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aaaaaaaapinoPubblichiamo la versione italiana di un testo di bilancio sul voto di domenica scorsa scritto per i nostri compagni del sito www.alencontre.org.
Pensato per un pubblico esterno al Ticino, riteniamo comunque esso contenga utili elementi di valutazione politica. (Red)

Ha ottenuto il 45% di sì l’iniziativa popolare depositata dall’MPS nel 2011 e messa in votazione solo lo scorso 25 settembre (che la dice lunga sulla volontà, peraltro solennemente proclamata da tutte le forze politiche, di voler combattere il dumping salariale). All’iniziativa è stato opposto un controprogetto (proposto da tutte le forze parlamentari, dalla “destra” alla “sinistra”) il cui obiettivo fondamentale era quello di sconfiggere l’iniziativa. E in effetti il controprogetto ha raccolto il 55% di “sì”.
Se complessivamente l’iniziativa soccombe a livello cantonale, essa si è affermata (con una maggioranza di “sì”) in punti importanti dal punto di vista politico: ad esempio nel Mendrisiotto, la regione più a sud del Ticino, dove il dumping viene vissuto quotidianamente da tutti i lavoratori e le lavoratrici, siano essi residenti o frontalieri. In questa regione, in centri importanti come Chiasso, Stabio, Balerna, Coldrerio l’iniziativa MPS ha raccolto una maggioranza di “sì”. Lo stesso è avvenuto in diversi centri importanti come la città di Locarno, Giubiasco (popoloso comune che dal prossimo anno sarà unificato a Bellinzona); a Bellinzona 13 voti hanno fatto la differenza a favore del “No”.
Un risultato quindi più che lusinghiero per l’MPS, visto che ha affrontato questa campagna praticamente solo contro tutti. Scontata l’opposizione della destra, ha dovuto affrontare anche l’opposizione, poi trasformatasi in indifferenza attiva, dei socialiberali. Il PS, ufficialmente, attraverso i suoi organi dirigenti, ha (a fine agosto) “smentito” la posizione del suo gruppo parlamentare (che, come detto, si era schierano per il controprogetto), adottando di fatto una non posizione, dicendo cioè “sì” sia all’iniziativa che al controprogetto.
Ma è l’unico atto a favore dell’iniziativa, seppur in questa variante, che è stato compiuto: nessun suo esponente ha, ad esempio, preso carta e penna per sostenere, perfino questa posizione, in una delle numerose tribune apparse sui quotidiani. Anzi, alcuni suoi esponenti (il suo ex-presidente Saverio Lurati o la ex-presidente del gruppo parlamentare, nonché altri parlamentari PS) hanno raggiunto i ranghi del comitato per il “No” all’iniziativa che hanno copresieduto unitamente ad esponenti del PLRT, del PPD, dell’UDC e della Lega. Uno spettacolo rivoltante e non certo passato inosservato!
In questo contesto, val la pena ripeterlo, il risultato appare decisamente positivo.

 

Il dumping in Ticino
È una realtà che nessuno osa ormai ignorare: il dumping salariale e sociale in Ticino si sta, lentamente ma inesorabilmente, affermando. Con processi chiari ed evidenti: dalla diminuzione dei salari reali (dal 5 al 15-20% in alcuni settori) alla sostituzione di personale (anziani lavoratori con salari elevati con giovani lavoratori con salari più bassi; dalla sostituzione di personale qualificato con personale formalmente meno qualificato (e quindi meno pagato) ma che in sostanza fa lo stesso lavoro alla costituzione di un nuovo salariato dove la presenza di lavoratori ricattati e sotto pressione (i lavoratori frontalieri) agisce da deterrente ed elemento di divisione che blocca e scoraggia qualsiasi tentativo di opposizione e resistenza dell’insieme dei lavoratori.
Un condizione ideale per il padronato il quale, in Ticino in modo esemplare, è riuscito a realizzare l’obiettivo che gli accordi bilaterali si erano fissati: abbassare i costi di produzione attraverso una messa in concorrenza senza limiti e regole dei salariati, di contribuendo in questo modo a realizzare quella competitività padronale che resta l’obiettivo di fondo degli accordi bilaterali, nella prospettiva di un mantenimento o un aumento della valorizzazione del capitale.
In questa prospettiva, come andiamo ripetendo da anni, il dumping salariale, cioè la spinta verso il basso dei livelli salariali, non è un problema per il padronato; esso è, invece, un contributo decisivo alla soluzione del loro problema, cioè la competitività delle loro imprese e la salvaguardia dei profitti.

