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L’operazione “Commando” ha colpito Gucci come una frustata. Il 29 novembre scorso, la Guardia di finanza irrompe negli uffici della prestigiosa azienda italiana del lusso a Firenze e a Milano, e la passa al setaccio, minuziosamente, per tre giorni. Anche i domicili dei tre direttori sono perquisiti, mentre il CEO, Marco Bizzarri, viene accolto dai poliziotti all’Hotel Park Hyatt a Milano.

Queste perquisizioni sono state ordinate nel quadro di un’inchiesta per frode fiscale portata avanti da un procuratore di Milano. Costui accusa Gucci, filiale del gruppo francese Kering (ex Pinault-Printemps-Redoute, di proprietà della famiglia Pinault) di aver evaso 1,3 miliardi di Euro di imposte in sette anni dirottando artificiosamente i suoi profitti in Svizzera, attraverso Lussemburgo e Paesi Bassi.
Questa cifra, che già ci pare enorme, non sarebbe che la punta dell’iceberg.
Da alcuni documenti confidenziali ottenuti da Mediapart e passati nella rete dei Media European Investigative Collaborations (EIC) si evince infatti che non sarebbe solo Gucci ad esserne coinvolta ma la Kering; sarebbe di fatto colossale la portata della vicenda.
Stando alle nostre informazioni, il numero 2 mondiale del lusso avrebbe evaso circa 2,5 miliardi di euro di imposte dal 2002, la maggior parte in Italia ma pure in Francia e Gran Bretagna.
Si tratterebbe del più grosso caso di evasione fiscale messo a punto da una azienda francese tra le più importanti a livello europeo.
Dopo l’acquisizione di Gucci nel 2000, Kering ha esteso il sistema progettato dal gruppo italiano a tutte le sue marche di lusso (fatta eccezione per i gioielli), includendo quindi Balenciaga (francese) e Yves Saint Laurent. La casa Saint Laurent ha eluso, da sola, il pagamento di circa 180 milioni di Euro in Francia.
Kering non ha voluto rispondere né incontrare i giornalisti di Mediapart che l’hanno sollecitata in tal senso. In una breve nota spedita via e-mail, il gruppo indica che la società svizzera LGI (dove sono concentrati i profitti del gruppo) “è un’importante piattaforma commerciale di distribuzione e logistica e un importante impianto industriale con più di 600 salariati che esercita un’attività commerciale per le marche del gruppo, e, aggiunge, la LGI paga in Svizzera le imposte dovute, in conformità alla legge e agli statuti fiscali della società, la sua situazione è perciò ben conosciuta dalle autorità fiscali elvetiche, italiane e francesi.”
In un documento ottenuto da Mediapart, il procuratore di Milano scrive invece che Kering ha messo in piedi un’”ottimizzazione occulta” per evadere il fisco. I nostri documenti, presi principalmente dall’inchiesta giudiziaria italiana, mostrano l’ampiezza delle manovre di Kering per cercare di nascondere la presunta frode. Per poter giustificare il pagamento delle imposte in Svizzera, Kering non ha esitato a trasferire in maniera fittizia una ventina di collaboratori quadri di Gucci nel nostro paese, anche se in realtà continuavano a lavorare in Italia. L’esempio veniva dall’alto: come già rivelato da Mediapart, il CEO Marco Bizzarri ha beneficiato per sette anni di una residenza fiscale svizzera assai dubbia.
Le nostre rivelazioni puntano il dito sulla questione della responsabilità degli uomini-chiave della famiglia Pinault, quinta fortuna di Francia con 19 miliardi di Euro di patrimonio: il padre e fondatore François Pinault e suo figlio François-Henri, che gli è succeduto nel 2005 alla testa del gruppo Pinault-Printemps-Retoute, ribattezzata Kering, e che rivedrà il suo impero separandosi dalla marca Puma.
L’”ottimizzazione” è ancora più scioccante se pensiamo che Yves Saint Laurent e Gucci registrano da tre anni una crescita eccezionale nel mondo delle migliori aziende del lusso mondiale.
Con i suoi 15,5 miliardi di fatturato e un profitto operazionale record di 2,9 miliardi solo l’anno scorso, Kering non dovrebbe fare fatica a pagare le imposte dovute…
Se non coinvolto personalmente, fino ad ora, nell’inchiesta giudiziaria italiana, François-Henri Pinault non sembra più sentirsi al sicuro con il sistema che gli ha fruttato tanto. A partire da ottobre 2016, il ceo di Kering e i suoi due principali collaboratori, Jean-François Palus e Partricia Barbizet, hanno molto discretamente dimissionato dalle loro funzioni in seno alle società offshore che guidano l’”ottimizzazione”.
Al vertice si trovano due società buca-lettere: Kering Holland e la sua filiale Kering Luxembourg. Quest’ultima possiede due stabilimenti e quattro società in Svizzera, nel canton Ticino precisamente. Queste società, distinte ufficialmente fra loro, formano di fatto un’entità unica. Un recipiente pieno di miliardi, progettato per evadere il fisco.
Questi raggiri, denunciati dal 2016 dall’ONG svizzera Public Eye contribuiscono alla fortuna dei Pinault da venti anni. Tutto inizia nel 1997, quando Gucci crea la società Luxury Goods International (LGI) a Cadempino, un paese di 1500 anime vicino a Lugano, non lontano dalla frontiera italiana. La società all’inizio aveva soltanto un modesto magazzino, ubicato al n. 19 di Via dell’Industria.
