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tp matteo pronziniRaoul Ghisletta, responsabile cantonale del sindacato VPOD, deputato e già capogruppo PS al Gran Consiglio, consigliere comunale PS a Lugano, presidente della sezione PS di Lugano e candidato alle elezioni nazionali per il PS in un suo articolo pubblicato su questo quotidiano lo scorso 6 maggio 2015 sviluppa una simpatica tesi: è stato un errore sostenere per ben tre riprese, sull’arco di 10 anni, gli accordi bilaterali.

Ma lui non può essere considerato co-responsabile. Ha seguito gli ordini della dirigenza del PSS e dell’USS. Una tesi molto semplicistica. Ghisletta non può considerarsi un semplice ed umile militante. Era ed è un dirigente politico e sindacale e la tematica in oggetto è il cuore dell’attività di un sindacalista di mestiere. Dunque avrebbe dovuto da tempo rendersi conto che gli accordi bilaterali e le cosiddette misure d’accompagnamento erano e sarebbero state uno strumento per deregolamentare e precarizzare le condizioni di lavoro. Una riflessione che il mio partito, il Movimento per il Socialismo, aveva fatto fin dall’inizio difendendo, soli a sinistra e nel movimento sindacale, la necessità di opporsi ai bilaterali pur ribadendo che la libera circolazione è un diritto.
La nostra riflessione partiva dal presupposto che le misure d’accompagnamento, concordate dai vertici sindacali e dal partito di Ghisletta, non avrebbero tutelato i salariati contro il virulento attacco alle condizioni di lavoro e al dumping salariale. Il cuore di queste cosidette misure d’accompagnamento erano i contratti collettivi di lavoro decretati d’obbligatorietà generale (che interessano al massimo un 30% dei salariati) e per il tramite di commissioni tripartite l’istituzione di strumenti di controllo (a posteriori) e la possibilità di introdurre dei contratti normali di lavoro con salari vincolanti.
Ghisletta e compagni, una volta accettati gli accordi bilaterali, hanno partecipato in prima persona alla messa in atto delle misure d’accompagnamento. Partecipando, ad esempio, alla commissione tripartita cantonale. Una commissione che in questi anni ha proposto ben 14 contratti normali di lavoro con dei salari minimi di 3000-3500 franchi mensili anche in settori dove i salari effettivamente pagati si aggirano attorno ai 4000-4500 franchi. Penso in particolare al settore della vendita e degli impiegati di commercio. Fissare dei salari minimi cosi distanti dai salari reali ha come conseguenza di attirare verso il basso tutti i salari.
A questo proposito è utile ricordare che a fine 2013 il Gran Consiglio ha respinto una mia mozione che proponeva di definire quale salario minimo per i contratti normali di lavoro la soglia di fr. 4000 mensili. In quell’occasione il gruppo PS in GC, pur opponendosi, non trovò nemmeno utile e necessario allestire un rapporto di minoranza a sostegno della mia mozione. Così come è utile ricordare che l’USS Ticino, ed alcune sue importanti federazioni, non hanno sostenuto l’iniziativa popolare contro il dumping salariale lanciata dal MPS nel 2011. Un’iniziativa che, a distanza di 4 anni dal suo lancio, continua a giacere ancora nei cassetti del Gran Consiglio.
Dunque si sarebbe potuto fare molto di più, a livello cantonale, per arginare il dumping salariale e la precarizzazione delle condizioni di lavoro. Ribaltare ora la colpa sulle direzioni nazionali è fin troppo facile…
Questo contesto di disagio sociale ha alimentato le frustrazioni ed il malcontento che i partiti di destra (Lega, UDC, PLRT e PPD), hanno alimentato con proposte xenofobe ed il tentativo di dividere i salariati tra residenti e frontalieri. Una valanga che ha travolto i Verdi di Savoia. Oggi i dirigenti dei Verdi non sono di meno dei leghisti per atteggiamenti xenofobi e nazionalistici.
Ghisletta e compagni in questi anni hanno avuto un atteggiamento ambiguo che ha contribuito a rafforzare queste posizioni. Tutti ricordano il famoso volantino distribuito dalla sezione PS di Lugano in via Nassa, ispirato più o meno esplicitamente alla rivendicazione “prima i nostri” che ricorda il vecchio slogan lepeniano “les Français d’abord”; così come il sostegno del gruppo PS a proposte dal gusto apertamente xenofobo e punitivo quali l’aumento del moltiplicatore d’imposta per i frontalieri. Ancora più grave la mancata campagna di Ghisletta e compagni, contro l’iniziativa dell’UDC “immigrazione di massa”. Un’iniziativa che, è bene ricordarlo, fu accolta a livello nazionale per soli 19’302 voti di differenza. Nel nostro cantone quest’iniziativa raccolse il maggior sostegno con ben il 68.20%. La differenza tra i SI ed i NO fu di 44’063 voti. A livello cantonale Ghisletta e compagni non hanno certamente sudato le proverbiali sette camicie per opporsi a quell’iniziativa… Basterebbe sfogliare il giornale della VPOD, e di altre federazioni sindacali, e trovereste veramente pochissimi articoli di critica all’iniziativa UDC nei numeri che precedettero il famoso 8 febbraio 2014. Forse, se ci si fosse impegnati un po’ di più, se si fosse messa in campo una vera campagna (spendendo magari la metà dei soldi che si spendono per altre attività sindacali) il risultato cantonale e nazionale avrebbe potuto essere diverso e magari i NO, seppure per poco, avrebbero potuto superare i SI. Oggi il quadro generale sarebbe stato sicuramente un altro.
Sostenere oggi che la libera circolazione è da congelare significa nei fatti alimentare le tesi xenofobe, funzionali al capitale, che tra salariati vi sono interessi divergenti, contrapposti. No, i salariati, siano essi residenti o frontalieri, hanno gli stessi interessi: evitare di essere sfrutturati dal padronato.

 

Articolo apparso sul Corriere del Ticino

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