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aRojava february2014In questi giorni è stata annunciata unilateralmente la nascita di una regione autonoma nel nord della Siria, nei Cantoni curdi Rojava. Non siamo ancora a conoscenza delle caratteristiche di questa nuova entità, anche se il PYD ha assicurato che questa regione resterà parte integrante dello Stato siriano e verranno garantiti i diritti nazionali e religiosi e le autonomie delle popolazioni arabe e turkmene.

Nell’attesa di inquadrare questo annuncio all’interno di una visione più ampia, comprendente le reazioni delle potenze coinvolte (Siria e Turchia, ma anche Russia e Stati uniti) impegnate nella cerca di una soluzione negoziata, pubblichiamo un articolo che analizza, in modo critico e fuori da quegli approcci agiografici che caratterizzano la sinistra occidentale, le politiche condotte fino ad oggi dai curdi del PYD in Siria.

Il primo fatto è questo: i curdi hanno sofferto una terribile ingiustizia storica. Gli arabi erano giustamente arrabbiati quando la Gran Bretagna e la Francia hanno suddiviso Bilad al-Sham (Levante) in tanti mini-stati, per poi affidarne uno di questi al sionismo.
Ma la distribuzione post-ottomana non ha dato ai Curdi nessuno stato – e questo in un’epoca in cui il Medio Oriente era malato da una forte febbre nazionalista. Ovunque i curdi sono diventati minoranze all’interno di stati iper-nazionalisti.
Nel corso degli anni si stima che 40’000 persone siano state uccise negli scontri turco-curdi, la maggior parte dei quali curdi. Alla fine del 1980 la campagna genocida di Anfal di Saddam Hussein ha ucciso tra 50’000 e 200’000 curdi iracheni.
In Siria, dove i curdi sono circa il 10 per cento della popolazione – circa due milioni di persone – era illegale insegnare in lingua curda.
A circa 300’000 curdi (fino al 2011) è stata negata la cittadinanza da parte dello Stato, e sono stati quindi esclusi dall’istruzione e dall’assistenza sanitaria, impedendo loro di possedere terreni o creare imprese.
Mentre opprimeva i curdi di casa, il presidente Hafez al-Assad (padre di Bashar) coltivava buone relazioni con i gruppi curdi all’estero. Tutto questo in linea con la sua strategia regionale di sostegno politico ed economico e di utilizzazione contro i suoi rivali.

 

Il leader fuggitivo

Per quasi due decenni, Assad ha fornito rifugio ad Abdullah Ocalan, fondatore dell’organizzazione turca-curda del Partito dei lavoratori del Kurdistan o PKK.
Assad permise al PKK di utilizzare parti della valle della Bekaa in Libano (allora sotto il controllo del regime siriano) per costituire campi di addestramento militare, nonché laboratori di eroina (una attività apportatrice di grandi reciproci guadagni).
Nell’ottobre 1998, sotto la pressione turca, Ocalan è stato obbligato a lasciare la Siria. Riuscì a fuggire attraverso diversi paesi fino a che agenti turchi lo catturarono in Kenya. Ma gran parte della infrastruttura costituita in Siria rimase intatta.
Più tardi questa presenza si sarebbe rinnovata sotto la denominazione di “Democratic Union Party”, o PYD. Il PYD invitò fin dall’inizio i propri seguaci a concentrarsi nella lotta contro la Turchia e non sulle questioni interne alla Siria.
Invece di organizzare una lotta per i diritti civili e nazionali curdi a casa propria, il PYD inviava i giovani nazionalisti ad unirsi alla rivolta oltre il confine.
Il partito (e altri ancora) hanno giocato un ruolo di confusione durante l’intifada siriano-curda del 2004.
Da un lato, molti curdi affiliati al PYD sono stati arrestati e maltrattati e alcuni detenuti per anni per la loro attività anti-regime; dall’altro, i curdi talvolta hanno riferito che il PYD ha sostenuto il regime nella repressione della rivolta.
Quando il movimento di protesta scoppiò nel 2011, i curdi ne sono stati una componente chiave.
I Siriani arabi hanno mostrato il loro apprezzamento cantando “Azadi” – la parola curda per libertà.
Il leader rivoluzionario Meshaal Temmo, sostenendo la resistenza al regime e l’autodeterminazione per tutti, ha descritto i curdi come “una parte inseparabile del popolo siriano”. Il regime lo ha assassinato nell’ottobre del 2011. Il PYD, nel frattempo, ha represso i curdi che stavano protestando contro Assad.
Intervistato per il nostro libro “Burning Country”, l’attivista e operatore umanitario Serdar Ahmad si è così criticamente espresso: “È stato il PYD che ha fermato la nostra rivoluzione curda [2004], proprio come nel 2011, è stato il PYD che ha agito come “shabeeha” (milizia alawita) di Assad nelle zone curde, colpendo i manifestanti a bastonate.”
Nel luglio 2012, in difficoltà per lo svilupparsi della sfida lanciata dal Libero Esercito Siriano, il regime di Assad ha organizzato un ritiro ordinato dalle aree a maggioranza curda, consegnando le installazioni di polizia al PYD. Di fatto, un trasferimento di autorità, più che una liberazione.
Abdullah Ocalan, nel frattempo, imprigionato su un’isola nel Mar di Marmara, aveva letto il teorico anarchico statunitense Murray Bookchin, e di conseguenza cambiato radicalmente la propria retorica . Egli non mirava più alla creazione di uno Stato marxista-leninista unificato, ma pensava a comunità auto-organizzate senza confini, tali da rendere lo Stato irrilevante. “Il confederalismo democratico del Kurdistan non è un sistema Stato” -ha scritto – “è il sistema democratico di un popolo senza Stato”.
La teoria sembrava particolarmente applicabile alla Siria, dove le aree a maggioranza curda non sono territorialmente contigue. In teoria e, in una certa misura, in pratica, il PYD ha sviluppato questo “confederalismo democratico” nei tre Cantoni curdi in Siria – Jazira, Kobanê e Afreen – noti collettivamente come Rojava.
I Cantoni vengono governati democraticamente dai Consigli locali e regionali.
Questa è stata una indubbia vittoria a livello di diritti nazionali curdi (per esempio, i bambini curdi potrebbero ora frequentare le scuole in lingua curda). E sembrava anche presagire un futuro migliore per le donne curde. Dopo tutto, le Unità di protezione delle donne, o YPJ, compongono il 40 per cento delle truppe del PYD.