Dal giorno alla notte Gucci decide che LGI diventa il suo centro logistico esclusivo. Tutti i prodotti della marca, fabbricati principalmente in Italia, transitano da allora dal magazzino di Cadempino, prima di essere inviati nei magazzini di tutto il mondo. Vero è che il luogo del magazzino è comodo: all’uscita dell’autostrada e a un’ora da Milano.
Ma non è questo che attira Gucci. Secondo nostre informazioni, il gruppo ha negoziato con il canton Ticino un accordo fiscale che avrebbe permesso di pagare soltanto l’8% di imposte sulle società, mentre in Italia sarebbero state del 31%. Per poterne approfittare, Gucci ha concesso alla LGI non solo il monopolio della distribuzione, ma anche della vendita all’ingrosso ai negozi. Risultato: è la LGI che incassa la stragrande maggioranza delle fatture, contabilizzando quindi i profitti, tassati tre volte meno rispetto alla vicina Penisola.
Quando Kering prende il controllo di Gucci, nel 1999, i Pinault capiscono in fretta il meccanismo del sistema. Tutte le altre marche di moda del polo del lusso conferiscono, a loro volta, la logistica e la fatturazione delle vendite alla LGI : l’azienda di pelletteria Bottega Veneta, i britannici Stella McCartney e Alexander McQueen e i francesi Yves Saint Laurent e Balenciaga.
Vista la forte crescita, il gruppo costruisce due altri capannoni in Ticino. L’ultimo, sorto nel 2014 a Sant’Antonino, è un enorme capannone rosa e grigio grande come tre campi di calcio. Sulla facciata, non c’è nessun tipo di scritta che ne identifica il proprietario. È qui, però, che transitano, grazie ai TIR, più di 2000 pacchi all’ora, stipati di vestiti, di scarpe e di borsette.
“È l’effetto Kering in azione, da Sant’Antonino verso il mondo intero…”, gongolava durante l’inaugurazione il numero due del gruppo, e presidente della LGI, Jean-François Palus. “L’effetto Kering” è spettacolare: secondo la nostra inchiesta, la LGI ha realizzato un risultato netto di 7 miliardi di Euro solo tra il 2009 e il 2007, ossia quasi il 70% dell’insieme dei profitti del gruppo! Anche se Kering impiega solo 600 persone in Svizzera, meno del 3% dei salariati della sua divisione “lusso”.
Risultato: il gruppo ha risparmiato circa 2 miliardi di Euro di imposte dal 2009, di cui 1,4 miliardi per Gucci in Italia e 180 milioni per Yves Saint-Laurent in Francia. Se torniamo indietro fino al 2002, la cifra si attesta sui 2,5 miliardi. Il tutto per il più gran profitto del canton Ticino, che ha guadagnato da parte sua più di 600 milioni di euro di imposte.
Kering non è la sola ad approfittare di questa “combine” lucrativa. Altri giganti del lusso e del mercato tessile, come Armani, Hugo Boss, Versace e North Face, si sono installate con la loro parte logistica vicino a Lugano per le stesse ragioni. Se gli accordi fiscali sono strettamente confidenziali, il canton Ticino ha ammesso in un suo documento ufficiale, che la sua presunta “Fashion Valley” (in realtà una valle di capannoni) rappresenta la sua più grossa fonte di reddito.
Per la ONG Public Eye, si tratterebbe di una vera “pirateria fiscale” a discapito degli altri paesi europei. È “particolarmente scioccante che le multinazionali della moda accumulino ogni anni dei benefici milionari utilizzando tali stratagemmi fiscali,” mentre “le persone che fabbricano i loro prodotti nelle fabbriche dei loro fornitori e dei loro subappaltatori percepiscono dei salari da miseria”, continua Public Eye nell’inchiesta sulla “Fashion Valley” ticinese.
La giustizia italiana giudica questo sistema non solo scioccante, ma anche illegale poiché artificioso. Ufficialmente la LGI vende i prodotti ai negozi, ma la società svizzera non effettua realmente questo lavoro, in realtà realizzato a Londra, Parigi o Milano, dai salariati delle marche del gruppo.
È difficile pretendere che gli operai delle aziende svizzere, anche se super efficienti, generano il 70% del valore creato dalle marche di lusso tra le più prestigiose del mondo. Nel mondo degli affari, la logistica è un’attività di debole valore aggiunto, che le ditte pagano per coprire i costi, più un piccolo margine.
Nel “sistema Kering”, è l’inverso: la ditta incassa i soldi e paga Gucci o YSL un minimo, per i diritti di utenza della loro marca, come se fossero niente più che fornitori. Risultato: Gucci ha pagato solo 100 milioni di imposte in Italia tra il 2013 e il 2016, contro 650 (milioni) se i profitti svizzeri fossero stati inclusi.
Kering sembra aver capito che questa situazione stava diventando delicata per Gucci. Vera icona del capitalismo italiano, è una delle più grandi case del lusso mondiale (6,2 miliardi di fatturato l’anno scorso) che genera 70% dei guadagni di Kering.

*articolo apparso sul sito www.mediapart.fr.

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