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Sono, nell’ordine, i due testi ai quali il capitano Bolsonaro intende giurare fedeltà quale presidente eletto del quinto paese più popoloso del mondo, il Brasile.

Scontata la sua vittoria – con un margine meno impressionante di quanto si poteva temere – non è l’ennesima peripezia politica brasiliana: è un balzo indietro dalla portata dirompente.

Lo è, dirompente, prima di tutto in virtù delle contro-riforme che il nuovo governo applicherà accelerando quelle, in materia di educazione, di salute pubblica, di diritti lavorativi, iniziate da Dilma Roussef durante il suo secondo mandato (mai finito) e approfondite poi dall’usurpatore Temer.

Le professioni di fede liberiste di Bolsonaro non autorizzano in merito alcuna speranza, per minima che sia: sistema pensionistico e i diritti dei lavoratori sono nel mirino. Così come lo sono i programmi di aiuti pubblici di cui Bolsonaro vorrebbe condizionare il versamento secondo criteri morali – eccola qua, la Bibbia!

Ad esempio, il versamento degli aiuti di Bolsa familia potrebbe essere condizionato dall’impegno a sottoporsi a vasectomia da parte di padri di famiglia con più di tre figli allo scopo di evitare di averne “troppi”; allo stesso modo, il consumo di droghe, la piccola delinquenza o pratiche sessuali considerate “immorali” dai predicatori evangelici potrebbero legittimare la perdita del diritto agli aiuti pubblici.

Dirompente, la vittoria del capitano nostalgico lo sarà per la vita della gente delle grandi città e dei loro quartieri più poveri – quelli abitati in maggioranza da afro-discendenti – con un presidente che lascerà sciolte le briglie alla polizia militare. L’annunciata generalizzazione alle grandi città l’esperienza di militarizzazione di Rio, sottoporrebbe milioni di persone ad uno stato d’emergenza permanente e…costituzionale.

Tale rafforzamento del controllo militare sulle “classi pericolose” trova riscontro nelle campagne, fungendo da legittimazione al ricorso da parte dei grandi proprietari fondiari a bande armate – spesso formate da poliziotti mal pagati – per combattere, ed anche abbattere, i contadini senza terra o quelli che le occupano.

Con il pretesto di combattere la violenza – che fiorisce sul letame che è la miseria- è l’inasprirsi di una violenza istituzionale senza limiti che il nuovo governo svilupperà con – l’insabbiamento dell’inchiesta sull’assassinio di Mariele Franco è significativo – l’impunità garantita.

Di fronte a tale dirompenza, la convergenza delle organizzazioni sociali e della sinistra nelle lotte difensive è vitale. Già nella notte dopo l’elezione di Bolsonaro, il portale di sinistra esquerra online invitava alla costituzione di un necessario fronte unico delle forze di sinistra (PT, PCB, PsoL, PSTU), dei movimenti sociali, dei sindacati, degli studenti e delle donne per organizzare la resistenza al governo Bolsonaro.

Malgrado la sconfitta elettorale, la costruzione di una tale resistenza resta possibile: il milione e passa di donne scese in piazza il 29 settembre contro Bolsonaro ne è la prova. Con una differenza capitale però: il capitano è oramai presidente e può, in quanto tale, imporre la sua politica.

Ciò che rende ancora più urgente un fronte unico contro il capitano Bolsonaro. Con gli interessi della maggioranza della popolazione, e non la Bibbia né la costituzione borghese, quale filo a piombo!

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