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aaResults-next-exitIl risultato elettorale delle comunali di domenica scorsa era facilmente pronosticabile. Da una lato, assistiamo ad un rafforzamento della destra con il travaso di voti e seggi dai partiti “storici” della destra – PLRT e PPD – a quelli meno storici, Lega e UDC, sicuramente ben ancorati a destra dal punto di vista delle posizioni politiche e sempre meno distanti, al di là delle apparenze e dei nominalismi, dagli orientamenti dei due partiti “storici”.

Dall’altro, constatiamo un indebolimento di quello che viene chiamato lo schieramento “rosso-verde”, rivitalizzato dopo la partenza di Savoia e soci dai Verdi: uno schieramento che complessivamente perde di velocità (una trentina i seggi persi nei consigli comunali e diverse percentuali in voti) e che riesce a nascondere il proprio declino solo perché il raffronto viene fatto con le precedenti elezioni comunali. Se si fosse preso come riferimento le elezioni cantonali di un anno fa (e non vi sarebbero di per sé grosse obiezioni per farlo) la perdita in schede del fronte rosso-verde appare molto più marcata.
Ma queste sono sottigliezze e piccoli distinguo che non servono a mascherare il dato di fondo (già emerso in occasione delle votazioni cantonali e nazionali). La maggioranza di coloro che vanno a votare (vi è ancora una buona fetta di popolazione, in alcune realtà come Lugano quasi la metà degli aventi diritto, che non va a votare) si affidano ai partiti che rappresentano la continuità nelle impostazioni politiche, premiando anche quei partiti (Lega e UDC) che coniugano tale continuità con nuovi accenti che rispondono, seppur in modo demagogico, a reali preoccupazioni sociali (a cominciare dall’occupazione per finire alla questione del dumping salariale).
Che la destra abbia potuto occupare uno spazio politico che storicamente è appartenuto alla sinistra è facilmente spiegabile: da ormai due decenni le forze maggioritarie della sinistra non solo hanno messo da parte qualsiasi prospettiva di mutamento importante del sistema nel quale viviamo (seppure in una prospettiva riformistica, cioè attraverso l’accumulazione di grandi riforme di struttura), ma hanno di fatto accolto tutte le impostazioni di fondo dei modelli neoliberali. Potremmo ricordare le privatizzazioni nel settore pubblico, l’introduzione dei concetti di freno alla spesa, all’indebitamento o ai disavanzi che dir si voglia, l’idea che la manodopera indigena debba avere una priorità rispetto agli altri (un vero e proprio veleno nel contesto attuale), la prospettiva di adesione all’Unione europea (ben altra cosa da una prospettiva europeista) e così via.
Così, nei momenti fondamentali, queste forze si sono trovate a essere semplici supporter dei partiti borghesi, lasciando alla Lega e all’UDC uno spazio ampio sul quale innestare le loro posizioni xenofobe e populiste, assolutamente inutili quali risposta ai problemi delle classi popolari, ma utilissime per collezionare voti e potere politico, incanalando a proprio favore un disagio sociale sempre più ampio.
Di fronte a tutto questo vi sono due possibili posizioni. La prima è quella che hanno imboccato alcuni settori borghesi, abili nel cercare di recuperare a proprio favore gli orientamenti leghisti, dandone una interpretazione ed una attuazione “moderata”, compatibile con il quadro istituzionale ed economico liberale. È questa la prospettiva nella quale si muove, ad esempio, Christian Vitta con le sue proposte di limitazione della manodopera estera attraverso il recente progetto presentato anche in sede federale. Una variante liberale (ma non per questo meno velenosa) della più casareccia e apertamente xenofoba “prima i nostri”, contenuta nella iniziativa UDC sulla quale saremo chiamati a votare.
