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absiL’offerta fatta da BancaStato per rilevare la Banca della Svizzera Italiana (BSI), in cordata, si dice, con UBS e il fondo di private equity di Andrea Bonomi – Investindustrial), ha suscitato grandi entusiasmi nell’esthablissemnt politico ed economico cantonale.

Le riflessioni alla base di questo corale sostegno (che va dalla destra leghista alla sinistra social-liberale) sono le solite in queste occasioni: la discesa in campo di un’azionariato in maggioranza nazionale (e cantonale) sarebbe la garanzia dello sviluppo della banca, del mantenimento delle sue “radici” in Ticino, di solide garanzie occupazionali, ecc. In particolare, a garantire queste prospettive sarebbe il fatto che gli attori coinvolti nell’acquisizione sarebbero “solidi” e con “forti radici” in Ticino. Persino un fondo come quello di Bonomi (che certo ha un pied à terre a Lugano attraverso al B-Invest) viene presentato come qualcosa che ha radici in Ticino solo perché, tempo fa, ha acquisito una società controllata in parte da BSI).

 

Soltanto per far soldi?

A rimettere le cose al loro posto, rispetto alle interpretazioni mirabolanti sul futuro di BSI per la piazza finanziaria ticinese, ci pensano i dirigenti della stessa BancaStato. Afferma il presidente della direzione generale Bernardino Bulla: “Il nostro sarebbe un investimento finanziario e non strategico per il gruppo. Ci aspettiamo un ritorno importante da questa operazione. BSI rimarrebbe indipendente e autonoma e seguirebbe la propria strategia di sviluppo”. Ora, pur comprendendo la prudenza necessaria per evitare reazioni in ambito politico, dobbiamo senz’altro credere a queste affermazioni. BancaStato fa un investimento: nulla a che vedere con la sua funzione di banca pubblica, che ha come obiettivo fondamentale la crescita dell’economia cantonale, del suo tessuto sociale ed occupazionale.
L’operazione non avrebbe quindi direttamente nulla a che fare con tutto questo. Così come non avrebbe nulla a che fare con quella che continua ad essere l’opzione di fondo che ci viene costantemente ripetuta negli ultimi anni, cioè quella di una crescita autonoma di BancaStato nel private banking. È questa strategia che ha condotto a forzar la mano al Parlamento e ad acquisire AxionBank; è questa strategia che spinge oggi la stessa banca pubblica a cercare di rilevare gli attivi luganesi della Societé Generale.
Ma tutto questo attivismo produce ben poco, sia in termini di crescita di patrimoni amministrati, sia in termini di contributo di queste acquisizioni alla redditività del gruppo BancaStato. I dati di AxionBank presentati nel consuntivo 2014 restano sostanzialmente asfittici e, tutto sommato, poca cosa per qualcuno che ambisce a diventare protagonista in questo settore.

 

La garanzia di BancaStato

In realtà il dibattito che questa offerta pone è assai vecchio. BancaStato gode della garanzia del Cantone e questo è sicuramente un vantaggio concorrenziale rispetto ad altre banche, soprattutto in un periodo storico – che continua a protrarsi – di grande instabilità economica e finanziaria che aumenta i rischi per chi investe i propri patrimoni.
Da sempre la garanzia dello Stato può essere strumento di propaganda formidabile su un mercato alla ricerca di rendimento e di sicurezza, in particolare pensando all’area interessata e interessante per il settore bancario ticinese, cioè quella del Nord Italia.
La questione della garanzia dello Stato rispetto a società partecipate di BancaStato è stata in parte discussione e parzialmente affrontata in occasione del dibattito che aveva preceduto l’acquisizione di AxionBank. “Risolto” nel senso che non vi sarebbe stata una responsabilità diretta dello Stato nel caso di difficoltà della società partecipata.
Ma questa distinzione giuridica appare assai relativa di fronte alla forza del richiamo della garanzia dello Stato. È questo marchio che vogliono utilizzare coloro che si associano a BancaStato in questa operazione di acquisizione di BSI. Non certo per mancanza di mezzi per concludere l’operazione: per quale altra ragione UBS e il gruppo Bonomi avrebbero bisogno di BancaStato per una simile operazione?

 

Difendere i posti di lavoro?

Sicuramente è questa la motivazione più debole di tutta l’operazione; motivazione che invece viene spacciata per “fondamentale”, tanto per gettare polvere negli occhi. Ha fatto giustamente rilevare Paolo Bernasconi che “se ad acquistare saranno banche svizzere, tanto più se già presenti in Ticino, aumento il rischio di licenziamenti, per evitare che lo stesso gruppo fornisca le medesime prestazioni sulla stessa piazza. Rischio altissimo per BSI, dove già da tempo si prevedono ulteriori licenziamenti…”
Ma, dirà qualcuno, tra gli acquirenti vi sarebbe anche BancaStato, la cui propensione “sociale” viene certificata addirittura ogni anno dal Parlamento… Ebbene, da questo punto di vista, il “bilancio occupazionale” di BancaStato è tutt’altro che brillante, anzi. BancaStato ha impiegato costantemente attorno ai 500-550 dipendenti dall’inizio degli anni 2000 fino al 2009. Poi ha iniziato una lunga azione di soppressione di posti di lavoro (licenziamenti, outsourcing, pre-pensionamenti di cui abbiamo traccia nei conti 2014) che l’ha portata oggi ad avere poco più di 400 dipendenti (tenendo anche conto che alcune decine sono stati portati dall’acquisizione di AxionBank). In altre parole negli ultimi 8 anni BancaStato ha ridotto di oltre il 20% il proprio personale, cosa che le ha permesso di restare a galla in termini di redditività (d’altronde rimasta comunque a livelli estremamente bassi, anche se di per sé non è, almeno per quel che ci riguarda, un criterio fondamentale).
Oltre 20% di posti di lavoro soppressi in pochi anni: non male per una banca che si appresta a lanciarsi in un’operazione con la pretesa di difendere i posti di lavoro!

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