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aaaaaaarenziL’Italia in questi ultimi mesi ha vissuto la più massiccia e lunga campagna elettorale nella storia della repubblica, condotta in prima persona dal capo del governo, il “nostro” Matteo Renzi, un vero e proprio saltimbanco della politica al servizio degli interessi della borghesia. A causa del suo carattere egocentrico, travolto dallo spirito della vertigine del successo, col referendum ha deciso di giocarsi tutto. Ha perso.

La modifica di diversi articoli della Costituzione doveva concludere il percorso di tre anni di controriforme introdotte dal governo, secondo le indicazioni provenienti dalla società finanziaria JP Morgan Chase & Co la quale, in un report del 2013, invitava gli Stati del Sud dell’Europa a introdurre riforme strutturali improntate all’austerity, accompagnandole con altrettante incisive riforme degli impianti costituzionali. Si riferiva a quelle costituzioni influenzate dalle idee socialiste, con eccessivi diritti riconosciuti ai lavoratori e con un potere governativo troppo vincolato dalla sovranità parlamentare. Il governo Renzi prese alla lettera l’invito e con una serie di “riforme” si mise in regola. Nel marzo del 2014 approvò la riforma del sistema elettorale (Italicum) che assegna la maggioranza dei deputati alla Camera (54%) al partito che ottiene il 40% dei consensi. Poi fu introdotto il Jobs Acts, destinato a cancellarle le tutele normative riguardanti il lavoro, poi è venuta la riforma della scuola, ecc., fino all’approvazione di sostanziali modifiche all’impianto costituzionale del 1948, nell’intenzione di spogliare il Parlamento del suo potere legislativo a favore di esecutivi più forti. Il Senato eletto doveva essere abolito e sostituito con un organismo nominato da cricche politiche, non poteva più decidere la fiducia o la sfiducia al governo, vedeva ridotto il suo potere legislativo. Tale proposta di riforma costituzionale è stata sottoposta a referendum il 4 dicembre.

Il 4 dicembre di Matteo Renzi
L’elettorato italiano ha sanzionato con un chiaro No le pretese plebiscitarie di Matteo Renzi, nonostante l’unanime, martellante sostegno dei mass media, della Tv e della stampa, di tutto l’associazionismo padronale, del mondo della finanza, di quasi tutti gli opinion makers. Le cittadine e i cittadini italiani, nella loro larga maggioranza, hanno respinto al mittente i ricatti e la politica della paura, lo spettro del “salto nel buio”. Man mano che i sondaggi accreditavano la possibilità di una vittoria del No si scatenava la bagarre: pericoli per l’economia italiana, drammi sociali enormi, i potenti del mondo (Obama in prima fila) e dell’Europa, coi loro giornali, tutti a invocare il voto per il Sì. E invece No. I sondaggi questa volta avevano colto il segno giusto, ma non la dimensione assunta dai voti contrari e dal numero dei partecipanti. Milioni di italiani si sono recati alle urne (quasi il 70%), in una dimensione che da anni non si verificava per un referendum. La legge costituzionale, con cui il governo Renzi pretendeva di riformare 47 articoli della Costituzione italiana, su istigazione tra l’altro dell’ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano, è stata sonoramente respinta. I No sfiorano il 60%, poco meno di venti milioni di voti, venti punti di distacco percentuale col Sì, corrispondenti a sei milioni di voti: una bella differenza.
Dopo aver colpito la previdenza pubblica, distrutto i diritti del lavoro, stravolto la scuola di tutti, massacrato la sanità e il welfare sociale, il padronato voleva chiudere il cerchio anche sul piano delle istituzioni, perché l’austerità generalizzata può andare avanti solo con la restrizione dei diritti e della democrazia. Le motivazioni del voto contrario al cambiamento costituzionale sommano diverse ragioni: la sfiducia verso le politiche governative e anche un fatto personale, promosso dallo stesso modo di condurre la campagna elettorale da parte di Renzi. Votare No ha voluto dire anche votare contro la persona, perché lui ha voluto che così fosse, personalizzando all’eccesso il referendum. La sua spavalderia, il suo proporsi come l’uomo solo al comando, a molti italiani non è piaciuto. L’incredibile sovraesposizione mediatica del premier la cui faccia spuntava a ogni ora, da ogni schermo televisivo, non solo non ha pagato, ma ha finito per provocare una reazione di rigetto, che certamente ha contribuito ad accrescere la dimensione della sconfitta. Assieme alla sua riforma è stata bocciata l’azione del governo che si regge sul Partito democratico e altre forze minori di centro di area ex berlusconiana.

