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Un’ansiosa attesa regna sulle pagine di face book e altri social network, alimentata anche da alcuni quotidiani: cadrà in autunno il governo giallo-verde? Le speranze sono affidate non alla mobilitazione di massa che stenta, ma all’aumento dello spread, al declassamento delle agenzie di rating, al sequestro dei beni della Lega, ordinato dalla magistratura per restituire allo Stato i 49 milioni di euro di rimborsi elettorali impropriamente usati, all’indagine in corso contro il ministro Matteo Salvini, all’invio di funzionari dell’Onu per monitorare il razzismo e la xenofobia nel Paese, ai vari esponenti della troika che mettono in guardia l’Italia da una possibile imminente catastrofe economico-finanziaria. Come è già accaduto in passato, quando l’opposizione stenta a trovare sé stessa, vive nella speranza o illusione che quanto accade sia un breve incubo, una breve parentesi dello spirito, chiusa la quale tutto tornerà com’era, in linea col percorso della ragione liberale e liberista che traccia la storia. Non è così, gli eventi politici rappresentano l’autobiografia di un paese e come tali vanno compresi per poterli meglio contrastare. La parentesi dello spirito apertasi col fascismo durò vent’anni. L’altrettanta parentesi iniziata nel 1994 con Berlusconi sembrò chiudersi dopo sei mesi e invece si protrasse fino al 2011.

Crisi di governo non significherebbe per forza di cose elezioni anticipate. I meno propensi sono il Pd, diviso, incerto, impreparato che nell’immediato rischia di perdere altri consensi, e il variegato mondo che ancora si può chiamare sinistra. Pare non le voglia neanche il Presidente Mattarella e nemmeno il Movimento Cinquestelle, che allo stato attuale rischierebbe una decrescita infelice di voti.

Nell’immediato potrebbero convenire alla Lega (oltre quota 30% nei sondaggi), che potrebbe così diventare il perno di un centro destra più a destra e riunito. Strada percorribile a condizione però di una crisi di governo, perché Salvini non può recuperare il rapporto con Forza Italia stando al governo coi Cinquestelle. Ma provocare una crisi di governo non significherebbe automaticamente andare ad elezioni e incassare. Le vie della politica governativa si sa sono piene di sorprese: sulla carta una maggioranza alternativa ci sarebbe: governo Cinquestelle con astensione del Pd e appoggio di pezzi di destra non leghisti. Il Pd e altri settori a lui vicini non resisterebbero a lungo alla sirena del governo di emergenza nazionale, appoggiato dalla borghesia e da Parigi-Berlino Bruxelles.

Inoltre, perché sfasciare tutto visto che nel maggio del 2019 ci saranno le elezioni europee. Lì già si potranno misurare i rapporti di forza elettorali sul piano europeo e in Italia. Se mai in vista della scadenza elettorale europea, i partiti di governo devono prepararsi realizzando parti significative del programma concordato, a partire dalla legge di bilancio. I primi protagonisti dello scontro sulla legge finanziaria saranno Lega e Cinquestelle, per ora concordi solo sulla revisione del meccanismo pensionistico. I Cinquestelle devono assolutamente passare all’azione, smarcarsi dall’ipoteca salviniana, alzare la voce sul reddito di cittadinanza a costo di sacrificare la flat tax o “tassa piatta”, cioè il sistema fiscale non progressivo che vuole la Lega. Ma Salvini e la Lega non possono presentarsi all’elettorato del nord dicendo che le tasse non diminuiscono, perché bisogna dare i soldi ai disoccupati meridionali.

S’impunteranno: reddito e flat tax insieme o niente. Nessuno dei due vorrà fare marcia indietro. Potrebbero però farla assieme su pressione del ministro Tria e altri, dei conti che non devono sforare, dello spread, come hanno già fatto in altre occasione, secondo la tattica, irrisa a suo tempo da Lenin, del fare un “passo avanti e due indietro”.

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