quello che succede in seguito alla “carenza di farmaci psicotropi per pazienti con disturbi mentali, traumi e ansia, o costringendo l’ospedale al Shifa in una ricerca ‘urgente’ di neurochirurghi, anestesisti, chirurgi plastici e generali e specialisti ortopedici, così come di venti posti letto per la terapia intensiva, una macchina C-ARM digitale per interventi chirurgici ortopedici, tre tavoli operatori e il sistema di illuminazione per cinque sale operatorie”.
Questa è la conseguenza dell’uccisione – come si legge nell’appello di Medici senza frontiere che chiede a Israele di “fermare i bombardamenti sui civili intrappolati” – di due paramedici e del ferimento di altri due mentre cercavano di soccorrere i feriti di Ash Shuja’iyeh.
Questa è la conseguenza del danneggiamento da parte di Israele di ventidue strutture sanitarie, oltre all’attacco attacco diretto contro l’ospedale al-Aqsa e la distruzione dell’ospedale per la riabilitazione el-Wafa con attacchi in diversi giorni. Tutto questo ha portato la prestigiosa rivista medica “The lancet” a pubblicare una lettera aperta firmata da ventiquattro medici e scienziati che si dicono “sconvolti per l’assalto militare contro i civili a Gaza con il pretesto di punire i terroristi; un massacro [che] non risparmia nessuno, e colpisce anche disabili e malati in ospedali.” (La traduzione italiana è stata pubblicata su “il manifesto” del 30 luglio scorso, NdT).

Gli attacchi alle istituzioni religiose, una caratteristica di tutti i progetti coloniali, sono un altro modo per colpire l’indipendenza palestinese. Ottantotto moschee di Gaza sono state danneggiate, vale a dire che sono state danneggiati ottantotto luoghi nei quali la comunità di Gaza si riunisce e nei quali le persone hanno relazioni sociali.
Anche l’attacco di Israele contro la cultura palestinese può essere inteso come atto di violenza contro i palestinesi in quanto popolo. Le culture non sono statiche, ma partecipano al processo permanente di fare, disfare, e ri-fare i testi, l’interpretazione dei quali è il modo con il quale un gruppo definisce sé stesso come distinto e attraverso cui i non appartenenti al gruppo possono interpretarlo come tale.
La capacità di un gruppo di raccontare le proprie storie su sé è un aspetto fondamentale della sua esistenza autonoma. Impedire ai palestinesi di esercitare questa autonomia è quanto fa Israele, quando distrugge la casa del poeta Othman Hussein e quella dell’artista Raed Issa; quando uccide il cameraman Khaled Reyadh Hamad in Shujaiya e l’autista dell’agenzia “24 news” di Gaza chiamato Hamdi Shihab; quando attacca i giornalisti di lingua araba di al-Jazeera e della BBC; o quando distrugge l’edificio sede della stazione radio Sawt al-Watan.

Minare la capacità di un popolo di educare i suoi giovani, di dare loro una formazione professionale, di insegnare loro a pensare in modo critico è, anch’esso, un modo per soffocare la sua esistenza indipendente. Questa è la conseguenza dell’attacco contro 133 scuole.
Mentre la distruzione elle istituzioni culturali ed educative impedisce ad un popolo la ri-produzione simbolica di sé, l’omicidio di massa di 229 bambini palestinesi e il ferimento di altri 1.949 da parte di Israele è la più grottesco e letterale ostacolo alla possibilità dei palestinesi di continuare ad esistere come gruppo in Palestina. Questo è il risultato che Israele ha ottenuto avendo costretto 194 mila bambini alla necessità di un sostegno psicologico; questo è il risultato della riduzione dei servizi per la maternità “per le probabili 45.000 donne in gravidanza nella Striscia, delle quali almeno 5000 sfollate”.
In questo senso si impedisce una normale vita familiare, distruggendo o danneggiando gravemente le abitazioni di 3.695 famiglie e creando le condizioni che rendono praticamente impossibile svolgere le attività quotidiane che rendono possibile la continuità generazionale, costringendo, ad esempio, a 1,2 milioni di persone ad avere “un accesso inesistente o molto limitato all’acqua o ai servizi igienico-sanitari a causa dei danni al sistema elettrico o alla mancanza di carburante per far funzionare i generatori.”
Questo è il significato dell’alto numero di sfollati accolti nei rifugi dell’UNRWA, “che sono quasi il 10% di tutta la popolazione di Gaza – circa 170.461 persone in 82 scuole […] senza adeguati servizi e infrastrutture igienico-sanitarie e senza uno spazio sufficiente”. Questo è ciò che significa per il milione e ottocentomila persone di Gaza essere colpiti dalla guerra.

Quelli di noi che sono cittadini di stati che aiutano Israele a fare tutto questo devono costringere i propri governi a smettere. Fino ad allora siamo tutti responsabili della sua violenza terribilmente logica.

Print Friendly, PDF & Email