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bassisalariCari compagni, care compagne,

avrete letto sui giornali che la commissione della gestione del Gran Consiglio ha deciso, nella sua prima seduta del 2016, di “rilanciare” la discussione sull’iniziativa popolare “Basta con il dumping salariale in Ticino”.

L’orientamento che sembra delinearsi in Gran Consiglio è quello di opporre a questa iniziativa un controprogetto, riprendendo proposta e modello che, già quasi un anno fa, erano stati suggeriti dall’ex deputato PPD Guidicelli.

Fin qui nulla di nuovo. La novità, sembrerebbe, la disponibilità di alcune forze politiche, tra le quali il PS, a sostenere questo controprogetto. Il Corriere del Ticino del 13 gennaio affermava, riportando le parole del presidente leghista della commissione, che il controprogetto ha “il sostegno anche dal PS, dal PPD e dai Verdi, mentre al momento PLR e La Destra rimangono attendisti”. E, sempre nello stesso articolo, malgrado la prudenza, la capogruppo PS in Gran Consiglio dichiarava, rispetto al controprogetto, che “Da parte nostra la disponibilità c’è”.

Per questa ragione ci appelliamo a voi, partecipanti al congresso del PS, affinché prendiate una posizione chiara a sostegno dell’iniziativa, dando così mandato ai vostri rappresentanti affinché si oppongano a controprogetti il cui obiettivo è solamente quello di ostacolare l’iniziativa e, con essa, alcune proposte, modeste ma potenzialmente utili ed efficaci, per combattere il dumping salariale.

Come potete vedere da quanto abbiamo appena affermato non crediamo che l’iniziativa da sola basti a contrastare il dumping salariale. Siamo convinti che questo fenomeno debba essere combattuto sul terreno sociale, attraverso mobilitazioni dei salariati, unitarie, che partano dai problemi reali che essi incontrano quotidianamente sui luoghi di lavoro. Le proposte contenute nell’iniziativa, se accolta, saranno sicuramente di grande utilità per questa mobilitazione e questa lotta: ecco perché devono essere difese e l’iniziativa rappresenta un passo minimo ma importante in questa direzione.

La logica nella quale si muovono i partiti che oggi promuovono il controprogetto in realtà non vuole combattere il dumping salariale e sociale. Per i partiti borghesi, Lega e UDC comprese, il dumping non è un problema, ma la soluzione del problema. Un problema che, ai loro occhi, si chiama competitività delle aziende, difesa e aumento dei margini di profitto. E la soluzione consiste nella diminuzione dei costi salariali, un obiettivo al cui raggiungimento gioca un ruolo essenziale la messa in concorrenza dei salariati, svizzeri contro immigrati, residenti contro frontalieri, ticinesi contro svizzero tedeschi: tutto va bene al fine di ottenere una costante pressione sui salari che li spinga verso il basso, quello che chiamiamo per l’appunto dumping salariale.

La credibilità di queste forze politiche nell’affrontare il dumping è pari a zero. Lo sviluppo di questo fenomeno è per loro una vera manna: possono utilizzarlo costantemente, additando i lavoratori stranieri (nel caso ticinese in particolare i frontalieri) come responsabili del fenomeno, alimentando sentimenti di xenofobia e di odio razziale che possono poi trasformare in facile consenso elettorale.

Proprio a testimoniare quanto qui affermiamo vorremmo evocare le due ragioni di fondo che costoro avanzano a difesa del controprogetto.

La prima riguarderebbe i costi dell’iniziativa. Secondo il relatore Raffaele De Rosa “l’iniziativa tocca un tema molto importante e delicato, ma la sua implementazione comporterebbe una spesa di circa 10 milioni di franchi. Senza contare che sarebbe complicata, soprattutto per l’imprenditoria”.

Tanto per cominciare, a dimostrazione di quanto poco credibili siano costoro, dovrebbero avere solo vergogna ad affermare che l’iniziativa tocca un tema “molto importante”: così importante ai loro occhi che siamo nel 2016 e l’iniziativa, depositata nel 2011, cioè cinque anni fa, non è ancora stata nemmeno trattata dal Gran Consiglio!

