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hong-kong-proteste-studentiCome avevamo scritto su questo sito (www.alencontre.org) il 23 settembre 2014, la mobilitazione studentesca a Hong Kong prendeva slancio. Tende rosse, verdi, blu, gialle si spandevano nel parco Tamar, dove gli studenti, boicottando le lezioni, ascoltavano conferenze. Tra i conferenzieri si trovava un militante di lunga data per i diritti democratici, Au Long-yu.

All’inizio, erano alcune centinaia a esigere la possibilità di un’elezione effettivamente democratica, non preparata nelle alte sfere di Hong Kong e Pechino, per scegliere il «capo dell’esecutivo» della Regione amministrativa speciale cinese di Hong Kong.

Dal 23 settembre, sembrava che si delineasse una svolta nella vita dell’isola dove si concentrano circa 7 milioni di abitanti. Sempre il 23 settembre, gli studenti chiedevano un’udienza particolare al capo dell’esecutivo di Hong Kong, Leung Chun-ying. Alcuni portavoce del movimento affermavano: «Abbiamo rivolto un ultimatum al capo dell’esecutivo. Se non viene nel parco Tamar nelle prossime 48 ore, inizieremo un rafforzamento del nostro movimento». Alla fine della giornata, ci furono alcuni scontri davanti alla sede del potere esecutivo , con gli studenti che chiedevano che Leung Chun-ying «onori le sue promesse elettorali», cioè una modalità di elezioni democratiche per la scadenza del 2017.

Da quel giorno, tutte le informazioni mostrano che negli ambienti studenteschi si sviluppava un sentimento di solidarietà. L’idea di base era la seguente: se si sviluppa un movimento d’insieme, solidale e di massa, è possibile che la dinamica avviata abbia un effetto sul futuro. Nelle interviste iniziali appare un certo «realismo» determinato. Si possono citare formule di questo tipo, che si ritrovano spesso: «Non credo che si possa cambiare la posizione di Pechino », dice uno studente di giornalismo del Chu Hai College of Higher Education, «ma è importante elevare la coscienza e che più persone si uniscano alla mobilitazione». Fin dall’inizio, un obiettivo è fissato per il 1° ottobre dal movimento più importante, Occupy Central with Peace and Love. Si capisce da questo che i manifestanti volevano paralizzare il centro finanziario di Hong Kong.

Di fronte alla determinazione di Pechino, alcuni pronosticavano un ripiegamento della mobilitazione. Non è stato così. L’obiettivo del 1° ottobre – giorno commemorativo della proclamazione della Repubblica Popolare Cinese da parte di Mao Zedong nel 1949 – restava impresso nella mente di molti, anche se erano molte le esitazioni. Il sociologo Chan Kin-man, ad esempio, considerava che l’occupazione di piazze, ponti, e incroci chiave della città, che miravano di fatto a paralizzarla, non era sostenibile. Tuttavia, oggi 29 settembre, lo stato d’animo della maggioranza dei manifestanti sembra divergere da tale pronostico. I giovani manifestanti, a decine di migliaia, dopo avere organizzato i rifornimenti con camion, programmavano ancora un blocco nella mattinata. Tra sabato e domenica, la congiunzione dell’iniziativa di Occupy Central con la mobilitazione di giovani studenti e studentesse delle molteplici istituzioni studentesche e scolastiche, ha dato vita di fatto a un movimento di «disobbedienza civile». Jean-Philippe Béja, specialista della Cina, membro del CNRS, presente a Hong Kong – autore di A la reherche d’une ombre chinoise. Le mouvement pour la démocratie en Chine, 1919-2004, Seuil, 2004 – dichiara ad Alexandra Cagnard il 29 settembre: «C’è un’enorme quantità di persone nelle strade, e ce ne sono sempre più. Ci sono tutti gli strati sociali. È stato lanciato dagli studenti. La campagna di disobbedienza civile, che esisteva da molto tempo, doveva cominciare di norma il 1° ottobre, ma di fatto c’è stata una mobilitazione molto forte della popolazione. Bisogna notare bene che c’è un’assenza totale di violenza. Malgrado la presenza di grandi folle, di decine di migliaia di persone, nessuno ha lanciato alcunché contro le forze dell’ordine … È un movimento spontaneo dell’insieme della popolazione [preparato dagli studenti e dal movimento democratico] che è scandalizzata dal ritiro delle promesse di Pechino».

