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La “responsabilità sociale delle aziende” è un concetto di cui sentiremo sempre più spesso parlare nei prossimi mesi. Il cantone ha commissionato uno studio alla SUPSI (1) e creato un tavolo di lavoro, con tanto di pagina sul sito del DFE, con lo scopo di promuovere questa tematica. Grazie alla “condivisione” delle “buone pratiche” adottate dalle aziende su base rigorosamente volontaria – ci spiegano gli esperti – si riuscirà a creare un “circolo virtuoso” per indurre altre imprese a fare altrettanto e sviluppare così una “cultura della responsabilità”. Detta così si comprende l’interesse dimostrato dagli ambienti economici nostrani per questa teoria: comporta un enorme potenziale propagandistico e permette all’economia di mantenere intatta la sua libertà di azione evitando regole vincolanti. Esaminando alcun “virtuosi” esempi ticinesi, sorge il forte sospetto che si tratti di una vasta operazione di marketing per giustificare la concessione di nuovi incentivi e sgravi alle imprese.

Cento teste, cento idee

Nell’accezione più comune “responsabilità” significa avere la consapevolezza dei propri atti e dover rendere conto delle conseguenze, ma quando si parla di aziende e di una teoria economica la storia si complica. Il concetto di Responsabilità sociale delle imprese (RSI o più spesso CSR, Corporate Social Responsibility) si è sviluppato e modificato nel tempo ed ha suscitato un vasto dibattito accademico negli ultimi decenni. Le visioni sono contrastanti e rispecchiano tutte le sfumature dell’arco politico: da chi ritiene che un’impresa debba rendere conto solo agli azionisti a chi preconizza la compartecipazione dei dipendenti alla gestione delle aziende. Il dibattito teorico lo lasciamo volentieri agli esperti, il problema è che neppure a livello istituzionale esiste una definizione univoca: quella della Comunità europea non corrisponde a quella Segreteria di Stato all’economia (SECO), ed entrambe differiscono dai codici di comportamento dell’ONU o dell’Organizzazione internazionale del lavoro. Insomma, ad ognuno la sua CSR.

Ridotta ai minimi termini potremmo dire che si tratta di pratiche e comportamenti che le aziende adottano su base volontaria, oltre le prescrizioni di legge, e che possono comportare vantaggi anche al contesto in cui operano. Il concetto quindi varia anche a seconda della legislazione in vigore nei vari paesi: meno ci sono regolamentazioni, più sarà facile risultare “responsabili”. Supponiamo che si imponga per legge alle aziende di ridurre del 20% il numero di posteggi, per essere dichiarata “responsabile” un’impresa dovrà diminuirli almeno del 21%, se invece non esiste nessuna regolamentazione basta un calo del 5%.

Jenny Assi e Caterina Carletti, le due ricercatrici della SUPSI a cui il cantone ha affidato il compito di sviluppare questa tematica, nei loro testi più recenti fanno riferimento alla teoria del “Valore Condiviso” sviluppata da Michael Porter e Mark Kramer in un articolo pubblicato nel 2011 dalla Harvard Business Review dal titolo “Creating Shared Value”. Il valore condiviso – spiegano – è l’insieme delle pratiche che rafforzano la competitività di un’azienda migliorando al contempo le condizioni economiche e sociali delle comunità in cui opera. Questa interpretazione però non è, per così dire, vincolante, perché le associazioni economiche ticinesi la vedono in un’altra maniera (vedi riquadro: “Valore condiviso?”).

Il fulcro della CSR è la volontarietà. Niente regole o leggi quindi. A spingere le aziende ad applicare i principi della responsabilità sociale, basta un unico incentivo, sempre lo stesso: il profitto. Con tanto di studi alla mano, Assi e Carletti spiegano che le aziende “socialmente responsabili” hanno maggiore successo sul mercato grazie a consumatori sempre più attenti ai temi ambientali e sociali, sono più innovative e possono contare su alti livelli di produttività. Insomma “si fanno del bene, facendo del bene”.

Al di là dello slogan da barretta dietetica ai cereali bio, questo “innovativo concetto” somiglia molto al vecchio mantra del mercato che “si autoregola”, ormai parecchio scalfito dopo la crisi globale del 2008.

