La rivolta popolare siriana, cominciata nel marzo del 2011, si inscrive nei processi rivoluzionari della regione che hanno avuto inizio innanzitutto in Tunisia e in Egitto alla fine del 2010-inizio 2011. Hanno preparato il terreno per l’insurrezione popolare, che era in attesa di una scintilla, l’assenza di democrazia e l’impoverimento sempre più crescente, in un clima di corruzione di corruzione e di ineguaglianze sociali crescenti di larghi settori della società siriana.
Il contagio rivoluzionario e lo sviluppo dei gruppi armati
La rivolta, cominciata nella città meridionale di Deraa, si è estesa progressivamente fino a toccare tutte le regioni del paese, nonostante la repressione del regime che ha a quel punto fatto un uso massiccio della forza aprendo il fuoco sui manifestanti.
Dall’inizio della rivoluzione, le principali forme d’organizzazione sono stati i comitati i coordinamento popolare su scala di villaggi, quartieri, città e regioni. Questi comitati popolari sono stati la vera punta di diamante del movimento. Successivamente, nelle regioni liberate dal giogo del regime, sono sorti alcuni consigli popolari eletti per gestire queste regioni liberate.
Diversi fattori hanno favorito successivamente l’apparizione dei gruppi armati dopo più di 7 mesi di manifestazioni e di resistenza pacifica. In primo luogo, la repressione violenta del regime si è diretta contro i manifestanti pacifici e contro i dirigenti del movimento popolare, uccisi, arrestati o costretti all’esilio. Questo ha radicalizzato il movimento e contribuito a porre in prima fila quei militanti più inclini a resistere con le armi. Sempre più gruppi di cittadini hanno cominciato a prendere le armi per difendere le loro manifestazioni e le loro case contro le shabiha (milizie in appoggio del regime), i servizi di sicurezza e l’esercito. In secondo luogo, il numero crescente di disertori nell’esercito, in particolare tra i soldati di grado inferiore che si sono rifiutati di sparare sui manifestanti pacifici. La reticenza dei soldati a sparare ha provocato numerosi ammutinamenti e diserzioni.
Le manovre delle potenze regionali
A tutto questo si deve aggiungere la volontà delle correnti politiche e/o degli Stati, in particolare i donatori privati delle monarchie del Golfo, di finanziare alcuni specifici gruppi armati per rafforzare il sostegno di cui già disponevano o costruire delle relazioni di cui mancavano sul terreno.
Le monarchie del Golfo, in testa l’Arabia Saudita e il Qatar, così come la Turchia, – apparentemente tutti vicini al regime di Assad – hanno sostenuto, infatti, qui settori vicini ai Fratelli musulmani e all’opposizione liberale opportunista, inizialmente organizzata attorno al Consiglio Nazionale Siriano (CNS), poi alla Coalizione nazionale della Siria.
La Turchia ha in seguito sostenuto direttamente o indirettamente alcune forze islamiche fondamentaliste, compresa Daesh, nel nord della Siria, con lo scopo di impedire qualsiasi forma di autonomia kurda sulla direzione del Pkk siriano, il Pud. Per le monarchie del Golfo, l’obiettivo era soprattutto quello di trasformare la rivoluzione popolare siriana in guerre civile confessionale. La liberazione di alcuni gruppi importanti di jihadisti e di islamisti voluta dal regime di Assad durante le prime amnistie del maggio-giugno 2011 – che normalmente avrebbero dovuto permettere la liberazione dei manifestanti e prigionieri politici- a egualmente rafforzato il processo di militarizzazione della rivoluzione siriana. Inoltre il regima di Assad ha lasciato deliberatamente sviluppare i gruppi islamici fondamentalisti, continuando al contempo la massiccia repressione degli attivisti e dei battaglioni dell’Esercito siriano libero (Esl), con lo scopo di contenere la rivoluzione democratica siriana.
Bashar protetto dalla grandi potenze
Dopo l’inizio dell’insurrezione siriana, l’obiettivo degli Stati Uniti e delle potenze occidentali non è mai stato quello di assistere e aiutare i rivoluzionari siriani o di rovesciare il regime di Assad. Secondo le linee direttrici di Ginevra del 30 giugno 2012, adottate all’unanimità dai cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu, sarebbe persino ammissibile che Assad rimanga alla testa di un governo transitorio di normale amministrazione….
Gli attentati di Parigi del 13 novembre, l’intervento militare imperialista russo iniziato alla fine di settembre, così come la “crisi” dei rifugiati, hanno ancora rafforzato la posizione del regime di Assad e i suoi alleati e una soluzione per una trazione politica nel quale Bashar al Assad rimanga al suo posto.
Gli internazionalisti del mondo interno dovrebbero continuare a sostenere la speranza che esiste e resiste in Siria, tramite i diversi gruppi e movimenti democratici e progressisti che si oppongono a tutti gli attori della contro-rivoluzione, il regime di Assad e i gruppi fondamentalisti islamici. Sono loro che mantengono ancora i sogni dell’inizio della rivoluzione e dei suoi obiettivi: contro il confessionalismo, per la democrazia, la giustizia sociale e l’eguaglianza.
Come era scritto sul cartellone di un rivoluzionario nella città di Zabadani: “le rivoluzioni non muoiono mai, anche se sono represse ferocemente. Sono il seme della terra e danno vita, anche dopo un certo tempo”….