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Student-Loan-DebtIn trentacinque anni i costi di scolarizzazione sono stati moltiplicati più di venti volte, il doppio di quelli della salute. Al punto di minacciare l’economia americana. Trent’anni. È l’età di Flynn Barclay, che ha appena terminato i suoi studi di diritto al Boston College. È anche la durata del prestito che ha dovuto sottoscrivere per pagare i suoi tre anni di studi. Solo per le tasse di iscrizione la fattura è stata di 165’000 dollari. Eppure, a due anni dalla fine degli studi, non ha ancora trovato il posto d’avvocato che sta cercando.

In compenso, le rate del prestito, arrivano ogni mese con la puntualità di un metronomo. Scadenze che hanno un nome preciso: Sally. Tra giovani americani indebitati, si scherza domandosi chi ha ricevuto notizie da Sally, vale a dire Sally Mae, l’organismo che gestisce il debito studentesco.
Oggi sono più di 40 milioni a frequentare questa ormai famosa Sally. Undici milioni in più di sette anni fa. “Appartengo a una generazione alla quale dicevano che non c’era miglior investimento che i propri studi” spiega F. Barclay, affermando comunque che, se dovesse rifarlo, lo rifarebbe. Pertanto, il suo quotidiano è complicato e il suo avvenire incerto. “Devo rimborsare 1’240 dollari al mese. Quando esco con amici mi faccio degli scrupoli: i viaggi sono da dimenticare e comprare casa impensabile: l’essenziale delle mie entrate vanno a coprire le rate del rimborso del debito e l’affitto.”

 