Quindi, è stata in qualche modo proposta la data del 1° ottobre, e la mobilitazione e il calendario subiscono un’accelerazione, come in tutti i movimenti popolari di grande ampiezza, ancor più di fronte a un potere che afferma insieme determinazione e difficoltà a gestire la rivolta, poiché si tratta della «regione amministrativa speciale». Il rifiuto delle autorità di rispondere all’«ultimatum», di ricevere una delegazione degli studenti – che ricorda Tiananmen nel 1989 – e l’utilizzo della polizia antisommossa, con il carattere di provocazione che tale opzione prende in una simile congiuntura, hanno acceso la miccia. Occupare il centro diventava in qualche modo logico. Un’occupazione organizzata con riflessi di gestione studentesca, nell’ordine, di movimento di massa. Anche se lunedì mattina, la radio di Hong Kong annunciava il ricovero in ospedale di 41 persone e l’arresto di 78 manifestanti, accusati di «turbamento dell’ordine pubblico», «ingresso illegale in edifici ufficiali» e ancora, in modo classico, «violenze contro la polizia depositaria dell’ordine pubblico».

Il 29 settembre, alle 9 e 23, Florence de Changy scrive per RFI: «Chiaramente, il movimento continua. E questa mattina è un risveglio caotico e un po’ surreale per Hong Kong, che non è affatto abituata a questo tipo di disordine. Molti grandi assi della città sono ancora chiusi e inaccessibili. Il traffico è evidentemente interrotto. 200 linee di autobus sono sospese. Dozzine di scuole sono chiuse e anche le banche». L’intervento della polizia, domenica 28 settembre, non è riuscito. È un segno che sono in corso negoziati, ma che l’opzione polizia dell’esecutivo della Regione amministrativa, e dunque di Pechino, per ora è incerta, un elemento da non trascurare anche per una regione speciale della Cina, quando si conosce la determinazione attuale di Xi Jinping e della sua campagna di propaganda alla Mao (vedere a questo riguardo l’articolo di Frédéric Koller, buon conoscitore della Cina, a pag. 2 di Le Temps, del 27-28 settembre 2014). In ogni caso, è più che improbabile che l’Assemblea del Popolo della Cina faccia marcia indietro, dopo la decisione presa pubblicamente a fine agosto sulle modalità di elezione del governo della regione amministrativa speciale di Hong Kong.

Il ritiro della polizia antisommossa, domenica sera e lunedì mattina (28 e 29 settembre), era accompagnato da una richiesta esplicita: «liberare le strade occupate il più presto possibile, per lasciare il passaggio ai veicoli di urgenza e ristabilire i trasporti pubblici». Nei circoli relativamente influenti – eletti della regione, professori noti, rappresentanti delle Chiese – dopo la domenica si è manifestato un sostegno alla mobilitazione, tra l’altro per effetto dell’offensiva della polizia antisommossa. Cosa che convalida l’analisi fatta dalla stampa economica di Hong Kong (come è riportato nell’articolo pubblicato su questo sito il 23 settembre): Pechino e i suoi rappresentanti, bene impiantati a Hong Kong, anticipando certe adesioni al movimento democratico studentesco, esercitavano pressione e cooptazione nei confronti degli ambienti d’affari di questo centro finanziario, tanto più che si stanno avviando operazioni di cambio dello yuan con altre monete, che vanno al di là dello stadio attuale. Hong Kong ha un ruolo in questi «meccanismi finanziari e monetari di apertura».

La tattica degli studenti, che in questo ricorda Tiananmen, è consistita domenica nell’evitare qualsiasi scontro con l a polizia. Per l’essenziale, gli studenti facevano blocco e si proteggevano con ombrelli e altri mezzi dai lanci di gas lacrimogeni. Alzavano le braccia per indicare che rifiutavano lo scontro, un’immagine che si è vista a Ferguson. I simboli si mondializzano all’epoca di Internet, che a Hong Kong non è sottoposto alle stesse restrizioni di Pechino.

Dopo una pausa, la polizia è nuovamente entrata in azione a metà mattinata del 29 settembre. Diverse società finanziarie, come la Standard Chartered o la Bank of China, hanno sospeso le attività, «data la situazione in certe regioni di Hong Kong». Altre società finanziarie hanno chiesto al loro personale di lavorare a casa (telelavoro) o di raggiungere altri uffici, lontani dai centri occupati. Nella Cina continentale, le autorità fanno di tutto per presentare la mobilitazione democratica come un’operazione quasi terroristica. Dopo il 2005, non c’era più stato intervento della polizia con il lancio di lacrimogeni. Alcuni portavoce del movimento studentesco e del movimento pro democrazia dicono di temere che la polizia, in fine mattinata di questo lunedì, utilizzi proiettili di gomma, in effetti molto pericolosi. Settori studenteschi si sono spostati nei centri commerciali di Causeway Bay e hanno raggiunto Mong Kok. Ciò rende più difficile per la polizia il controllo dello spazio. Quale che sia il risultato immediato della mobilitazione – che è difficile da prevedere in termini precisi –, a Hong Kong si è operata una cesura sul piano politico, con diverse espressioni, come avevamo indicato dal 23 settembre. In ogni caso, questa mobilitazione ha una funzione di educazione politica di una nuova generazione, segnata da una specificità hongkonghese. Ma che avrà ripercussioni in Cina. Ci ritorneremo su.

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