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aaahollanderenziLa rinuncia di Hollande di ricandidarsi alle prossime presidenziali e la sconfitta e le dimissioni di Matteo Renzo a seguito del referendum costituzionale rappresentano due elementi assai significativi, diversi ma complementari, della crisi che investe la grande famiglia dei partiti social-liberali europei, della quale, tra l’altro, fa parte anche il PSS.

Entrambi sono stati, uno addirittura ancora prima di combattere si è ritirato in buon ordine. Pensare che il loro ritiro sia il frutto di manovre nei loro confronti o di problemi di comunicazione, come qualcuno osa ancora affermare, significa non essersi accorti di quali danni sociali le loro politiche, le politiche dei governi che hanno patrocinato, abbiano prodotto.
E non a caso entrambi hanno messo mano a profonde riforme del mercato del lavoro (il cosiddetto job act e La legge lavoro) che hanno ridimensionato in modo importante e decisivo quel che restava di legislazioni del lavoro tra le più avanzate in Europa (lo Statuto dei lavoratori e il Code du Travail).
Si è trattato di riforme di puro stampa neoliberale, tese a rimettere in discussione la contrattazione collettiva, ad aumentare gli spazi di precarietà e di flessibilità aziendale, ad inondare (unitamente ad altre misure) le imprese di sussidi e sostegni .
Lo stesso è avvenuto sul piano dei diritti democratici.
Hollande non ha badato a sottigliezze partendo dagli attentati dell’Isis, servendoci lo stato d’urgenza prolungato e una serie di misure e proposte che hanno limitato e continuano a limitare la liberta d’espressione e di manifestazione.
Renzi, dal canto suo, ha puntato ancora più in alto, attraverso la riforma costituzionale (fortunatamente bocciata) e una riforma elettorale ancora più contestata. Qui il disegno era ancora più ambizioso (rispetto alla Francia che già gode di un quadro, quella della V Repubblica, dai contorni istituzionali non certo esemplari dal punto di vista democratico), cercando di costruire un impianto istituzionale in grado di riassorbire i possibili contraccolpi provenienti da una politica economica e sociale apertamente neoliberale.
E alla fine entrambi sono stati sconfitti (uno direttamente dalle urne, l’altro dai sondaggi che annunciavano un esito scontato delle urne) da un sentimento popolare che vuole dire basta alle politiche di austerità, alla sofferenza e alla disperazione sociale che, a poco a poco, si sono istallate in questi due paesi.
In Italia, in particolare, il risultato del referendum mostra in modo la sua dimensione politica, di classe. Il NO, come faceva ricordare qualcuno, ” stravince, con punte anche superiori al 70%, tra i giovani compresi tra un’età di 18 e 34 anni, tra i disoccupati e tra i soggetti con un reddito medio inferiore ai 16.000 euro annui, con una proporzione schiacciante al Sud del paese ma in modo sostanzialmente omogeneo sull’intero territorio nazionale…E anche i dati delle singole città confermano la tendenza nazionale, laddove nei quartieri popolari il No prevale nettamente in contrasto con il voto nei quartieri agiati e borghesi”.
Di fronte a questa parabola social-liberale occorre rimettere al centro la necessità di una contestazione radicale di un sistema economico sociale – il capitalismo – all’origine di questa crisi; bisogna contestare in modo radicale e chiaro le politiche neoliberali (in materia economica, sociale e ambientale) che altro non sono che le forme che assunto negli ultimi due decenni la dominazione capitalista.
In altre parole, rilanciare un progetto anticapitalista, partendo dalle risposte quotidiane sui diversi terreni dell’attacco politico e sociale. La crisi dei “modelli” social-liberale francese e italiano, le forze sociali e politiche che questa crisi può liberare, rappresentano un punto di partenza interessante e importante in questa fase politica. Per i salariati di questi paesi, ma anche per tutti coloro che si muovono in una prospettiva anticapitalista in tutta Europa.

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