Vince la sociologia….
Il voto referendario ha coagulato attorno a sé un movimento di protesta su base elettorale, che si era già manifestato in occasione delle elezioni amministrative recenti, ed ora si presenta maggioritario nel paese. Ridurre tale espressione di scontento collettivo a sostegno di questa o di quella forza politica sarebbe riduttivo. A votare No sono stati tanti strati popolari e una parte consistente del ceto medio impoverito dalla crisi economica, che vedono svanire le prospettive di benessere e sicurezza sociale per sé e per i propri figli e nipoti. Il voto ben rappresenta una radiografia sociologica che assomma ragioni di classe, di genere e di generazione, nonché una dislocazione spaziale che contrappone centro e periferia. La scomposizione del risultato elettorale per genere, classi d’età, posizione lavorativa, luogo in cui si vive, riportata da quotidiani nazionali, come «La Stampa» e «La Repubblica» del 6 dicembre, è significativa. Il No vince nella popolazione femminile (60,7%), tra i giovani di età compresa tra i 18 anni e i 34 (più del 70%), il Sì si afferma solo nella classe d’età degli ultra sessantenni, mentre nella altre fasce d’età il No registra percentuali tra il 57 e il 67%.. Tra la popolazione attiva il No ottiene il 66% tra gli operai, il 62% tra gli impiegati, i tecnici, gli insegnanti e i funzionari, il 62% tra i liberi professionisti, il 76% tra i lavoratori autonomi. Il Sì sfiora la vittoria tra i professionisti e i dirigenti (50%). Tra la popolazione inattiva il No si afferma con percentuali superiori al 60% tra gli studenti, le casalinghe, disoccupati (76%). Il Sì invece vince in percentuale tra i pensionati (55%). Geograficamente il Sì vince in sole tre regioni: Trentino, Toscana, Emilia Romagna. Il No prevale nelle regioni meridionali colpite più duramente dalla crisi. In tutte le grandi città meridionali il No si impone largamente: a Napoli con il 70%, a Palermo con il 73%. Nelle grandi città il voto per il Sì si concentra nei quartieri dove vive la grande e media borghesia, quelli che contano, gli “intelligenti”, per poi perdere di rilievo man mano che ci si allontana dal centro, verso la periferia.

…manca la politica
Il No ha vinto nonostante l’incapacità, spesso dimostrata da parte di ciò che ancora si può definire sinistra, di sviluppare, insieme alla lotta per la democrazia, una mobilitazione sociale che mettesse a nudo le reali scelte di Renzi e della Confindustria. Durante la campagne elettorale era infatti necessario unire la sacrosanta battaglia per la difesa dei diritti democratici, sanciti dalla Costituzione, con quella sociale per la difesa degli interessi delle classi lavoratrici e subalterne. Non sempre la campagna per il No ha combinato assieme questi due elementi. Lo hanno fatto invece gli elettori. Non è stato solo l’attrazione dei quesiti referendari a spingerli alle urne. Rabbia e insoddisfazione, tracimavano in vari strati e settori sociali, quelli che ora scoprono le penne dei giornali che fanno opinione. Stavolta però la dimensione della protesta ha superato l’immaginabile, per assumere il profilo di un vero e proprio rigetto, una sentenza senza appello.
Nel corso della stessa campagna referendaria, la sinistra non è riuscita a far sentire abbastanza la sua voce, non ha messo al centro della sua opposizione le politiche governative. Nelle settimane precedenti il referendum i vertici della Cgil e della Fiom, pur schierati a favore del No, non solo non hanno brillato per impegno nella campagna referendaria contro il governo, ma alla vigilia del voto hanno frettolosamente firmato il contratto dei metalmeccanici prima, e l’ipotesi d’intesa nel pubblico impiego poi, accettando sostanzialmente tutte le indicazioni del governo, strappando aumenti ridicoli per i lavoratori, insignificanti rispetto alla perdita del valore degli stipendi. Altrettando debole e criticabile è stato l’atteggiamento di chi ha ritenuto di non inserire nella propria piattaforma per le mobilitazioni dell’autunno il rigetto della controriforma costituzionale, limitandosi alle questioni sociali.
Durante la campagna referendaria ci sono state forze che hanno lavorato a fondo per respingere la controriforma, ma che non hanno compreso la necessità di una mobilitazione sociale per il No, limitandosi a difendere una visione mitica della carta costituzionale, senza tener conto che essa era, ed è, il frutto di determinati rapporti di forza raggiunti tra le classe sociali nel corso della guerra di resistenza (1943-45). Essa era e rimane certo una Costituzione democratica ma pur sempre borghese, che contiene però significativi elementi di garanzia democratica rispetto all’equilibrio dei poteri dello Stato e i meccanismi elettivi, nonché affermazioni e punti d’appoggio per la valorizzazione dei principi di eguaglianza, libertà e di giustizia sociale, che dipendono dai rapporti di forza tra le classi per la loro realizzazione. Non a caso tali principi hanno trovato attuazione nelle riforme indotte dalle lotte operaie e studentesche degli anni Sessanta e Settanta, per poi essere rimangiati piano piano dal declino della lotta di classe e dall’avanzare delle politiche neoliberiste della borghesia (1).
La vittoria democratica nel referendum e le dimissioni del governo devono diventare l’occasione per una ripresa della mobilitazione sociale e delle lotte nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle università, nei territori, per la difesa dei diritti, dell’ambiente, per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro. Solo così sarà possibile ipotizzare la ricostruzione di una sinistra degna di questo nome, per evitare che il risultato di questa faticosa battaglia sia soltanto una contesa elettorale tra un Movimento Cinquestelle, incapace di superare i suoi limiti, e i vecchi partiti che hanno malgovernato il paese negli ultimi decenni.