Il vero peso degli interessi

Nella teoria della CSR rivestono un’importanza centrale i “portatori di interesse” (Stakeholder), cioè “tutti quegli individui, gruppi di individui o organizzazioni che influenzano e/o sono influenzati dalle attività di un’organizzazione, dai suoi prodotti o servizi e dai relativi risultati di performance” (2), quindi gli azionisti, i clienti, i fornitori, i collaboratori, ma anche le istituzioni, le ONG, sindacati, le associazioni ambientaliste e la collettività.

Nel loro ultimo articolo (3), Assi e Carletti spiegano il ruolo dei vari attori in gioco in puro stile CSR, cioè puntando i riflettori sui fatti positivi, lasciando in ombra il resto. Si ha la sgradevole sensazione di trovarsi in uno spot pubblicitario e di non avere a disposizione tutte le informazioni necessarie per una valutazione globale.

Per illustrare l’impegno di investitori e azionisti, le due ricercatrici SUPSI citano, ad esempio, i dati della Swiss Sustainable Finance. È vero che i tassi di crescita annuali sono impressionanti, ma gli investimenti sostenibili rappresentano comunque solo il 9% del totale (4) e bisognerebbe capire se possono fare da contrappeso agli investimenti “tradizionali”. Secondo l’Alleanza climatica solo l’11% delle quote detenute dalla Banca Nazionale Svizzera (BNS) nel settore dell’elettricità riguarda imprese che puntano sull’energia “verde”, contro il 73% per l’energia fossile e un rapporto di Greenpeace ha stimato che, dal 2015 al 2017, Credit Suisse e UBS hanno messo a disposizione di aziende che sfruttano combustibili particolarmente inquinanti 12,3 miliardi di dollari. La BNS investe anche in imprese che producono armamenti nucleari (800 milioni nel 2016 stando al Gruppo per una Svizzera senza esercito), le casse pensioni e le grandi banche nell’industria bellica. Il “cambiamento culturale” prospettato dai teorici della CSR quindi sembra ancora lontano.

I consumatori hanno un ruolo essenziale in questa teoria: influenzano il mercato perché “sono sempre più interessati a comportamenti di acquisto etici” e si informano sempre di più nei confronti delle certificazioni e delle etichette di prodotto, quindi spingo le imprese ad essere responsabili. L’immagine che dipingono le due esperte, in particolare dei giovani, sembra un po’ troppo ottimistica perché le scelte di consumo sono limitate da molti fattori, primo fra tutti il potere d’acquisto.

I cosiddetti Millennials (18-35 anni) vengono descritti come “il più potente gruppo di consumatori sul mercato” perché, essendosi formati alle nuove tecnologie, hanno un accesso immediato alle informazioni, hanno “una maggiore coscienza sociale e ambientale” e “un potere d’acquisto superiore a quello delle generazioni che li hanno preceduti”; un quadro che fa a pugni con le cifre che attestano l’aumento del precariato, degli stage gratuiti e dei minijobs un po’ ovunque in Europa. In Ticino la situazione non è drammatica come in Spagna o in Italia, ma il tasso di disoccupazione Ilo per i 15-34 anni è del 9,5% (5) , abbiamo un saldo migratorio negativo fra i giovani perché se ne vanno oltralpe o all’estero a cercare un lavoro (6) e i salari d’entrata sono calati (7) negli ultimi anni. E non sono problemi che toccano solo i giovani visto che quasi un terzo della popolazione è a rischio di povertà.

L’influenza che esercitano i consumatori poi si limita al prodotto finale nel migliore di casi. Oggi la maggior parte dei beni di consumo sono “assemblaggi” di componenti lavorate ai quattro angoli del mondo e risulta praticamente impossibile informarsi correttamente. Anche i marchi più virtuosi hanno qualche scheletro nell’armadio: Pro Viande punta molto sulla valorizzazione del territorio, il rispetto dell’ambiente e il sostegno ai produttori locali (8) , però poi invia in Cina i budelli, quasi tutti di origine svizzera, per essere lavorati. 44’315 chilometri di andata e ritorno con CO2 annesso.

Al capitolo collaboratori, le due autrici spiegano che “la missione e i valori dell’impresa rappresentano un forte elemento di motivazione per i collaboratori e un fattore di attrazione per i talenti. Per questa ragione molte imprese promuovono la condivisione del codice etico, redigono report di sostenibilità e attuano piani di welfare aziendale che offrono soluzioni in grado di migliorare il benessere e la qualità di vita dei loro collaboratori.”

