Insegnare è fare politica

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Il dibattito sulla votazione sulla Scuola che verrà si è polarizzato attorno ad una presunta politicizzazione della scuola (i “progressisti” e i “reazionari”), che in realtà non esiste dato che i tenori di ambedue gli schieramenti condividono le stesse impostazioni di fondo di una scuola delle competenze al servizio del mercato. Altro è pensare e ripensare la scuola nel senso di un luogo di apprendimento e di formazione dello spirito critico delle donne e degli uomini di domani. Pubblichiamo a questo titolo un interessante contributo sul ruolo dell’insegnante, scritto per l’Italia, ma altrettanto valido anche alle nostre latitudini.

Alla vigilia del ritorno a scuola di milioni di studenti italiani è importante riaffermare, con forza intellettuale e slancio emozionale, un concetto sempre più dimenticato, travisato o addirittura negato e contrastato: fare l’insegnante è un mestiere profondamente politico, è un agire educativo dirompente, è un atto di quotidiana ribellione rispetto alle catene dell’esistente.

Chi dimentica la natura politica dell’insegnare è spesso figlio della grande disillusione che caratterizza la fine del Novecento e i primi decenni del XXI secolo. Un tempo, forse, il docente era uno dei principali protagonisti dell’educazione critica e consapevole degli allievi. Ora occupa un ruolo marginale se non addirittura del tutto inutile. Il ruolo educativo è stato inghiottito dalla burocrazia e il docente si è trasformato in un impiegato della formazione, in un controllore dei biglietti del bus chiamato scuola, in un vigilantes dell’ordine pubblico. L’insegnante è stato spodestato da altri centri politici educativi quali la TV, la rete, lo star system e i social media. Secondo chi si rassegna, l’insegnante politico appartiene ad un passato ormai mitico ed è come un vello d’oro perduto, senza che ci siano dei nuovi Argonauti disposti a salpare in mare aperto per andare a cercarlo. Cercasi, pertanto, dei volonterosi Teseo per riprendere il viaggio.

Chi travisa la politicità dell’insegnante è probabilmente figlio di un crescente e inarrestabile analfabetismo di ritorno che confonde il termine politico con partitico. Tale ignoranza conduce ad esaltare il falso idolo dell’insegnante oggettivo e neutrale. Tale neutralità porta alla noia formativa, all’apatia esistenziale e ad un pernicioso relativismo valoriale, in cui tutto si equivale. Tutto si studia, tutto si comprende criticamente, ma i partigiani e fascisti non si equivalgono, così come Mandela e Pinochet non stanno dalla stessa parte della storia. Insegnare significa, infatti, fare una scelta educativa netta, significa avere come bussola politica la Costituzione, i diritti umani, il rispetto della natura, la libertà, la giustizia sociale, i diritti del lavoro, la lotta al razzismo e la pace, intesa come ripudio netto della guerra, da sempre strumento di aggressione e di dominio. L’insegnante neutrale è di fatto un Ponzio Pilato educativo.

Chi nega la natura politica della professione docente è invece figlio, legittimo o illegittimo, della fine delle ideologie e del trionfo disarmante della tecnica. In questa prospettiva, l’insegnante è un sofista 2.0, un personal trainer della formazione, un trasmettitore acritico dei contenuti e delle competenze richieste dal mercato, dalle imprese e da un progresso tecnologico e scientifico che da mezzo per l’emancipazione umana si è tramutato in una finalità assoluta dalle sembianze metafisiche, da perseguire ciecamente in quanto tale. L’insegnante apolitico è dunque il cortigiano di un presente che si fa dittatura, di un pensiero unico dominante che cannibalizza ogni ricchezza del possibile, che annulla ogni strada alternativa.

Infine, vi è chi apertamente contrasta la politicità dell’insegnante, considerandolo un pericoloso sovversivo. In questa caso, siamo, quasi sempre, in presenza dei figli del potere e di quella logica dello status quo, che serve a mantenere inalterata la struttura sociale in cui si realizza il dominio dei pochi sui molti. Coloro che contrastano la politicità dell’insegnante sono i costruttori di muri, i difensori di una tradizione che discrimina, i cantori delle disuguaglianze, gli esaltatori dell’uomo monodimensionale, mansueto esecutore di ordini e comandi. Si tratta dei nemici più intimi della democrazia, di coloro che spargono sale sulla terra per evitare la fertilità della disobbedienza e delle diversità.

L’apoliticità dell’insegnante segna, pertanto, la mutazione genetica, se non addirittura l’eutanasia della stessa professione docente. Insegnare, infatti, è l’atto politico più nobile e vitale che si possa compiere.

L’insegnante deve educare al pensiero critico, deve trasmettere la potenza liberatoria del conoscere e del saper fare.

Insegnare è un’azione di ribellione contro l’opacità e l’ingiustizia del presente.

Insegnare è un atto d’amore verso la possibilità di cambiare la realtà e di trasformare noi stessi.

Insegnare è stimolare i desideri di libertà, di scoperta, di viaggio e di giustizia.

Insegnare è saper distinguere le bellezze della vita, troppo spesse nascoste e imprigionate nella mediocrità dei tempi.

Insegnare significa immaginare altri mondi e altri modi di stare al mondo.

Insegnare è il mestiere politicamente più rivoluzionario di tutti perché può portare gli uomini e le donne ad aver fame e sete di felicità, conoscenza ed emancipazione. Per questo motivo il mestiere dell’insegnante è un’arte pericolosa e faticosa che dobbiamo continuare a praticare con tenacia, resistendo alle sirene che voglio fare della scuola una industria dell’omologa e del consumo veloce e compulsivo.

*Tratto dal sito www.anticapitalista.org

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