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burgat“Secondo messaggio per l’America” è il titolo del video pubblicato dallo Stato islamico su internet. Un video nel quale l’organizzazione rivendica l’assassinio del reporter americano Steven Sotloff [1]. Viene rappresentata una decapitazione, due settimane dopo l’annuncio dell’assassinio di un altro giornalista americano, James Foley [2]. Un messaggio anche per Barak Obama: «Come i tuoi missili continuano a colpire il nostro popolo, i nostri coltelli continuano ad abbattersi sul collo della tua gente».

Con la morte di Stefen Sotloff, quale è la strategia dello Stato islamico? Ne parliamo con François Burgat, direttore di ricerca presso il CNRS (Centro Nazionale di Ricerca Scientifica), già direttore dell’IFPO (Istituto Francese per il Vicino Oriente). E’ autore del libro “Pas de printemps pour la Syrie”, edizioni La Découverte, 2013.

 

Come analizza questa nuova azione dello Stato islamico? Quale, secondo lei, la logica insita nell’organizzazione?

Perfettamente in con l’organizzazione madre che era al-Qaïda, lo Stato islamico (SI), secondo me, non commette più violenze, né individuali, né collettivi delle altre parti in conflitto, in particolare il regime siriano [di Bachar al-Assad]. Lo Stato islamico le integra nella sua politica di comunicazione, mentre il regime siriano (sono valutati a undicimila i morti sotto tortura nella sola regione di Damasco) negherà queste violenze ed incolperà le parti avverse. Lo SI se ne serve come elemento portante della suo modo di comunicare. Il comunicare di un debole. Quando si è in una situazione di dominio, non occorre cercare di spaventare l’avversario.
Non sono dunque sorpreso per questa seconda catastrofe, l’assassinio di Steven Sotloff e, purtroppo, ci si può aspettare che altri siano sulla lista. Le stime sono contraddittorie, pare che attualmente i detenuti stranieri siano venti: prigionieri che circolano da un gruppo all’altro. Esattamente non si sa….Ma purtroppo non è una sorpresa, vi è il rischio che vi saranno altri casi nelle prossime settimane.

 

Lo Stato islamico vuole effettivamente mostrare l’avanzata di questo dominio?

E’ evidente. Per condannare in modo efficace lo Stato islamico, occorre comprendere ciò che rappresenta. E’ la manifestazione di due fallimenti politici importanti: quello del regime siriano e quello del regime iracheno che, in contesti e con ruoli differenti della comunità internazionale, hanno osteggiato, marginalizzato, represso la componente sunnita della popolazione.
Questi due regimi sono anche il prodotto di un passato, più lontano, di violenze occidentali nella regione. Vi sono due generazioni: coloro che hanno conosciuto la jihad in Afganistan e coloro che, dal 2003 l’hanno vissuta in Irak. Sono persone che hanno conosciuto Falouja [nel 2004 e alla fine del 2013/ inizio 2014] sono persone che hanno vissuto tutta una serie di violenze commesse nella regione dagli Americani.
E poi, non bisogna dimenticarlo, più di ottanta nazioni sono presenti nello Stato islamico. Un segnale del fallimento o dei limiti delle politiche di integrazione dei musulmani in tutta una serie di nazioni del mondo, che vanno dai Ceceni – che hanno vissuto ciò che ha fatto Eltsin, fino a Putin [in particolare nel 1994-1996 e 1999-2000] – a coloro, lasciatemelo dire, che non si riconoscono in come viene trattata la comunità musulmana, in Francia. Per esempio in occasione della “crisi” siriana, ma anche della “crisi” di Gaza.
E’ comunque un insieme di forze, io le chiamo i “angry sunies” (i sunniti in collera) o gli jihadisti senza frontiere, che per la prima volta – e si potrebbe paragonare un po’ a ciò che è successo in Iran nel 1979 – emergono come una forza politica istituzionalizzata che possono vantarsi di essere in bilico tra la cerchia occidentale, da una parte, e regimi sotto l’influenza dell’Occidente, dall’altra. Questi jihadisti possiedono un carburante ideologico molto forte di cui bisogna tener conto quando si analizza ciò che sta succedendo.

 

Effettivamente, per quanto riguarda gli ostaggi, siamo confrontati ad una logica nuova. Lo SI non entra assolutamente in una logica di riscatto, ma di pressione reale?