Forse nella Siliconi Valley è così, in Ticino non si direbbe. Le imprese hanno bisogno di personale altamente specializzato per sviluppare prodotti innovativi, ma la maggior parte dei lavoratori svolge compiti di “normale amministrazione”. Il rischio è quindi di avere una “manodopera a due velocità” fatta di una cerchia ristretta di “talenti” che le imprese coccolano e la “bassa manovalanza” considerata di poco valore perché facilmente rimpiazzabile. Non dimentichiamo che nella sola Lombardia si contano ben 315’000 disoccupati, più di tutta la popolazione di 15 anni e più del Ticino.

D’altronde dallo studio realizzato da Assi e Carletti su mandato del Cantone (9) era emerso che le principali “buone pratiche” delle imprese ticinesi nel settore delle risorse umane consistevano ad “attrarre le risorse migliori alle condizioni più vantaggiose” praticando “politiche di dumping salariale”.

Tradotto significa che assumono frontalieri perché costano meno, giocano al ribasso sui salari ed escludono i residenti dal mondo del lavoro. La CSR non prevede nulla di innovativo per risolvere questi problemi; affermare che bisognerà “trovare soluzioni condivise con le associazioni di categoria” equivale ad affidarsi ancora al buon (si fa per dire) vecchio partenariato sociale.

Per i lavoratori i pericoli insiti in questa teoria sono evidenti e le due esperte ticinesi lo riconoscono. Le iniziative di responsabilità sociale potrebbero rappresentare “il ritorno a un paternalismo industriale, in cui il titolare dell’impresa decide Motu proprio di riconoscere ai propri collaboratori alcuni vantaggi, senza che queste iniziative siano frutto di un confronto e di una partecipazione da parte dei lavoratori”. Possono essere una scusa per escludere i sindacati, favorire la deregolamentazione o rappresentare solo una strategia di marketing.

Praticamente il sogno – neanche tanto segreto – delle associazioni economiche.

“Buone pratiche” e certificazioni à la carte

Le “buone pratiche” sono quelle iniziative volontarie delle aziende che generano un impatto positivo su alcune categorie di “portatori di interesse”, ma non devono per forza essere a vantaggio di tutti.

Gli esempi qui di seguito (ce ne sarebbero altri) riguardano aziende invitate lo scorso anno a presentare i loro casi durante un ciclo di corsi di formazione sui vari aspetti della CSR, organizzato dal cantone in collaborazione con la Supsi per la modica somma di 7’000 franchi a testa (per evidenti ragioni di ordine economico non abbiamo potuto presenziare all’evento, ma abbiamo ritrovato le “buone pratiche” di queste aziende scandagliando la rete, da bravi consumatori responsabili).

Il report di Argor-Heraeus (Marketplace)

Il report di sostenibilità è un documento in cui vengono illustrate tutte le iniziative di un’azienda nei confronti dei suoi portatori di interesse. Quello della Argor-Heraeus di Mendriso, specializzata nella lavorazione di metalli preziosi, è stato citato come esempio virtuoso.

Il settore delle materie prime è uno dei più problematici per quanto riguarda il riciclaggio e il rispetto dei diritti umani e dell’ambiente ed è sotto stretta sorveglianza delle ONG. La Argor, ad esempio, era stata accusata nel 2013 di aver raffinato oro depredato della Repubblica democratica del Congo da una milizia armata, il Fronte nazionalista integrazionista (FNI), accusato di diversi massacri e sciolto nel 2005.

Il Ministero pubblico della Confederazione (MPC) ritiene che la Argor avrebbe dovuto sapere che l’oro grezzo molto verosimilmente proveniva dal Congo orientale. Non essendoci prove certe che l’impresa fosse al corrente, l’inchiesta per complicità in crimini di guerra e riciclaggio è stata archiviata, ma ben si comprende il bisogno di ridorare l’immagine dell’azienda dando prova di “trasparenza”.

Nel report non si parla né di inchieste né di accuse, si generalizza sull’importanza di accertarsi che il metallo venga estratto rispettando le leggi nazionali e internazionali e che non sia di provenienza illecita.

