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Un rapporto di McKinsey indica che, dal 2007, il peso del debito è aumentato di 57’000 miliardi di dollari, 17 punti del PIL, passando dal 269% al 286% del PIL mondiale (1). Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, le imprese si sono largamente disindebitate, fatto che spiega il ritorno a una crescita moderata. Ma non è il caso della Francia e della maggioranza dei paesi, malgrado la presa a carico di una parte del debito privato da parte degli Stati. In Giappone, il debito pubblico ha superato tutti i record. In Cina, l’indebitamento delle imprese si sviluppa più velocemente della produzione, fatto che sta alimentando una bolla immobiliare gigantesca. Per ritornare alla crescita, qualunque sia il mezzo (guerra, fallimenti, …) il sistema ha bisogno di passare attraverso una purga del capitale fisico eccedente e un disindebitamento delle economie.

 

La minaccia della deflazione

La Zona euro è vicina alla deflazione. In gennaio, i prezzi sono scesi dello 0.6% su base annua. Questa debolezza non è solamente dovuta ai prezzi dell’energia. L’inflazione sottostante (esclusi energia, alimentari e tabacchi) è solo di + 0.6%. Questo si traduce in una riduzione dei margini di profitto sotto la pressione della concorrenza.
La deflazione non è una semplice diminuzione dei prezzi che sarebbe neutrale per l’economia reale: quando i prezzi scendono, gli acquirenti hanno tendenza a differire i loro acquisti, fatto che frena la domanda e alimenta la sovrapproduzione. Inoltre, la crescita debole con dei prezzi che scendono conduce a un aumento del peso del debito che può condurre le imprese al fallimento. Questa è la ragione fondamentale del lancio del programma di quantitative easing (allentamento monetario) (2) europeo: fare di tutto per evitare la deflazione.

Una nuova bolla finanziaria prepara una nuova crisi

Il principale indice borsistico americano, il Dow Jones, si trovava a 14’000 punti prima della crisi del 2007. È stato dimezzato dalla crisi scendendo a 7’000. Ma è risalito da inizio 2009 e oggi è arrivato a superare i 18’000 punti.
Questa euforia borsistica è il riflesso di profitti giganteschi e di un’economia in eccellente salute? La risposta è chiaramente no. Dopo aver raggiunto il punto più basso negli anni ’80, il tasso di profitto non si è mai ristabilito significativamente malgrado la svolta “neoliberale”. Dal 1997, ha ripreso, almeno tendenzialmente, a diminuire . Le bolle finanziarie riflettono da allora l’abbondanza di denaro, alimentato dalle politiche monetarie espansionistiche, che non trova dove investire in maniera sufficientemente redditizia “nell’economia reale”.
La nuova bolla finanziaria trova la sua fonte nella politica del quantitative easing (QE) lanciato negli USA dalla fine del 2008. Questa politica consiste, per una banca centrale, nell’acquisizione di titoli finanziari sul mercato creando in contropartita una “moneta centrale”, vale a dire alimentando le riserve monetarie delle banche commerciali.
Ma questo afflusso di liquidità non ha un effetto miracoloso. Il credito per la produzione resta atono, dato che non basta stampare moneta per uscire da una crisi di redditività del capitale. Queste liquidità sono dunque restate nella sfera finanziaria e hanno provocato una forte inflazione finanziaria. Finanza e economia reale sono comunque connesse: i titoli finanziari rappresentano dei diritti di prelievo sulla produzione futura, ed è per questo che le bolle finanziarie finiscono sempre per esplodere.
Una prima bolla è così scoppiata alla fine degli anni 1990, una seconda nel 2007, e la terza aspetta solo di conoscere lo stesso destino. Oggi, la stagnazione dei profitti negli Stati Uniti e la crisi del petrolio di scisto indicano che la scadenza è prossima. Da ottobre 2014, i mercati finanziari sono molto volatili e nervosi, come lo sono generalmente prima di un crash.