 

Misure di accompagnamento a cosa?
L’MPS, sia a livello nazionale che cantonale, si è opposto agli accordi bilaterali sostenendo che di fatto questi accordi non rappresentavano, come abbiamo avuto modo di sentire durante tutti questi anni, l’importante conquista del diritto alla libera circolazione dei lavoratori. Un diritto soggettivo che può essere tale solo se vengono create le condizioni legislative e sociali per evitare che esso si trasformi di fatto, come è avvenuto, in una ulteriore liberalizzazione del mercato del lavoro, già ampiamente libero da regole, da sempre, in questo paese.
In questo senso la nostra campagna aveva sottolineato il nostro sostegno al diritto alla libera circolazione e criticato le cosiddette misure di accompagnamento che non garantivano questo diritto, non impedivano lo sviluppo della messa in concorrenza tra lavoratori. Proprio l’assoluta insufficienza delle cosiddette misure di accompagnamento (e in alcuni casi la loro nocività) ci aveva spinti a militare attivamente per il No agli accordi bilaterali sia nel 2004 che nel 2009.
Da allora tutti hanno potuto constatare l’assoluta insignificanza (dal punto di vista della protezione dei diritti e delle condizioni di salario e di lavoro) delle cosiddette misure di accompagnamento. Non solo alcune sono rimaste (perché tale era il loro destino) assolutamente inoperative (pensiamo alle misure che avrebbero dovuto facilitare la dichiarazione di obbligatorietà generale di alcuni contratti collettivi di lavoro); ma alcune di queste misure si sono rivelate vere e proprie misure di accompagnamento: ma nel senso che hanno favorito lo sviluppo del dumping salariale anziché, come avrebbero dovuto, favorirne il contenimento.
Da questo punto di vista quanto successo in Ticino è esemplare. Come noto tra le cosiddette misure di accompagnamento vi è la possibilità che le commissioni tripartite cantonali possono proporre la messa in vigore (da parte dei governi cantonali), in un determinato settore, di contratti normali di lavoro (CNL) con salari minimi, che avrebbero valore di legge. In Svizzera negli ultimi dieci anni ne sono entrati in vigore complessivamente poco più di una ventina. La grande maggioranza è entrata in vigore proprio in Ticino (14 in tutto dai call center ai piccoli negozi, dai saloni di bellezza agli impiegati di commercio, in tutto circa 40’000 lavoratori vi sono sottoposti, circa il 20% di tutti i salariati attivi in Ticino).
Ebbene questi CNL prevedono salari minimi, che diventano quindi salari minimi legali validi per chiunque lavori sul territorio cantonale, che in quasi tutti i settori ruotano attorno ai 3’000 franchi lordi mensili (spesso per solo 12 mensilità e calcolati su orari di lavoro di 42-43 ore settimanali), in molti casi del 25-30% inferiori ai salari mediani rilevati dall’UST o ai salari minimi fissati, per le stesse professioni, dai principali CCL di categoria. Persino con selettivi criteri della SECO si può affermare che questi salari minimi rappresentano una sorta di dumping.
È questo uno degli aspetti che, negli ultimi anni, l’MPS ha denunciato sistematicamente accusando questa politica di “dumping di Stato”, un’espressione che, anche grazie alla nostra denuncia, è entrata ormai nel linguaggio politico corrente.

 