Anche in altri ambiti l’informazione è carente. Affermare che il 53% del valore aggiunto è stato distribuito ai collaboratori sotto forma di salari (che tra parentesi producono il 100%), senza precisare quale è la percentuale abituale in questo settore e quale è la stratificazione delle retribuzioni, è davvero un’informazione? Stessa cosa per il 10% versato in imposte: corrisponde al dovuto, non è una generosa donazione. Presentate così queste cifre ricordano le abituali mistificazioni delle imprese che “creano benessere”, “ridistribuiscono ricchezza” e “finanziano lo Stato” ed è difficile cogliere la sottile differenza fra il report e un opuscolo pubblicitario.

L’asilo very select della Medacta (modulo Workplace)

Altro settore molto quotato della CSR è la conciliabilità lavoro-famiglia. La Medacta SA di Castel San Pietro ha aperto nel 2011 l’asilo nido bilingue italiano-inglese My Baby “una struttura ideata per accogliere i figli – tra 0 e 3 anni – dei dipendenti”. Non tutti i dipendenti evidentemente visto che la retta, per un tempo pieno, è di 1’284 franchi (pasti esclusi) più 200 franchi di iscrizione.

L’asilo nido infatti costa oltre un terzo del salario minimo in uso alla Medacta. Il patron Alberto Siccardi aveva svelato alla stampa un paio di anni fa che il salario di entrata per i dipendenti non specializzati è di 3’000 franchi lordi, mentre per quelli specializzati, compresi i laureati, di 3’578 franchi. Attenzione perché questi sono i salari per i residenti, i frontalieri sono retribuiti meno. In un’intervista alla Provincia di Sondrio dell’ottobre scorso, l’imprenditore – prima attivo nell’UDC e ora in Area liberale – ha dichiarato che un ingegnere appena laureato al Politecnico di Milano prende, al netto, 2’250 franchi. Ed è facile capire come mai oltre l’80% del personale provenga da oltrefrontiera.

Il nido è riconosciuto dal cantone, quindi beneficia di sussidi pubblici. Non sappiamo se faccia utili o meno, né quando sia retribuito il personale. A differenza di un altro asilo nido privato però, sappiamo che questo permetterà alla Medacta di attribuirsi il titolo di azienda responsabile, con buona pace dei dipendenti sottopagati e dei disoccupati accusati di Siccardi di essere degli approfittatori.

Kering come Greenpeace? (Environment)

Kering è il colosso del lusso francese, a cui appartengono marchi prestigiosi come Gucci, Bottega Veneta, Yves Saint Laurent, Balenciaga, ecc. Molti grandi firme del “made in Italy” fanno produrre i loro articoli da lavoratori cinesi pagati pochi euro al pezzo o in laboratori clandestini gestiti dalle varie mafie e poi li rivendono con margini di guadagno superiori a quelli della criminalità organizzata (10). Ma evidentemente non basta: Kering infatti è accusata di aver organizzato una mega-evasione fiscale servendosi della Luxury Goods International (LGI), il centro di logistica con sede in Ticino. I prodotti delle varie marche del gruppo transitano dai depositi delle LGI dove vengono etichettati e fatturati prima di essere rispediti nelle boutique di tutta Europa. In questo modo il 70% degli utili del gruppo risulta realizzato alle nostre latitudini, dove beneficia di uno statuto fiscale speciale.

L’edificio costruito dalla LGI a Sant’Antonino però ha ottenuto la certificazione LEED (Leadership in Energy and Environmental Design) secondo i parametri stabiliti dalla U.S. Green Building Council (USGBC). Non è neppure l’unica certificazione di cui può vantarsi LGI: ha ne ha ottenuta anche una che attesta la sua responsabilità sociale (SA 8000), una per l’ambiente (ISO 14001) e una per salute e sicurezza (OHSAS 18001). Poco importa se quello “splendido monumento alla sostenibilità” pagar i dipendenti 3’000 franchi e movimenta centinaia di camion sulle strade europee creando traffico e inquinamento con l’unico scopo di evadere le imposte nei paesi di produzione.