 

Verso una crisi industriale e finanziaria del petrolio di scisto

La diminuzione del prezzo del petrolio è sovente percepita unilateralmente come una “buona notizia”. Pertanto costituisce anche una minaccia per l’economia USA. L’industria del petrolio di scisto, il cui sviluppo è spettacolare da qualche anno, non è più redditizia ai prezzi attuali. La riduzione del numero di impianti di trivellazione aumenta e gli effetti sulla produzione si faranno sentire nel secondo semestre 2015. I fallimenti si moltiplicheranno con effetti a cascata sui fornitori. Con la diminuzione della produzione, i prezzi del petrolio probabilmente risaliranno verso la fine dell’anno, fatto che avrà ugualmente un effetto recessivo sull’economia.
Ma una crisi finanziaria rischia di innestarsi sulla crisi industriale. Infatti, l’indebitamento netto delle imprese specializzate nella produzione di petrolio di scisto è stimato a 200 miliardi di dollari. I prestiti sono stati sottoscritti presso piccole banche locali che li hanno rapidamente cartolarizzati (3). Le imprese hanno anche sottoscritto contratti d’assicurazione in caso di diminuzione dei corsi, che sono stati a loro volta cartolarizzati. Il rischio si è dunque diffuso all’insieme del settore finanziario e i fallimenti trasformeranno in “debiti spazzatura” una gran parte dei prestiti cartolarizzati nelle banche americane.

 

Il vicolo cieco delle politiche di rilancio

Gli obiettivi dichiarati dei QE sono di far diminuire i tassi di interesse, di stimolare il credito e di conseguenza l’investimento, e di aumentare le esportazioni deprezzando la moneta. Alla luce di queste ambizioni questa politica si è dimostrata un fallimento. L’investimento rimane a un livello molto basso, allorché i tassi di interesse sono già molto bassi.
L’effetto di deprezzamento della moneta non è infatti miracoloso e può anche essere controproducente. In Giappone, la diminuzione dello yen ha avuto un effetto negativo sulla bilancia commerciale a causa della ridotta elasticità dei prezzi delle esportazioni e dal rincaro dei costi d’importazione. Negli USA, il QE ha avuto un effetto positivo sulla crescita a causa “dell’effetto ricchezza”, anche se la ripresa è dovuta prima di tutto all’aumento dei tassi di profitto. Ma stimolare la crescita in questo modo crea dei forti rischi di alimentare la bolla finanziaria. Gli economisti keynesiani (Roubini, Krugman, Stiglitz,…) seguiti da alcuni marxisti antiliberali (Herribey, Durand,….) preconizzano di completare il QE con una politica di bilancio espansionistica, cioè con diminuzioni di imposte sulle economie domestiche e un aumento della spesa pubblica. Se queste misure posso avere a corto termine un impatto positivo sull’impiego, non possono che aggravare la crisi del quadro capitalista. In effetti, le spese pubbliche (pagamento dei funzionari o dei mezzi di produzione utilizzati dalle amministrazioni) rappresentano un prelievo sul plusvalore e pesano sulla redditività del capitale.
Un rilancio attraverso le spese pubbliche non è quindi sostenibile, e conduce inevitabilmente a un rafforzamento delle politiche di austerità, come già successo con l’esperienza “keynesiana” dei 1981-1982 in Francia. In tempo di crisi, non c’è una terza via tra l’austerità e la rottura con il capitalismo. I governi borghesi si trovano così obbligati a proseguire politiche di austerità.

 

Verso un nuovo episodio della crisi all’interno di una fase depressiva

All’interno delle fasi depressive, le recessioni sono in generale vicine e importanti, e diversi episodi di crisi sono necessari per purgare il capitale eccedentario e far ripartire l’accumulazione. La recessione del 1980-1981 è arrivata dopo quella del 1974; e la crisi del 1937 negli USA è arrivata dopo quella dei 1929-1932. Dopo la crisi dei 2008-2009, i segnali si moltiplicano per indicare che una nuova crisi potrebbe profilarsi a relativamente corto termine, verso la fine del 2015 o nel 2016. Bisogna dunque aspettarsi ad un’amplificazione degli attacchi contro la nostra classe e a un aumento delle tensioni internazionali.

Di fronte a ciò il nostro compito è quello di organizzare lotte di resistenza che siano all’altezza degli attacchi della borghesia e di portare il solo progetto alternativo valido nei confronti dell’accentuazione dell’austerità, la rottura rivoluzionaria con il capitalismo, l’appropriazione e la trasformazione dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori autorganizzati.

 

1) V. “Debt (Not Much) Deleveragin”, febbraio 2015, http://www.mckinsey.com/insights/economic_studies/debt_and_not_much_deleveraging.
2) Programma di riacquisto massiccio di debiti pubblici e privati, la cui finalità è di spingere le banche a prestare alle imprese e ai consumatori. La Banca Centrale Europea si è dichiarata pronta a sborsare fino a 1140 miliardi di euro fino a settembre 2016, cifra che rappresenta più del 10% dell’insieme della massa monetaria attualmente in circolazione nella zona euro.
3) Cartolarizzazione: trasformazione di debiti in titoli finanziari venduti sul mercato dei capitali.

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