Il lancio dell’iniziativa
È alla fine del 2010 che la sezione MPS del Ticino decide di lanciare l’iniziativa “Basta con il dumping salariale in Ticino”. L’iniziativa si concentra sugli aspetti legati al controllo delle condizioni di lavoro e di salario, uno degli elementi (unitamente alla battaglia sui salari) della lotta al dumping. Va ricordato a questo proposito che l’MPS Ticino è stata la prima forza politica che ha presentato un’iniziativa popolare per l’introduzione di un salario minimo legale (ancora prima delle iniziative cantonali romande e dell’iniziativa popolare federale). Un’iniziativa popolare, al di là della possibile discussione di fondo sulla validità del concetto di salario minimo legale, ben diversa, per il suo contenuto, da quelle qui sopra accennate: infatti essa rivendicava, oltre ad un salario minimo interprofessionale di 4’000 franchi per 13 mensilità sulla base di 40 ore settimanali, anche una serie di meccanismi che richiamavano in parte quelli contenuti nella legge che regola lo SMIC francese. Inutile dire che quella iniziativa venne ritenuta irricevibile dal Parlamento cantonale che, appellandosi alle leggi federali ed alla giurisprudenza, sanciva l’impossibilità, di fatto, di proporre un salario minimo legale che non costituisse un strumento di dumping anziché di lotta al dumping (come è il caso di alcune iniziative giunte in porto in alcuni cantoni romandi).
Le proposte contenute in questa nuova iniziativa, sostanzialmente legata al controllo, riprendevano quasi alla lettera le rivendicazioni che avevano animato la campagna per il NO ai bilaterali dell’MPS nel 2005 e nel 2009, proposte che, unitamente alla rivendicazione dei salari minimi, rappresentavano delle rivendicazioni alternative a quelle delle cosiddette misure di accompagnamento.
Purtroppo la nostra strategia di costituire, attorno all’iniziativa, una campagna permanente contro il dumping è stata in parte frustrata dai tempi di trattazione della stessa (oltre cinque anni) che ci hanno impedito di dare la necessaria continuità e intensità alla nostra campagna, condizione necessaria per tentare – al di là delle difficoltà oggettive e insite nello strumento stesso– di garantire una penetrazione sociale ai temi avanzati attorno all’iniziativa.

 

Un freno alla campagna xenofoba di “Prima i nostri”
Per una serie di circostanze, il voto dell’iniziativa contro il dumping si è tenuto in concomitanza con l’iniziativa xenofoba UDC denominata “Prima i nostri”, una sorta di fotocopia cantonale dell’iniziativa del 9 febbraio, con l’aggiunta di un accenno alla lotta contro il dumping.
Il risultato della votazione è stato, seppur grave vista l’accoglimento dell’iniziativa UDC, inferiore alle aspettative degli iniziativisti che potevano contare sul sostegno aperto di UDC (circa il 5% in Ticino) e della Lega, elettoralmente il più forte partito cantonale. Malgrado questo sostegno di partenza e un clima sociale evidentemente favorevole (come dimenticare che l’iniziativa UDC approvata il 9 febbraio del 2014 in Ticino aveva raccolto il 69% di consensi) questa iniziativa cantonale ottiene “solo” il 58%. Questo in un contesto in cui tutti gli altri partiti (al pari del 9 febbraio 2014) erano contrari a questo tipo di iniziativa, pur affermando di condividere il principio della “priorità alla manodopera svizzera”.
La campagna a sostegno della nostra iniziativa ha cercato anche di costruire un piccolo argine alla propaganda xenofoba. In particolare sottolineando come la lotta al dumping passi attraverso una lotta unitaria dei salariati per la difesa e il controllo delle condizioni di lavoro e dei salari e non attraverso la limitazione del diritto al lavoro, la divisione dei salariati, la loro messa in concorrenza e la loro segregazione su base territoriale o razziale.
In questo senso la nostra iniziativa (sicuramente più del miserabile e contraddittorio progetto opposto dal Parlamento all’iniziativa dell’UDC) ha rappresentato un piccolo ma significativo argine a questa logica che, purtroppo, si è installata nella coscienza di buona parte dei lavoratori ticinesi.
La nostra campagna, seppur limitata visti i tempi stretti del voto a ridosso dell’estate, ha comunque permesso di tematizzare la necessità della lotta al dumping, permettendoci di entrare in sintonia con ampi settori di salariati che vivono drammaticamente questa situazione e, soprattutto, non vedono segnali della volontà delle organizzazioni che dovrebbero battersi contro di imboccare con risoluzione e continuità questa via. Da notare, a complemento di quanto abbiamo detto qui sopra, che la campagna del movimento sindacale contro l’iniziativa xenofoba dell’UDC è stata, per intensità, continuità e mezzi a disposizione, pari a zero. Il che la dice lunga non solo sul livello di impreparazione e degenerazione di queste organizzazioni, ma anche sul grande lavoro politico che ci aspetta nei prossimi anni.

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