Ridurre le esternalità negative non significa fare “fare del bene”, ma solo limitare i costi che si scaricano sulla collettività. Senza un bilancio globale dell’impatto sociale e ambientale delle imprese, le “buone pratiche” e le certificazioni servono a deviare l’attenzione da comportamenti irresponsabili. Incensare simili aziende non farà che confortarne altre nell’idea che possono ricostruirsi una reputazione a poco prezzo. Così si crea un “circolo vizioso”, non virtuoso.

La carota e la carota

Nessuno contesta la necessità di cambiare questo sistema economico, il problema è capire se la CSR può davvero essere uno stimolo. Al netto dei termini anglosassoni (ormai diventati indispensabili perché gli economisti che riescono a spigare concetti in italiano sembrano diventati più rari dei leopardi delle nevi), questa teoria non propone soluzioni alternative per risolvere i problemi ticinesi. Chiamare stakeholder i dipendenti e i consumatori, non garantisce che le loro esigenze verranno prese in conto: sono sempre le imprese a decidere con quali “portatori di interesse” allacciare un dialogo e c’è da scommettere che gli azionisti avranno sempre più peso dei lavoratori. L’industria ticinese poi è prettamente orientata all’esportazione e dispone di un’enorme bacino di manodopera, quindi consumatori e dipendenti non saranno certo i loro interlocutori prediletti.

Se oggi le aziende riducono “volontariamente” l’impatto ambientale è perché così evitano di pagare la tassa sul CO2. Fino al 2008 la tassa non esisteva e le misure adottate si sono rivelate nettamente insufficienti. D’altronde ogni volta che manca la minaccia del “bastone” le azioni volontarie risultano irrisorie. Basti pensare che 37 anni dopo l’adozione dell’articolo costituzionale sulla parità le donne ancora sono discriminate e al programma volontario organizzato dalla Confederazione hanno partecipato 51 imprese su un totale di quasi 600’000.

La volontarietà è solo un mezzo per ritardare l’adozione di misure vincolanti e dirottare le rivendicazioni verso proposte “al ribasso”. Lo abbiamo già visto con le misure di conciliazione lavoro-famiglia che, grazie a una martellante propaganda, sono già diventate “sinonimo” di parità salariale. Si tratta di richieste diverse, non intercambiabili: gli asili nido sono necessari alle donne che vogliono riprendere il lavoro dopo la maternità, le pari opportunità a tutte, comprese le neomamme.

Quanto al “cambiamento culturale”, uno studio ad ampio raggio, condotto da 17 università europee sulle pratiche di CSR di oltre 5’000 imprese (11), ha concluso in dieci anni hanno portato solo a progressi marginali in materia di qualità dell’impiego e dell’ambiente. Per i ricercatori è evidente che la CSR non può essere “l’unica soluzione ai problemi ambientali, economici o sociali”. Può solo dare un piccolo contributo a una risposta che deve essere più ampia e articolata. Il sostegno politico a queste pratiche, anche se focalizzato maggiormente sull’impatto, non può sostituire specifiche politiche settoriali, può solo favorire l’attuazione di norme, contribuire allo sviluppo di strumenti e aiutare a gestire le questioni strategiche al di là del semplice rispetto della legge, affermano gli studiosi.

Perché quindi il Ticino ha deciso di puntare tutto su una teoria controversa, il cui impatto sulla società è difficilmente valutabile e che comunque rimane marginale? Come mai, mmalgrado le tante dichiarazioni sul “bene comune” e la necessità di condivisione dei valori, il tavolo di lavoro del cantone è costituito solo da rappresentanti del DFE e delle associazioni economiche e lo studio commissionato dalla autorità si è concentrato solo sulle aziende?

Gli ambienti economici sono quelli che più hanno tratto profitto dall’attuale situazione e non hanno nessun reale interesse a cambiarla radicalmente. Il cambiamento vero sarà nel modo di comunicare: avremo sempre più a che fare con articoli di stampa che ci vanteranno i meriti delle aziende presenti sul territorio e le visite aziendali dei Consiglieri di Stato sono già un primo segnale in questa direzione. La grande innovazione di questa teoria infatti è potersi vantare di essere “responsabili” pur continuando a creare dumping, povertà e inquinamento.

