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disegno greta vanessa“…I was once like you are now, and I know that it’s not easy, To be calm when you’ve found something going on. But take your time, think a lot, Why, think of everything you’ve got. For you will still be here tomorrow, but your dreams may not…” (Cat Stevens, “Father and son”).

 

 

Tre anni e mezzo fa milioni di donne e uomini, la maggior parte delle/dei quali giovani e giovanissime/i, manifestavano nelle piazze di diversi paesi della regione araba. Chiedevano democrazia, giustizia, libertà. E ancora di più dignità e partecipazione – poter finalmente far parte a tutti gli effetti di una società che sempre più le/li escludeva dai processi economici, politici, culturali.
La risposta del potere è stata diversa ma sempre terribile: se in Tunisia Ben Ali e il suo regime hanno dovuto crollare e qualche dinamica positiva si è aperta, in Egitto l’elite militare ha sacrificato il loro presidente – Mubarak – per poter riciclarsi gradualmente fino al colpo di stato del generale el Sisi e all’attuale dittatura; in altri paesi la repressione è stata feroce e ha provocato migliaia di morti e detenuti – come in Bahrein. E poi la Siria, paese dove la repressione del regime mafioso-famigliare degli Assad è stata più tremenda e da cui è sorta una rivolta armata e poi una guerra civile.

Queste rivoluzioni hanno avuto molte simpatie negli altri paesi arabi (anche in Palestina le/i giovani hanno provato a svecchiare dinamiche politiche ormai poco efficaci, e la risposta delle “autorità” di Gaza e Cisgiordania è stata – in maniera speculare – una repressione silenziosa e l’esclusione delle istanze di trasformazione), ma anche in Europa e in altri paesi. Nelle piazze dell’indignazione spagnola, come degli Occupy statunitensi o londinesi il richiamo empatico e solidale con le piazze arabe era evidente – e anche piuttosto logico (fu lo stesso nel 1968 con le rivolte in diversi paesi in tutto il mondo…).

In Italia non abbiamo assistito ad un forte movimento di solidarietà e sostegno alle rivoluzioni arabe. Le manifestazioni erano partecipate in gran parte da migranti provenienti dalla regione araba e qualche settore di una sinistra per il resto sempre più incapace di pensare e praticare la solidarietà internazionalista. Anche le organizzazioni maggiori della “società civile” hanno preferito aspettare alla finestra, incapaci di prendere posizione, di schierarsi con chi cercava una propria strada per la libertà e la giustizia. Altre – vergognose e ignobili – parti di quella che non possiamo in questo caso nemmeno più definire sinistra hanno preferito pontificare sull’impossibilità di una rivoluzione senza la guida del partito rivoluzionario e una parte di questa si è accomodata in un campismo fuori tempo e fuori luogo, manifestando direttamente e indirettamente il loro sostegno alle dittature “laiche” in funzione “antimperialista”.

Per fortuna tante/i giovani hanno saputo invece riconoscere quelle istanze di libertà e giustizia, quella voglia di trovare la propria strada nel mondo di loro coetanei, di loro sorelle e fratelli che vivevano ingiustizie, precarietà (sul lavoro e nella vita), esclusione.
Questa loro empatia è prima di tutto riconoscimento reciproco, solidarietà umana, vicinanza. E questo spinge a non accontentarsi di fare da spettatori agli eventi, ma partecipare insieme a queste sorelle e fratelli, incontrarle(i, vivere insieme a loro – aiutandole/i per quanto possibile, ma soprattutto passando con loro una parte del tempo reciproco.

Non voglio parlare di Greta e Vanessa (il loro progetto, le loro idee e le loro stesse vite sono tutte leggibili sui loro profili fb e su quello della loro associazione), ma ho trovato indecente, volgare e patetico l’affannarsi di molte/i a sminuire la loro capacità di giudizio, a criticare la loro ingenua incoscienza, a maledire la loro irruenza “poco professionale”. Ancora una volta è il padre della canzone di Cat Stevens che si riaffaccia, che spiega alle/ai giovani che devono aspettare, stare fermi, seguire le loro orme di vecchi saggi che hanno capito come si deve vivere. Insopportabili.

Abbiamo letto anche sagge dissertazioni su come non si deve fare cooperazione internazionale, su come questa – fatta in maniera non professionale – possa fare danni alle popolazioni che si pretenderebbe di aiutare. Tralasciamo di ricordare i danni fatti realmente da una cooperazione internazionale prona agli interessi neoliberali dei propri governi, che sposa magari un Expo2015 salendo sulla portaerei Cavour a sponsorizzare il “sistema Italia”. Non è quello che ci interessa ora.
Quello che dobbiamo sottolineare è che qui non si tratta di “cooperazione internazionale”, ma di qualcosa di diverso, di solidarietà, empatia, condivisione. E chi dovrebbe essere mosso da tutto questo se non giovani ragazze e ragazzi?
Vanessa e Greta sono tra le/i tante/i che dall’inverno 2010/2011 si chiedono: cosa possiamo fare? Come possiamo sostenere le ragioni di chi cerca libertà e giustizia? Come possiamo essere testimoni verso una pubblica opinione che sembra voltarsi dall’altra parte rispetto alle sofferenze siriane?
Sono quelle ragazze e ragazzi che troviamo alla stazione Centrale di Milano ad accogliere le famiglie di profughi, portare loro qualcosa di conforto, accompagnarle ai centri di accoglienza, vivere qualche momento della loro giornata insieme a loro.
E qualcuna/o ha scelto di andare anche in Siria, a condividere prima ancora di aiutare – perché sostenere non significa solamente mandare soldi o aiuti umanitari.
Rispettare la loro scelta non significa necessariamente condividerla (personalmente la condivido, completamente), ma provare a comprenderne le ragioni e il sentimento che l’hanno motivata.

Rivoglio Greta e Vanessa a casa presto, voglio poterle abbracciare, ascoltare ancora i loro desideri, le loro ragioni, la loro freschezza, i loro dubbi e le loro passioni. Voglio poter ancora manifestare con loro come lo scorso 15 marzo a Roma. Voglio tornare a sentire le parole del loro sentimento e della loro ragione, non più questo rumore di fondo di maestri che devono sempre tagliare le ali a chi vorrebbe provare a volare.
Aspettiamo il vostro volo di ritorno.

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