La borghesia di fronte alla sconfitta politica
Il “fronte del No” ha raccolto un successo che non è in grado di gestire politicamente per tante ragioni. La destra resta divisa e priva di una chiara leadership, il Movimento Cinquestelle sembra non disporre di nessuna chiara strategia e programma, se non quella della sua affermazione elettorale, la “sinistra” del Partito democratico si perderà in una lunga e defaticante battaglia dentro il partito, la sinistra “radicale” per ora è debole, disorganizzata e fuori gioco. Renzi ha voluto la conta e ha perso tutto. Nella sua caduta, oltre a se stesso, ha trascinato il governo e con il governo la stabilità, tante volte invocata come bene supremo dalla classe dominante e dalla pletora dei mass media che l’assecondano. Il voto infatti non ha sconfitto solo Renzi, ma la politica della borghesia italiana che aveva puntato le sue carte sul rampante e promettente “giovane”. Le modifiche costituzionali non erano un capriccio del premier. Rispondevano a precise esigenze del capitalismo e della finanza mondiale. La borghesia, che lo ha appoggiato, con questo voto ha subito una sconfitta. Non sarà un caso se, all’indomani del voto, il direttore di «Repubblica» ha titolato il suo editoriale Un salto nel buio, a commento delle dimissioni di Renzi e della possibile crisi di governo. Per altro, nessuno altro partito in questo momento è in grado di offrire una sponda sicura alla classe dominante. Per ora non c’è alcuna possibilità di governo delle destre. Sono troppo deboli e divisi per costituire un’alternativa e la classe dominante stessa non sembra troppo interessate a una simile alternativa. La classe dominante sa bene cosa vuole e lo dice subito dopo l’esito elettorale sulle pagine del «Sole 24 ore»: «I mercati si tranquillizzeranno se alle dimissioni di Matteo Renzi, annunciate, seguirà la formazione in tempi rapidi di un governo che governi e che prometta di fare quel che va fatto: nuova legge elettorale, soluzione dei problemi di alcune banche senza rinvii e opacità, legge di bilancio, conferma delle riforme strutturali in cantiere, consolidamento dei conti pubblici». Vogliono il programmi di Renzi dopo Renzi, malgrado il 60% dei votanti abbia detto no a tutto questo.
Battuto dal voto referendario, il governo ha ancora la maggioranza in parlamento e il gioco politico riposa nelle mani del Partito democratico. Renzi infatti, mentre annuncia le sue dimissioni da capo del governo, contemporaneamente dice di voler rimettersi in cammino, restando alla guida del suo partito, puntando sulle elezioni prima del congresso del partito, così che come segretario lui sarebbe il candidato a premier, designato dal partito stesso. Dopo il voto, a partire dalla realtà che esso ha svelato, si potrà cominciare a ricostruire quella sinistra di cui si sente oggi la mancanza? E’ una bella domanda, speriamo trovi una bella risposta.

 

1. Per lo sviluppo di questo argomento rimando all’articolo di Franco Turigliatto, Referendum, Costituzione e lotta di classe, in https://anticapitalista.org/

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