Visto la risicatissima vittoria in votazione della Riforma fiscale, lo scorso 29 aprile, è probabile che i temi della CSR (già inclusi nelle Nuova legge sull’innovazione e nelle politica economica regionale) saranno abbinati alle nuove proposte di sgravio. Giocando di nuovo sull’ambiguità di termini come “responsabilità sociale”, “bene comune”, “valorizzazione del territorio” si finirà per sgravare aziende che aprono asili nido o costruiscono edifici a risparmio energetico, ma continuano comunque a scaricare i costi ambientali e sociali sulla collettività. Insomma, la stessa vecchia politica iniziata da Marina Masoni con l’unica differenza che allora le aziende le chiamano “innovative”, ora le chiamano “socially responsible”.

1.”ValoreTI: la valorizzazione della responsabilità sociale delle imprese in Ticino”
2. Jenny Assi e Caterina Carletti. Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (Supsi). Un futuro responsabile: la promozione di un modello economico inclusivo e sostenibile, Dati – Statistiche e società, A. XVIII, n. 1, giugno 2018
3. Idem
4. https://www.ticinofinanza.ch/ 2018/05/30/boom-di-investimenti-sostenibili/
5.Silvia Walker , I giovani e il mercato del lavoro, Il lavoro durante la formazione e l’attuale attività lavorativa, Dati – Statistiche e società, A. XVIII, n. 1, giugno 2018
6. Migrazioni: Focus sulle partenze dal Ticino, Francesco Giudici, Matteo Borioli e Danilo Bruno, Dati – Statistiche e società, A. XVIII, n. 1, giugno 2018
7.SECO, Frontaliers et franc fort. Conséquences et mesures d’accompagnement, Rapport rédigé en réponse au postulat 11.3999 Favre Laurent du 30 septembre 2011
8. https:// www.viandesuisse.ch/ pourquoi-la-viande-uisse/pour-une-bonne-raison-viande-suisse.html
9.Valore TI
10. Molte inchieste giornalistiche hanno rivelato questi metodi. Ricordiamo solo il reportage di Anna Bernasconi, Luci e ombre della moda, trasmessi da Falò, RSI, il 24 novembre 2016
11. Final Report Summary – IMPACT (Impact Measurement and Performance Analysis of CSR)

 

Tra fake e pubblicità

Sono cresciuti con le nuove tecnologie, li chiamano “nativi digitali”, ma questo non significa che siano meno manipolabili delle persone più anziane. Una ricerca dell’Università di Stanford (Evaluating information: the cornerstone of civic online reasoning) condotta in 12 stati americani su 7’804 studenti ha dimostrato che la maggior parte degli adolescenti non sa distinguere una notizia da una bufala o dalla pubblicità. I ragazzi delle medie, ad esempio, non riescono a distinguere una notizia da un contenuto sponsorizzato. Oltre l’80% degli studenti pensava che le storie fossero vere, nonostante avessero la dicitura “sponsored content”. Sarà per questo che i siti di informazione contengono sempre più articoli sponsorizzati?

Molti studenti delle superiori credono che una foto diffusa da un account sconosciuto su Facebook sia una prova sufficiente, anche se priva di riferimenti. Nemmeno gli universitari riescono a mettere in relazione l’affidabilità di una notizia con la fonte da cui proviene. Di fronte a due articoli sul cambiamento climatico, uno scritto da un giornalista di Science e l’altro marcato come sponsorizzato da Shell, il 70% degli studenti ha giudicato più affidabile il secondo “perché conteneva più dati“. Senza domandarsi se questi dati fossero veri o come dovessero essere interpretati. Tornano subito alla mente i famosi report di sostenibilità, strapieni di dati e informazioni che in realtà non dicono nulla sulle esternalità negative delle aziende.

“Molti pensano che solo per il fatto di essere giovani e bravi a usare i social network i ragazzi siano ugualmente abili a comprendere ciò che ci trovano dentro, ma il nostro lavoro mostra che in realtà è il contrario”, ha commentato Sam Wineburg, principale autore dello studio e fondatore dello Stanford History Education Group. Negli ultimi anni, anche in Svizzera, gran parte della pubblicità è migrata verso Google e Facebook ed è difficile non vedere in questa evoluzione la volontà di influenzare i consumatori, soprattutto quelli giovani. Tanto più che i “nuovi metodi comunicare” sembrano proprio sfruttare le debolezze degli utenti dei social e della rete a reperire le fonti e contestualizzare le informazioni.