La seconda è quella di una linea politica che si contrappone, a tutti i livelli, a questi orientamenti di fondo (a quelli che abbiamo richiamato qui sopra, ma anche ad altri, tutti fondati sulla compatibilità delle rivendicazioni con il quadro politico istituzionale). Si tratta in poche parole di costruire una politica di opposizione di classe e di sinistra, fondata sulla solidarietà e sulla mobilitazione di salariati e cittadini.
II PS, in particolare, pratica la prima facendo credere di vole realizzare la seconda. Un “trucco” che dura da decenni, ma di cui ha perso il monopolio, in particolare di fronte alla Lega e, anche a livello nazionale, all’UDC.
Non ci si fraintenda: non pensiamo che questa seconda via, nel quadro dell’attuale stabilità sociale che caratterizza questo paese, sarà portatrice di brillanti risultati elettorali; ma è l’unica strada possibile per costruire reali rapporti di forza che modifichino in modo importante il quadro politico, che permettano, almeno in un primo tempo, di opporsi con efficacia ad alcune politiche in atto in campo sanitario, formativo, sociale. D’altronde quanto poco conti, in termini concreti e reali, l’attuale presenza istituzionale del fronte rosso-verde (e non solo a livello comunale e cantonale) è lì da vedere.
Tutto il resto sono semplici scorciatoie. Come quella di pensare che gli insuccessi elettorali (o la marcia sul posto che corrisponde ad un insuccesso visto che l’asse politico si sposta sempre più a destra) siano legati a problemi di comunicazione. È un ritornello che sentiamo da tempo (lo riprende, in una sua recente intervista al CdT, il nuovo capogruppo PS in Gran Consiglio). Certo, una politica efficace ha bisogno di una comunicazione efficace; ma bisogna ancora essere in chiaro su cosa comunicare, quali contenuti, quali priorità. Renzi, ad esempio, è un grande comunicatore; ma ha finora vinto perché ha guadagnato, non tanto per la sua eccezionale capacità comunicativa, ma per i contenuti moderati della sua proposta politica, una parte di un elettorato moderato che votava con il centro-destra. Se è questo il modello che si vuol seguire…
I risultati elettorali mostrano pure che non basta allargare la paletta delle forze “progressiste” (usiamo questo ormai vacuo termine per semplice comodità descrittiva) per ottenere maggiori risultati: l’esperimento luganese, il più esteso negli ultimi anni, mostra (almeno in questa fase) di non funzionare. Uno schieramento che va dai radical-borghesi di Ducry ai neostalinisti del PC, passando per i Verdi, ottiene un risultato nel complesso inferiore a quello delle comunali di tre anni fa (ancor più assai modesto rispetto alle cantonali di un anno fa).
D’altronde non poteva essere così, talmente questa lista a Lugano (ci soffermiamo su Lugano perché espressione concreta di molte questioni) si è poco discosta sui temi fondamentali dalle politiche perseguite dalla maggioranza liberal-leghista che ha governato la città negli ultimi due decenni. La municipale uscente Cristina Zanini-Barzaghi, nel commentare il suo “brillante” risultato, ha insistito sul fatto che si è trattato di un “premio” che avrebbe ricevuto, unitamente a tutti gli altri membri del municipio uscente, per il lavoro svolto. Di fatto un “endorsement”, ancora ad urne calde, alla politica municipale.
In questo contesto la reiterata partecipazione di forze che si vogliono alternative (PC,POP) su liste di questo tipo non può che porre interrogativi ai quali, per quel che ci riguarda, dovremo cercare di risposte adeguate. Non si può a livello di politica cantonale presentarsi come “alternativi”, anche dal punto di vista elettorale, e poi figurare sulle stesse liste con forze che condividono le politiche maggioritarie condotte negli esecutivi di Locarno, Lugano, Bellinzona e qualche altro centro che, messi assieme, rappresentano oltre la metà dell’elettorato cantonale. E tutto questo solo per ottenere qualche seggio in consiglio comunale che non viene assolutamente utilizzato per aiutare lo sviluppo di una politica “alternativa” a quella maggioritaria su temi di fondo.

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