 

Il sostegno USA

Tutto sommato, il PYD ha rappresentato un grande miglioramento rispetto alla dittatura baathista. E non a caso, la natura radicale e democratica del progetto Rojava ha conquistato un sostegno significativo nella sinistra occidentale.
È un peccato che tale sostegno non sia stato mostrato per le realtà auto-organizzate, i Consigli rivoluzionari democraticamente eletti presenti in aree arabe, anche se le città arabe erano sotto un attacco implacabile da terra e da cielo. Fino a quando i gruppi dello Stato islamico hanno attaccato Kobanê, i Cantoni curdi sono stati risparmiati dai bombardamenti.
Nella maggior parte dei casi, la sinistra occidentale rimane beatamente inconsapevole rispetto al fatto che esistono i Consigli anche nei quartieri a maggioranza araba. Essa vede solo gli estremisti islamici, presenti in gran parte a causa dei bombardamenti. Paraocchi ideologici e disinformazione giornalistica sono pure le cause dell’ignoranza occidentale verso questi democratici siriani.
L’attuale tendenza a idealizzare il PYD ignora anche il divario, in rapida espansione, esistente tra la retorica del partito e la realtà sul terreno.
In pratica, le direttive del PYD sostituiscono le decisioni del Consiglio. Le Radio libere sono state chiuse, i partiti politici alternativi vietati, i dissidenti repressi. Il PYD impone un monopolio in materia di aiuti e denaro dentro la Rojava, e le Unità di tutela del popolo, o YPG, monopolizzano le armi.
Una gran parte di combattenti YPG sono turchi, non curdi siriani. La coscrizione militare obbligatoria ha spinto molti uomini curdi siriani nei campi profughi nel Kurdistan iracheno.
Quando abbiamo intervistato Noor Bakeer, un insegnante di Afreen, ci ha detto, “Niente è cambiato da quando il regime si è ritirato da Afreen e il PYD ha assunto la direzione. Il terrore e la repressione hanno continuato e il PYD si è imposto con la forza. Ha impedito la formazione di altri partiti politici e ha cercato di governare da solo.”
Il doppio gioco del PYD, insieme al fatto che esso ha collaborato con il regime, ha fatto si che le forze di opposizione (arabe) considerino Afreen un nemico della rivoluzione. Questo ha prodotto azioni punitive contro Afreen come quella di imporre alla città un ingiusto assedio che ha raddoppiato le sofferenze dei cittadini.
Evidentemente non correva buon sangue fin dall’inizio. Arabi, turcomanni, curdi e altri hanno accusato il PYD di collaborazione con Assad. Queste relazioni si sono deteriorate ulteriormente con l’aumento della presenza di estremisti islamici nella ribellione armata. Ahrar al-Sham e Jabhat al-Nusra si sono scontrate con il PYD. Le violenze si sono concluse con il terribile assalto a Kobanê da parte dell’ISIS. Alla fine, le forze del PYD, assistite da piccoli contingenti del Free Syrian Army, hanno cacciato l’ISIS lungo tutto il confine da Kobanê al Jazira. E così sono stati collegati quei Cantoni, attraverso una zona a maggioranza araba. Nel contesto della lotta anti-ISIS, il PYD ha stipulato alleanze militari con la Russia e gli Stati Uniti.
La colpa non deve essere gettato automaticamente sulle persone in cerca di aiuto, per motivi di sopravvivenza, da qualsiasi parte possa arrivare. E’ degno di nota, però, che gli stessi “anti-imperialisti che descrivono i rivoluzionari siriani come agenti della CIA, emettono a stento un sussurro contro il pragmatismo del PYD.