 

Valore condiviso?

Mettendo a confronto alcuni estratti degli scritti dei sostenitori della CSR (1) e con quanto afferma la Camera di commercio (2) ci si rende conto di quanto diversa sia l’interpretazione della CSR. Sembra parlino di due cose diverse, in realtà dicono la stessa cosa.

…la competitività di un’impresa e la prosperità della comunità circostante sono strettamente interconnesse: così come l’impresa necessita di una comunità in buona salute per poter disporre di personale qualificato, di un ambiente in grado di investire e innovare e di una domanda effettiva per i suoi prodotti; d’altra parte la comunità ha bisogno di imprese di successo, per mettere a disposizione dei suoi componenti posti di lavoro e opportunità per creare ricchezza e benessere. Ambedue necessitano di politiche pubbliche che disciplinino in modo adeguato, incentivando e non facendo le interconnessioni globali nel mercato. Costruendo infrastrutture o aumentando le competenze e le conoscenze sul territorio in cui opera, l’impresa contribuisce a promuovere il progresso sociale e, quindi, a creare valore condiviso, sia economico sia sociale. …

CC-Ti Nel nostro cantone la Rsi è ormai una definizione a largo spettro, per cui dalle aziende si pretende di tutto e di più. Si pretende che esse suppliscano alle mancanze o ai fallimenti della politica: non ci sono sufficienti asili nido, e a prezzi accessibili, per favorire l’impiego di madri che vorrebbero lavorare e, allora, dovrebbero essere le aziende a dotarsi di asili nido; le strade sono intasate dal traffico anche perché, contro ogni logica pianificatoria, sono rimaste quelle di trent’anni fa, ma si puniscono le imprese con una tassa sui posteggi che dovrebbe spingerle a ripensare la mobilità dei dipendenti; se in Ticino il costo della vita è troppo alto perché la struttura dei prezzi, come dappertutto in Svizzera, è irrigidita da accordi cartellari e da esosi costi obbligatori, si vorrebbe che gli imprenditori pagassero salari non inferiori ai 3700- 4000 franchi, a prescindere dalle capacità e dalla produttività del dipendente; ci sono troppi disoccupati e allora non si può assumere chi si vuole, chi serve davvero all’impresa, ma i senza lavoro indicati dagli uffici di collocamento….

… L’impresa effettuando manovre di RSI, donazioni a Enti, oppure sostenendo i dovuti oneri fiscali innesca una sorta di processo a catena, infatti per esempio i beneficiari di questi mezzi economici, come lo Stato, provvedono successivamente a reinvestire quanto ricevuto direttamente sul territorio e nei confronti della comunità, grazie alla realizzazione delle infrastrutture stradali, scolastiche, ecc. Vi è da rimarcare che le imprese che in parte rimangono tra i principali attori alla base di questo processo sono indirettamente e direttamente interessate in quanto successivamente ne beneficiano appieno, basti pensare che grazie alle infrastrutture scolastiche riescono a reclutare al proprio interno della manodopera formata e/o specializzata

CC-Ti Le imprese non sono “vacche da mungere” con tasse e imposte o da impastoiare con compiti e obblighi che nulla hanno a che fare con la loro funzione naturale, che è quella di creare profitto fornendo beni e servizi richiesti dal mercato.(…) Fare profitti è questa la prima e vera responsabilità sociale delle imprese, che andrebbe tutelata e incoraggiata e non ostacolata con vincoli e imposizioni d’impronta statalista che snaturano la sua missione originaria. Perciò, la Rsi come autentica strategia di valorizzazione aziendale e sociale è un obiettivo che riguarda non solo gli imprenditori ma tutti, dipendenti, consumatori, classe politica e sindacati, e che può essere concretizzato attraverso il partenariato sociale e non imponendolo…

1. Responsabilità Sociale delle Imprese: I prodotti locali come strumento di dialogo tra impresa e territorio.
Analisi di tre casi pratici: COOP, MIGROS e RICOLA, Autore: Jonas D’Andrea Relatrice: Caterina Carletti
Tesi di Bachelor, Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana Dipartimento Economia Aziendale, Sanità e Sociale
2. http://www.cc-ti.ch/la-responsabilita-sociale-oggi-dossier-tematico/

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