Tempo di lettura: 3 minuti

aexpoIl dopo Expo fa discutere non solo per le vicende legate al futuro dell’area e al vuoto progettuale che le contraddistingue: si è spesso parlato dell’impatto del megaevento in termini occupazionali e più volte è emerso come rispetto alle premesse il ridimensionamento dell’impatto di Expo sul territorio sia stato evidente.

Allo stesso tempo, ragionando sui posti di lavoro che effettivamente il megaevento ha creato, si è spesso discusso a mezzo stampa sulla possibilità di offrire una qualche continuità ai lavoratori che dal 31 ottobre si troveranno inevitabilmente a casa. Come spesso accade, la montagna ha partorito il topolino dell’accordo con ManpowerGroup in cui semplicemente viene offerta ai lavoratori la possibilità di rimanere nelle liste dell’agenzia interinale in modo da poter essere richiamati in futuro per nuove offerte lavorative. Nè più né meno, si direbbe, di qualsiasi altro iscritto, considerato che è difficile pensare ad una priorità da concedere ai lavoratori Expo, sia perché non è detto che questi siano le figure tipo che il mercato del lavoro in quel momento richiede, sia perché è difficile pensare che, rispetto ad altri lavori, Expo abbia avuto una qualche tipo di preferenza (morale? tecnica? boh…).
Va da sé che, in una società in cui si vorrebbe il mercato del lavoro autonomo dalle decisioni politico/burocratiche (e questa pare essere l’orientamento un po’ di tutti i soggetti istituzionali di questo paese, sindacati confederali compresi), vien difficile pensare ad un accordo che possa essere utile a questa categoria di lavoratori, a meno che non si intendi un accordo che definisca una ricollocazione presso un nuovo luogo di lavoro.
Se questo tipo di accordo pare quindi mera propaganda, diversa è la questione di quei lavoratori che han lavorato per Expo sotto la dipendenza diretta delle istituzioni. Su questo tipo di lavoratori è possibile comporre un ragionamento differente, poiché i datori di lavoro non scompariranno il 31 ottobre ma continueranno a vivere ed aver bisogno di forza lavoro, a tempo determinato ed indeterminato. Particolarmente emblematico è quindi il caso dei lavoratori Expo del Comune di Milano, chiamati in causa nel tavolo di trattativa sulle politiche occupazionali dell’ente. Per questo tipo di lavoratori, nonostante la possibilità di offrire una continuità sia evidente ed anche semplice nella realizzazione, si profila la fine definitiva del rapporto di lavoro il 31 ottobre, senza alcuna possibilità d’essere né prorogati né assunti nuovamente nel nuovo anno in virtù sia della presenza in graduatorie passate sia dell’esperienza accumulata in questi mesi.
Che il megaevento fosse per sua natura effimero sia nello svolgimento che nell’impatto territoriale non c’erano dubbi, che il lascito di questo megaevento non comprendesse qualche posto di lavoro in più (si parla di decine, non decine di migliaia…..) è l’ennesima dimostrazione di un limite intrinseco sia nella formula stessa di Expo2015 sia nell’attività delle istituzioni che in questi anni ci han messo la faccia per progettarlo e realizzarlo.
Una buona parte della responsabilità va attribuita anche a quei sindacati ben disposti a formare continui tavoli di discussione ma allo stesso modo mal disposti a mettere in campo iniziative in grado di incidere direttamente sulle sorti occupazionali del territorio che, oggi come ieri, non si creano attraverso progetti mirabolanti ma attraverso una conflittualità in grado di recuperare terreno nei confronti di datori di lavoro, pubblici o privati che siano, il cui unico obiettivo pare quello di risparmiare (in personale e servizi) per incrementare i fondi da dedicare ad attività utili solo ad incrementare le disuguaglianze (grandi opere, megaeventi, politiche speculative in genere).
Infine, preme ricordare che nel caso del Comune di Milano, questa vicenda ci offre la possibilità di definire il lascito alla città non solo di Expo (zero tituli si potrebbe dire….) ma dell’attuale giunta: l’assessorato Bisconti ha proseguito sulla strada già battuta dalle passate giunte della riduzione del personale e conseguentemente dell’impoverimento dei servizi. Siamo a – 900 posti dall’insediamento di questa nuova giunta, questo piano occupazionale accoppiato alla legge di stabilità tuttora in parlamento (che propone per gli anni successivi un turnover al 25%) è la mazzata definitiva alla città pubblica ed ai servizi accessibili a tutti.
La “privatizzazione” della città è il risultato politico che il centrosinistra locale ha perseguito ed infine ottenuto. L’han chiamano novità, vento che cambia, svecchiamento o altre amenità simili. In realtà è una ricetta vecchia di almeno due secoli, con cui le forze politiche e sociali che si ritengono tuttora di sinistra dovrebbero confrontarsi.

Print Friendly, PDF & Email