Indebitamento faraonico
Negli Stati Uniti, circa i tre quarti dei diplomati, di ogni età, ha una palla al piede di questo genere. A fine 2014, l’ammontare totale del debito studentesco si elevava a 1’160 miliardi di dollari secondo la FED di New York, vale a dire 30’000 dollari per ogni debitore. Una somma superiore ai prestiti sottoscritti attraverso le carte di credito o l’insieme dei leasing per le auto. Questa situazione risulta da più fattori che, negli ultimi trent’anni, si sono accumulato conducendo in questo modo ad un sistema ormai sempre meno sostenibile.
In primo luogo questo indebitamento faraonico è il frutto dell’aumento esponenziale dei costi di scolarizzazione del primo ciclo universitario (college). Sono aumentati del 1’120% in trentacinque anni, cioè due volte più velocemente dei costi della sanità e quattro volte più rapidamente del costo degli alimentari. Oggi le rette annuali ammontano a diverse decine di migliaia di dollari, che bisogna accollarsi, nel migliore dei casi per tre o quattro anni (bachelor o master), senza contare l’affitto e le spese per la vita quotidiana.
Nel contempo, i fondi consacrati dallo Stato federale sono diminuiti del 40%. Per anni il potere pubblico ha giocato un ruolo essenziale nel finanziamento dell’università, permettendo ai meno abbienti seguire studi superiori e accedere alla classe media. La legge sull’insegnamento superiore del 1965 aveva infatti creato i Pell Grants (dal nome del senatore Claiborne Pell), un sistema di borse di studio efficace. Ma dalla fine degli anni 1970, un certo numero di repubblicani, come Ronald Reagan, allora governatore della California, hanno cominciato a pensare che il finanziamento dell’università rappresentava una vero e proprio sperpero di denaro pubblico. È seguita una privatizzazione del sistema. All’origine, una borsa di studio Pell copriva l’integralità dei costi di scolarizzazione. Oggi, i fortunati beneficiari possono sperare di finanziare, attraverso la borsa di studio, al massimo il 40% delle loro spese.
Il movimento si è ulteriormente accelerato con la crisi finanziaria. L’Università della Virginia ha così perso dal 2008 più di 100 milioni di dollari di finanziamenti pubblici, compensati da un aumento delle tasse di iscrizione. Queste sono aumentati del 28%, allorché, nel contempo, gli aiuti federali si riducevano del 27%. In California, i finanziamenti pubblici destinati all’insegnamento superiore sono stati ridotti di un quarto dal 2008 al 2013.
Ma il sistema si è imballato, anche in ragione di una fuga in avanti nella quale si sono lanciati gli istituti. Per attirare gli studenti e quindi le entrate, le università hanno iniziato a investire massicciamente per restare competitivi di fronte ai loro concorrenti. Questo si è tradotto più volte in una moltiplicazione dei programmi di insegnamento e nella costruzione, assai spesso, di costose infrastrutture. Nel suo documentario Ivory Tower, uscito nel 2014, Andrew Rossi descrive bene questa mania di grandezza. L’Auburn University (Alabama) si è così dotata di un suntuoso centro ricreativo destinato agli studenti. Costo del progetto: più di 72 milioni di dollari. L’università del Missouri ha speso 40 milioni di dollari nello stesso tipo di istallazioni. L’università del Minnesota ha invece ritirato il 52% del Ghoper Hole, un gigantesco stadio di football americano, che è costato la bagatella di 303 milioni di dollari. Per Richard Arum, professore di sociologia alla New York University e coautore con Josipa Roksa del libro Academical Adrift (University of Chicago Press, 2011), “le università hanno iniziato una vera e propria corsa agli armamenti”. Conseguenza: il loro indebitamento globale è raddoppiato in dieci anni. Per rimborsare, la tentazione è stata di aumentare le tasse di iscrizione che sempre meno Americani sono in grado di pagare senza indebitarsi. “La questione consiste nel domandarsi se il rendimento del capitale umano accumulato durante gli studi sia sufficiente”, spiega Evariste Lefeuvre, economista presso Natixis a New York. “Ci si rende conto che molte persone escono con un livello di qualifiche che non è valorizzato sul mercato del lavoro e dunque non ottengono salari sufficienti tali da giustificare l’ammontare del loro debito”, precisa.
Ebbene, se gli studi costano sempre di più, il loro contenuto non è necessariamente migliorato proporzionalmente. Gli autori di Academical Adrift hanno studiato la scolarità di più di 2’300 studenti, ripartiti in 24 università. Secondo il loro studio, il 39% di loro studiano meno di 5 ore la settimana, e la metà afferma di non aver seguito corsi nei quali sia stato chiesto loro di scrivere più di 20 pagine. Risultato: 45% di questi studenti non dimostrano alcun progresso su tutta una serie di competenze: pensiero critico, ragionamento complesso, capacità di redazione. “In questo paese, un gran numero di studenti non fanno granché da un punto di vista accademico”, afferma M. Arum. Altro sintomo delle derive di questi ultimi anni: l’aumento dei costi del personale amministrativo. Tra il 1975 e il 2005, questi sono aumentati del 240%, allorché il budget consacrato agli insegnanti non è progredito che del 51%.
L’eccellenza del sistema universitario americano in termini di ricerca (nel 2014, 19 delle 20 università che hanno prodotto gli articoli accademici più citati sono americane) è l’albero che nasconde la foresta? In ogni caso, se non si esce da un’università prestigiosa, è sempre più difficile ottenere un salario sufficiente per rimborsare i prestiti che non fanno altro che aumentare. Così, nel 2013, circa la metà dei diplomati di un primo ciclo universitario di meno di 25 anni non era riuscita a trovare un lavoro o era sottooccupata.
Si pone dunque la questione di sapere se il santo vale la candela. Uno studio del Georgetown University Center on Education mostra che ciò dipende dalla filiere “Il vantaggio in termini di salario per un diplomato di un college è restato elevato nel periodo che ha seguito la crisi, in particolare per le professioni scientifiche”, spiega Anthony Carnevale, l’autore dello studio. Così, nei mestieri dell’ingegneria, un diploma universitario permette di guadagnare il 158% in più di qualcuno che ha un diploma del secondario. Al contrario, nelle scienze umane, lo scarto si riduce al 31%. In queste condizioni, per le classi medie, indebitarsi su più anni per diverse decine di migliaia di dollari diventa difficile da giustificare da un punto di vista razionale. “L’aumento dell’instabilità e delle incertezze sul mercato del lavoro, anche per i lavoratori altamente qualificati, ha reso il rimborso del debito studentesco più precario per un numero crescente di studenti”, conferma Alexander Monge-Naranjo, economista alla Fed di Saint Louis, autore di un recente studio sul tema (Student Loans and repayement: theory, evidence and policy”). Il tasso di disoccupazione per i diplomati in architettura supera il 10%, vale a dire il doppio del tasso di disoccupazione globale, e nelle arti, il tasso arriva al 9.5%.