Ma a parte a questo, appare assolutamente inaccettabile il riferimento ai costi che l’iniziativa comporterebbe. Il dumping salariale non lo si può combattere a costo zero, evidentemente. Rafforzare i controlli (un ispettore ogni 5000 addetti) e costituire una statistica dei salari effettivamente versati in Ticino sono certamente operazioni che hanno un costo, ma necessarie. D’altronde, se proprio in termini di costi si dovesse ragionare, ci si dovrebbe chiedere: quali sono i costi sociali (in termini salariali, reddituali, fiscali, etc.) che la comunità subisce a causa del dumping salariale? Quali sono i costi umani, psicologici, sociali e culturali che l’avanzare del dumping rappresenta per la società ticinese? Sono enormi e lo saranno sempre di più. Per questo le proposte dell’iniziativa, di per sé – come detto – tutt’altro che trascendentali, sono un contributo modesto ma utile per fare qualche passo avanti nella lotta al dumping. Qualsiasi altra soluzione al ribasso sarebbe un puro imbroglio.

Il secondo argomento di fondo, a sostegno del controprogetto, investe il ruolo delle commissioni paritetiche, cioè di quelle strutture che servono a verificare l’applicazione dei contratti collettivi di lavoro (CCL). Nella prospettiva del controprogetto il rafforzamento delle commissioni paritetiche sarebbe l’alternativa all’iniziativa.

Anche su questo punto, tanto fumo e poco arrosto.

Tanto per cominciare le commissioni paritetiche possono esistere solo laddove sono vigenti dei CCL. E non tutti i CCL prevedono delle commissioni paritetiche o forme analoghe di controllo. Inoltre se un CCL venisse meno, decadrebbe anche la relativa commissione paritetica, struttura di diritto privato, finanziata dalla comunità contrattuale. Ora, è a tutti noto che solo una minoranza di tutti i lavoratori e le lavoratrici attivi sono sottoposti ad un CCL con salari minimi obbligatori. In altre parole, la maggioranza dei salariati sfuggirebbe comunque al controllo di commissioni paritetiche “rafforzate”.

La seconda constatazione, a questo proposito, è che il livello di partenza è complessivamente assai basso. Infatti, se si esclude la struttura delle commissioni paritetiche legate alle professioni dell’edilizia (una struttura professionalizzata che esiste da decenni, sebbene da tempo messa sotto pressione dal padronato) tutte le altre vivono del contributo delle organizzazioni sindacali (che mettono a disposizione personale per i controlli) o di controllori a tempo pieno finanziati da contributi della comunità contrattuale (e dell’ente pubblico). Infine, non possiamo non rilevare come vi sia in questo caso un atteggiamento simile a quello padronale. Basti richiamare a tale proposito il recente conflitto dell’edilizia. Anche qui il padronato invocava la preminenza del ruolo delle commissioni paritetiche in opposizione al ruolo di controllo diretto sulle condizioni di lavoro (dumping compreso) esercitato dal sindacato attraverso proprie strutture. Per la semplice ragione che, perlomeno a livello nazionale, le commissioni paritetiche hanno in pochissimi cantoni un reale ruolo di controllo delle condizioni di lavoro.

Pensiamo, cari compagni e care compagne, di avervi fornito sufficienti elementi affinché voi possiate, con convinzione, dare mandato ai vostri rappresentanti non solo di sostenere con determinazione l’iniziativa, ma, in particolare, di opporsi, di non farsi coinvolgere in operazioni (come quella di un controprogetto) che hanno come unico obiettivo quello di impedire l’acquisizione di strumenti che, seppur modesti, sarebbero sicuramente utili nella lotta al dumping.

 

Primi firmatari

Pino Sergi, Enrico Borelli, Christian Marazzi, Mauro Beretta, Franco Cavalli, Igor Cima, Ivan Cozzaglio, Matteo Pronzini

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