 

L’intervento straniero

Mentre scrivo, ciò che sopravvive della rivoluzione democratica siriana sta rapidamente perdendo terreno rispetto la coalizione imperialista di aerei e artiglieria russa, soldati iraniani, jihadisti sciiti sostenuti dall’Iran provenienti dal Libano, Iraq e Afghanistan, e le milizie locali del regime di Assad.
Tragicamente il PYD ha aderito a questo assalto contro la Free Syria invadendo e occupando città arabe nel nord della provincia di Aleppo. E’ in grado di farlo solo a seguito del bombardamento a tappeto russo che ha spinto gran parte della popolazione rimanente della provincia nord verso il confine con la Turchia.
Queste non sono le città da cui i curdi sono stati cacciati come parte delle politiche di arabizzazione del regime. Questa zona ha sempre avuto una maggioranza araba, che è il motivo per cui il PYD non l’ha mai rivendicata come un Cantone.
Ma ora il PYD sta sfruttando l’equilibrio mutato di forze per conquistare queste terre e quindi collegare i Cantoni in un’area territorialmente contigua attorno alla quale disegnare un confine. E’ ora chiaro che vuole uno Stato, che non si tratta di “confederalismo democratico”, e che è disposto a cambiare la demografia e allearsi con i fascisti per raggiungere il proprio obiettivo. In questo si sta applicando la realpolitik a muso duro che gli stati e progetti di stato applicano sempre.
Dal punto di vista etno-stato-nazione, è molto comprensibile. Ma è anche pericoloso, e del tutto contro-rivoluzionario.
La propaganda del PYD dice che sta combattendo al-Nusra, ma al-Nusra è debole nel nord di Aleppo, e le città sotto attacco sono difese dai locali uomini del Free Syrian Army.
L’attuale azione del PYD in realtà avvantaggia gli jihadisti in generale – ISIS in particolare – perché il piano russo è quello di circondare la città di Aleppo e di tutta la provincia di Idlib, per scacciare i restanti civili, affamare i resistenti fino alla sottomissione, e distruggere completamente i Consigli e le milizie democratico-nazionaliste.
Le potenze straniere stanno ripulendo e occupando la Siria, il conflitto si sta trasformando di nuovo, questa volta in una guerra di liberazione nazionale. Sicuramente sarebbe meglio per i curdi e tutti gli altri, se i democratici sopravvivessero e partecipassero a questa lotta. In caso contrario, sarà diretta dai jihadisti.
Quando gli stati russo e iraniano saranno finalmente respinti, arabi, turchi e curdi potranno vivere ancora in questa terra.
I Curdi siriani hanno un indubbio diritto all’autodeterminazione, a decidere del proprio destino.
Ma anche gli arabi siriani hanno questo diritto.
Hanno combattuto per questo per cinque anni e continueranno a combattere, per quanto duro potrà essere.

 

Fronte unito

Così la scommessa del PYD rischia di ritorcersi contro. Il suo approccio attuale è vergognosamente stupido, e di questo molti portano la responsabilità. Certo, l’opposizione “ufficiale” avrebbe potuto fare molto di più nella fase iniziale per sostenere i curdi nel loro diritto all’autonomia, almeno rimuovendo il termine “arabo” da “Repubblica araba siriana”.
Troppi, in particolare quelli della vecchia generazione che aderiscono a modelli politici tradizionali, continuano ad adorare il concetto di uno stato fortemente centralizzato (e arabista).
Ma tuttavia il Consiglio Nazionale Curdo, represso nel Rojava, è stato incorporato nella coalizione dell’opposizione siriana, e un curdo, Abdel Baset Sida, un tempo ha guidato il Consiglio nazionale siriano.
Ci sono molti curdi nel Free Syrian Army, così come nei battaglioni islamici. In tutto il paese i curdi lavorare fianco a fianco con gli arabi nell’attivismo civile.
Si tratta di un grave errore equiparare il PYD con i curdi siriani, in generale, che sono un popolo con tanti diverse posizioni come qualsiasi altro. Parimenti, anche l’ISIS vanta un grande contingente curdo. Il leader dell’attacco a Kobanê era infatti un curdo.
La speranza è che i rivoluzionari siriani, arabi, curdi, turcomanni, siriaci, resistano e combattano in solidarietà reciproca.

 

* 22 Febbraio 2016 Originale: http://www.alaraby.co.uk/english/comment/2016/2/22/democratic-confederalism-or-counter-revolution

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