 

Corsa al diploma
Malgrado tutto, l’università non smette di reclutare. Ai rientri del 2015, gli anfiteatri americani accoglieranno 21,26 milioni di studenti, cioè il 40% in più che nel 2000, allorché la popolazione non è aumentata che del 13% nello stesso periodo. Questa corsa al diploma, che ha fatto dell’università l’imprescindibile porta di accesso per accedere a qualsiasi costo al sogno americano, ha creato un’autentica distorsione tra domanda e offerta. Così, secondo la Fed di New York, tra i diplomati del primo ciclo nel 2014, il 46% occupava un posto che in teoria necessitava solo di un diploma del secondario (high school). “Molti giovani non hanno bisogno di un diploma del primo ciclo per avere un buon lavoro”, afferma Robert Reich, ex-ministro del lavoro di Bill Clinton, che caldeggia la creazione di filiere di educazione professionale e tecniche più attrattive. “Oggi è difficile trovare un idraulico o un elettricista competenti. Eppure, il sistema dell’educazione professionale è inadeguato e non sufficientemente finanziato”, spiega.
In attesa, l’esplosione del debito studentesco inquieta sempre di più. Il tasso di mancato pagamento, restato stabile (al 5%) all’inizio degli anni 2000, ha iniziato a imballarsi dal 2007 per raggiungere l’11%. Del resto, si moltiplicano i reclami di studenti che affermano di essere stati mal informati dai distributori di crediti o anche dalle università, che aumentano i loro diritti in maniera tempestiva.
Ma lo scoppio della bolla dell’insegnamento superiore sarà capace di scatenare una nuova crisi finanziaria? “Questo debito non rappresenta un rischio sistemico per banche, nella misura in cui i prestiti sono garantiti dallo Stato federale”, assicura M. Lefeuvre. “Le banche non hanno bisogno di garantire alcunché. L’unico rischio è quello di un costo di bilancio, probabilmente generale attraverso delle modalità di rinegoziazione dei prestiti”.
Invece, l’impatto macroeconomico del debito studentesco è reale. Dato che le somme che i diplomati consacrano al rimborso del debito non possono essere spese per altro. “Gli Stati Uniti diventano sempre di più una società di locatori più che di acquirenti”, riassume M. Lefeuvre. “I problemi di rimborso e di mancato pagamento sui prestiti studenteschi riducono la capacità di richiedere prestiti per acquistare la propria casa.”, conferma Donghoon Lee, ricercatore della Fed di New York. Così il tasso di formazione di nuovi nuclei familiari negli Stati Uniti si è dimezzato per rapporto al 2006, fatto che spiegherebbe la lentezza nella ripartenza del mercato immobiliare. Il debito studentesco non è più solamente una preoccupazione per Flynn Barclay e i 40 milioni di diplomati indebitati. È diventato un problema importante per l’insieme dell’economia americana.

 

* articolo apparso sul quotidiano Le Monde il 28 aprile 2015. La traduzione in italiano è stata curata dalla redazione di Solidarietà.

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