No, non è totalmente nuova. Qui siamo in una “scuola irachena”. Abbiamo già avuto esecuzioni che tentavano di piegare le comunità alle quali appartenevano gli ostaggi, all’inizio in Irak, nel 2003, nella lotta contro gli americani. [3]. La rappresentazione non è nuova, come pure il color arancione, che vuole rispondere alla “retorica di Guantanamo”. All’epoca lo avevo detto, a proposito del trattamento dell’avversario politico da parte degli Americani, e cioè questa retorica che consisteva nel privarli di tutti i diritti relativi a un combattente legittimo. E’ un po’ come render pan per focaccia, e non è una novità.

 

Sono circa una sessantina le persone (in maggioranza Occidentali) prigioniere dello SI. Lei ha detto una ventina, in una sorta di “fabbriche di ostaggi” come ci ha riferito il nostro corrispondente nella regione. Ne sapete un po’ di più?
No, non ne so di più. Ma, come voi, ho confrontato tutte le fonti disponibili. Due varianti ci impediscono di rispondere in modo preciso. Principalmente perché i parenti di alcuni ostaggi e le istituzioni per cui lavora un certo numero di giornalisti ritengono sia preferibile non rendere pubblica la loro sparizione. Ci è voluto molto tempo per sapere che Sotloff era prigioniero e, secondariamente, la gestione della situazione ostaggi viene fatta da diversi gruppi che possono accordarsi tra di loro.
Quindi non si sa nulla (sfido chiunque), in ogni caso non se ne parla, non si possono dare cifre precise.
Sicuro è che questa situazione potrà peggiorare, perché in territorio iracheno, in quello siriano, ci saranno sempre cittadini occidentali che potrebbero cadere nelle mani dello Stato islamico. Una variante del conflitto, a cui, temo, dovremo abituarci.

 

Sono azioni sui territori che controllano. Secondo lei, potrebbero verificarsi atti terroristici dello Stato islamico, all’esterno, in Europa o negli Stati Uniti?

Conosciamo il passato, ma predire il futuro è molto difficile. Penso che ora lo Stato islamico sia deciso a colpire il “punto debole” del suo avversario occidentale. Non si può escludere la possibilità che userà altri mezzi di pressione contro le società occidentali. Ma, vi sono già molte risorse in questo comportamento nei confronti degli ostaggi.

 

* Testo pubblicato su RFI, il 3 settembre 2014. La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà.

 

[1] Il 4 agosto 2013, Steven Joel Sotloff, giornalista israeliano-americano di 31 anni, è stato rapito da jihadisti nelle vicinanze di Aleppo. Era appena entrato nel nord della Siria attraverso la frontiera turca. Tredici mesi più tardi, martedì 2 settembre 2014, lo Stato islamico ha diffuso un video nel quale un jihadista decapita un uomo presentato come Steven Sotloff. Il 3 settembre 2014, la Casa Bianca ha confermato la sua identità

[2] Mercoledì 20 agosto 2014. Il movimento jihadista ha pubblicato un video della decapitazione del giornalista James Foley, rapito in Siria a fine 2012. I quattro ostaggi francesi liberati nell’aprile 2014 – Didier François, Eduard Elias, Nicolas Hénins e Pierre Torès, rapiti nel giugno 2013 – dopo mesi di silenzio – forniscono informazioni su questo reporter indipendente che lavorava per il sito Global Post e per l’Agenzia France-Press. Era prigioniero con una dozzina di ostaggi a Raqqa, uno dei bastioni dello SI in Siria.

[3] Secondo Christophe Ayad del quotidiano Le Monde: “Il video [della decapitazione di James Foley] ricorda la sinistra rappresentazione d’Abou Moussab Al-Zarkaoui, il “padre spirituale” dello Stato islamico, morto nel 2006 in un raid aereo americano. Nel 2004, durante la guerra in Irak, quest’ultimo era diventato celebre uccidendo con le proprie mani l’imprenditore americano Nicholas Berg”

[4] Secondo l’opinione di Wassim Nasr, giornalista di France 24 e specialista di Medio Oriente, apparsa su le Monde.fr del 2 settembre “James Foley e Steven Sotloff sono stati uccisi più perché erano americani che perché erano giornalisti. Se lo SI avesse potuto catturare un americano che non era giornalista, probabilmente l’avrebbero fatto. Per lo SI, il fatto che erano giornalisti ha portato un’eco maggiore.”

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